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Il penale minorile come lente di ingrandimento sulla tutela dei minorenni.
La Legge illuminata che governa il penale minorile nel nostro Paese ha posto fin dal 1988 una bella sfida alle comunità educative: quella di divenire il contesto più adatto per rispondere alla richiesta di aiuto che i giovani autori di reato lanciano agli adulti attraverso la loro scelta di infrangere la Legge.
Oggi, a più di trent’anni dall’entrata in vigore, il mandato assegnato dalla nostra Legge alle comunità educative ha finalmente convinto molte strutture ad accogliere giovani autori di reato e a specializzarsi nell’intervento rieducativo che permea ogni articolo della Legge.
Ormai le comunità sono considerate un alleato imprescindibile della Giustizia Minorile, anche se permangono in tante strutture pregiudizi sul penale minorile, come se esistesse un baratro che distanzia i ragazzi che accedono alle comunità per aver commesso reato e altri giovani che vengono collocati per motivi di protezione.
Al contrario, il penale minorile, se conosciuto a fondo, si rivela una straordinaria “lente di ingrandimento” sui meccanismi della Tutela, rendendone più espliciti ed evidenti i grandi pregi e le insidie.
Perché sia davvero una scommessa vinta, però, la nostra Legge va interpretata nel modo più alto e coraggioso, sapendosi assumere nel lavoro quotidiano quei rischi che il nostro Parlamento ha deciso di correre mettendo a punto la Legislazione senza dubbio più avanzata al Mondo in fatto di risposta alla commissione di reato in minore età.

Paolo Tartaglione VicePresidente, Responsabile Area Reinserimento, Formazione e Interventi con le Famiglie c/o la Cooperativa Sociale Arimo, Consellor Familiare socio CNCP, Membro dell’Esecutivo Regionale del CNCA e Referente “Infanzia, Adolescenza e Famiglie” per la Lombardia, Membro della Consulta del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Lombardia.

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Nell’ambito dei servizi alla prima infanzia vi è una crescente attenzione nel promuovere un approccio olistico allo sviluppo del bambino. Tuttavia, una parte significativa delle prassi educative tendono a focalizzarsi maggiormente su aspetti di natura mentalistica, come il linguaggio e la cognizione, considerati fattori critici per lo sviluppo socio-emozionale del bambino. Questa tendenza rischia di far trascurare la riflessione sul ruolo giocato dagli ”incontri tattili” che quotidianamente si attuano tra l’adulto e il bambino negli ambiti educativi e sul contributo che il contatto affettivo interpersonale può dare alla crescita psicologica del bambino. Pertanto, poiché il tocco affettivo costituisce uno dei principali canali della comunicazione umana, può essere rilevante riflettere sulle implicazioni educative che assume nella relazione con il bambino. A partire da queste considerazioni, la relazione prenderà in esame come gli ”incontri tattili” tra i bambini e coloro che se prendono cura possano aiutare a migliorare la comprensione dell’esperienza del bambino. Si discuterà inoltre dell’importanza di valorizzare il contatto affettivo interpersonale come uno dei fattori utili a promuovere lo sviluppo socio-emozionale del bambino.

Rosario Montirosso, Psicologo e psicoterapeuta. Responsabile del Centro 0-3 per il bambino a rischio evolutivo dell’IRCCS “E. Medea”- Associazione “La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini (LC).

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Il progetto nasce dalla necessità di integrare i diversi tipi di approccio alla persona e dalla possibilità di dare nuove forme di lettura e di gestione del paziente agli operatori delle strutture in cui lavora. Come Direttore sanitario de i Tulipani ha cercato di cogliere e trasformare, insieme al’équipe della casa alloggio, il disagio legato al limite dell’intervento terapeutico… dandosi una mano.

Isabelle Felicioni, medico psichiatra, psicoterapeuta e psiconcologa. Svolge la sua attività professionale sia con sedute di terapie individuali e familiari e all’interno di strutture sanitarie. Nel corso degli anni ha seguito diversi corsi di perfezionamento presso l’Università del Sacro Cuore di Roma e ha integrato il suo percorso analitico freudiano, junghiano e psicodinamico con approfondimenti nell’ambito della medicina tradizionale cinese e dell’ayurveda.

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Da decenni ormai siamo pienamente immersi in processi storico-sociali di forte e rapido cambiamento, legati in particolare all’intensificarsi e diversificarsi dei flussi migratori. Gli stravolgimenti epocali a cui stiamo assistendo (non ultimo l’impatto aggiuntivo della situazione pandemica da Covid-19), stanno mettendo a dura prova le forme, le possibilità e le modalità di accoglienza dell’Alterità da parte delle nostre istituzioni. Le molteplici forme di vulnerabilità e le nuove forme di sofferenza che questi processi rendono evidenti, rappresentano oggi una delle poste in gioco. E’ nell’incontro con questa molteplicità di dimensioni che la prospettiva antropologica è chiamata a impegnarsi e a portare il proprio contributo per entrare nelle pieghe del nostro disorientamento e trovarvi risorse capaci di sostenere l’apertura a nuovi orizzonti di senso e di operatività.
Come cogliere la complessità della storia di una persona considerando più matrici di senso? Come operare un continuo decentramento del punto di vista per comprendere e quindi co-costruire un’intenzione condivisa di scelte e percorsi?

Costanza Amici, antropologa e mediatrice etnoclinica. Lavora come formatrice, ricercatrice, supervisore e consulente nell’articolazione degli ambiti sociale, salute e migrazione con enti pubblici e privati. Sviluppa nel tempo la sua specifica operatività nel settore della Salute Mentale declinando la prospettiva antropologica con quella etnopsichiatrica.

Sabrina Flamini, antropologa medica e mediatrice etnoclinica. Svolge attività di formazione, ricerca e consulenza nell’articolazione degli ambiti sociale, salute e migrazione con enti pubblici e privati. Sviluppa nel tempo la sua specifica attività nella raccolta di storie di migrazione e della ricerca-intervento nell’ambito delle modificazioni genitali femminili.

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Gli effetti della pandemia e della Dad sulla salute mentale dei bambini e degli adolescenti potrebbero essere disastrosi secondo Stefano Benzoni, il neuropsichiatra autore di Figli fragili.

articolo pubblicato da Rivista Studio

In questi giorni l’attenzione dell’opinione pubblica si è concentrata sul drastico incremento degli accessi dei ragazzini in Pronto Soccorso per problemi autolesivi e crisi psicologiche assortite: “Ansia e depressione tra i ragazzi dopo un anno di teledidattica” titolava venerdì scorso il Corriere della Sera. Sicuramente lo stallo del sistema scuola imposto dalla pandemia ha avuto effetti a cascata disastrosi per le famiglie, che hanno spesso comportato anche un carico gravoso all’esperienza di vita dei figli e dunque anche al loro equilibrio mentale. Purtroppo “non è che la punta dell’iceberg di una sofferenza diffusa e insidiosa”: a sostenerlo è il dott. Stefano Benzoni, specialista in Neuropsichiatria Infantile e Psicoterapeuta, e autore di alcuni saggi importanti come Figli Fragili e L’Infanzia non è un gioco (entrambi editi da Laterza) e Partecipazione e Valutazione di esito nella Salute Mentale in età evolutiva (Erickson, 2020). Passando dall’analisi della Trauma Culture in cui siamo immersi fino alla necessità di un “Recovery Plan for Kids”, Benzoni risponde alle domande sugli effetti a lungo termine di questa emergenza con una lucidità lontana anni luce dalla rassicurante pedagogia for dummies che svolazza nei talk show.

Ci sono due immagini legate al rapporto tra minori e pandemia che sono diventate iconiche. La prima è quella di Anita, studentessa dodicenne della media Italo Calvino di Torino che l’autunno scorso protestava contro la chiusura degli istituto portando un sedia e un banco all’aperto davanti a scuola e seguendo da lì la didattica a distanza.
La pandemia ha messo a nudo la crisi storica del sistema scuola. In quale scuola vorremmo a tutti costi far tornare i figli? In che senso la didattica nella scuola è “in presenza”? In presenza di che? Che cosa se ne fa la scuola dei corpi degli studenti? In che senso l’educazione scolastica ha anche fare con i corpi, li include, li valorizza, ne educa la conoscenza, l’espressione e la saggezza? Purtroppo dovremmo constatare che fatta salva l’ora di educazione motoria, e il contentino anarchico dell’intervallo, la presenza del corpo degli studenti nella scuola è di norma ridotta a pratiche che tendono a neutralizzarlo (l’eterno dibattito sul dress code accettabile degli studenti delle superiori e delle divise per i bambini), a confinarlo (composti e seduti in banchi sadici) e a depersonalizzarlo.
Per esempio Ivano Gamelli – docente di pedagogia del Corpo alla Università Bicocca di Milano –  racconta in un suo libro recente (Non solo a parole, Cortina), della straordinaria importanza di rimettere il corpo al centro della nostra prospettiva pedagogica. Questo significherebbe aprirsi a esperienze didattiche che partano anche da una concezione nuova e più attuale degli spazi fisici della scuola, da ripensare appunto come luoghi nei quali i corpi degli studenti possono fare esperienze, non come contenitori da sterilizzare e ove impartire istruzioni dall’alto a classi composte e seriali.
Il paradosso così è che la protesta di Anita per la scuola chiusa mette in scena forse un messaggio opposto. Non tanto l’importanza che gli studenti ritornino fisicamente a occupare i loro banchi nelle classi, ma la prospettiva di una scuola che si apra, che raggiunga (metaforicamente e concretamente) gli studenti dove sono. Una scuola che colga in questa crisi epocale l’occasione per comprendere che solo un rinnovamento radicale della pedagogia, che riparta dalla valorizzazione della presenza fisica, potrà promuovere nei ragazzi gli anticorpi contro i rischi pressanti di un’alienazione digitale.

Il sovraccarico di stimoli digitali, dall’uso didattico del computer a quello ludico di telefonini e videogiochi sta cambiando il panorama psichiatrico dei suoi pazienti?
La pandemia ha mostrato che gli scenari utopici di Black Mirror non erano lontani e studiosi come Byung Chul Han, Frank Furedi e Arthmut Rosa (per citarne solo alcuni) ne avevano scritto anni fa. Già prima della pandemia, psichiatri e psicologi conoscevano bene il problema di teen e pre-teen che perdono ogni interesse per il mondo reale e si ripiegano  in cameretta, nel migliore dei casi sognando di diventare, un giorno, youtuber famosi. Il precipizio dell’isolamento tecnologico, la smaterializzazione delle amicizie in contatti e follower, la digitalizzazione dell’intera esperienza sociale di bambini e adolescenti, dal gioco ai primi abbocchi sessuali fino alle risse. Che farsene delle interazioni con il mondo reale, perché mai mettere in gioco un corpo possibilmente goffo e inadeguato, imperfetto e ignorante, se possiamo abitare mondi iperbolici dove tutto è sotto controllo? La pandemia ci ha permesso solo di assaporare – con il gusto amaro di una dieta  obbligata – gli effetti esasperati di un futuro prossimo.
Non dovremmo dimenticarci però che la strada verso questo futuro l’avevamo intrapresa volontariamente ad ogni giro di shopping pre-natalizio, ad ogni acquisto di tablet, smartphone e consolle, votando la prole al suo destino digitalizzato. Le cose dunque non solo probabilmente non cambieranno quando – come si dice – “questa cosa della pandemia sarà finita”, ma è probabile che l’ubriacatura tecnologica generi presto nuove dipendenze e nuove assuefazioni.
Gli scenari sono foschi perché la digitalizzazione dell’esperienza di vita ha assunto la forma di un sistema totalitario, che imporrà nuove e pervasive alienazioni. Per i nativi digitali di oggi l’idea stessa dell’agire del mondo, che è la base della nozione pubblica e privata responsabilità, sta rapidamente mutando. L’azione digitale è dilazionabile, differibile, reversibile. Undo, refresh, cancella messaggio inviato.

La seconda immagine è quella della mega rissa avvenuta a Gallarate l’11 gennaio. Botte da orbi tra ragazzini che si sono dati appuntamento sui social per un regolamento di conti non meglio specificato. Ce ne sono centinaia d’immagini così riprese dal telefonino, di risse tra adolescenti (o tra adolescenti e forze dell’ordine come è successo sabato a Milano durante le riprese di un videoclip trap) in questo ultimo anno di lockdown intermittenti…
Ci sono almeno due tipi di riflessioni, che mi paiono centrali. La prima è che questi fenomeni sembrano costituire una risposta, o una reazione alla rimozione collettiva del corpo  come veicolo di educazione, relazione e conoscenza del mondo. L’esplosione di risse pestaggi e violenza gratuita tra ragazzini potrebbe essere intesa come la controparte oscena della sterilizzazione dei corpi attraverso la tecnologia, dello stordimento collettivo attraverso giochi, relazioni e battaglie virtuali e “a distanza”. Specie, come abbiamo visto, in una società che propone – come sola alternativa pedagogica all’autoipnosi digitale – quella di un corpo dello studente da confinare docilmente al deschetto.
Non c’è molto da sorprendersi se la violenza costruita, affilata ed estetizzata in tutte le sue forme nel chiuso delle cameretta, dia periodico segno pubblico di sé  in qualche piazza. Ed è abbastanza evidente che la pressione sulle famiglie esercitata dalle diverse chiusure imposte dalla pandemia non può che aver amplificato questo fenomeno. La seconda riflessione riguarda più in generale il tema della violenza gratuita.

E qui torniamo a videogame, tablet e violenza digitale, giusto?
Certo, dobbiamo ammettere che in un mondo saturo d’immagini violente (sui media, ma – appunto – anche nei giochi elettronici e nelle serie) i ragazzini siano indotti ad una specie di anestesia, di indifferenza alla violenza. Ma è lecito chiedersi – come fa Mario Vergani, filosofo e autore di un interessantissimo saggio sulla responsabilità – se non sia invece l’indifferenza a generare violenza. «Fino a che punto», dice Vergani, «l’impersonalità seriale» tipica dei “dispostivi educativi […], che impongono la rimozione dei volti e dei corpi – una neutralità relazionale coerente con il nostro sistema economico che riduce l’uomo a strumento e a funzione – non comporta la rimozione dell’altro e dunque l’indifferenza?». La violenza cresce nell’anonimato dei volti di chi soffre, nella neutralizzazione dell’altro a mero e impersonale pannello, a nome e numero in una chat. Anche su questo fronte, si dovrebbe ammettere, la Dad sembra aver gettato benzina sul fuoco.

La fine dell’emergenza sanitaria legata al Covid corrisponderà alla fine dell’emergenza psichiatrica?
L’8 marzo 2020, il giorno prima del lockdown in Italia c’erano circa 2 milioni di bambini affetti da un disturbo neuropsichico. Circa un bambino su 20. Uno in ogni classe, per ogni fascia di età. Si intende bambini e adolescenti che avevano una vera e propria patologia, diagnosticata e “contata” nel sistema sanitario pubblico. A questi dobbiamo aggiungere quelli con disagio e problemi non riconosciuti come patologie, i loro fratelli, le famiglie e i genitori.
Per comprendere il peso di questa sofferenza basti ricordare che il suicidio è ancora oggi la terza causa di morte in adolescenza e che la metà dei pazienti che da adulti hanno un disturbo psichiatrico, avevano già un disturbo psichiatrico nell’infanzia. Da oltre dieci anni sul territorio nazionale registriamo un aumento costante di richieste, con un raddoppio degli accessi ambulatoriali, un aumento esponenziale degli accessi in Pronto Soccorso, dei ricoveri psichiatrici, delle istituzionalizzazioni a  lungo termine in comunità terapeutiche ed educative di bambini e adolescenti sofferenti. Ciò nonostante le risorse pubbliche dedicate alla salute neuropsichica dell’età evolutiva sono costantemente diminuite, con inevitabile aumento delle sperequazioni e impoverimento del sistema di cura, sempre più dispersivo e disomogeneo.
Il risultato è che solo 1 bambino  su 3 che ha bisogno di cure neuropsichiche trova spazio e accoglienza nel Servizio Sanitario. Accetteremmo una sanità pubblica che cura solo 1 bambino diabetico su 3, o un bambino su 3 con la leucemia? La pandemia è stata dunque uno tsunami che ha inondato un territorio allagato da anni, ma è almeno l’occasione per riportare attenzione su un tema troppo a lungo dimenticato.

Che ruolo possono avere i genitori? E la sanità nazionale? Servirà un piano speciale come per i vaccini?
Un piano nazionale sarebbe certamente cruciale ed è indispensabile destinare al campo della salute neuropsichica infantile risorse molto maggiori. Tuttavia la questione è molto complessa e vi è il rischio  che le risorse nutrano meccanismi dispersivi e disfunzionali. È necessario un coordinamento forte degli interventi che eviti soluzioni verticistiche con il rischio di alimentare sperequazioni, e di allocare risorse sulla base di priorità poco a fuoco.  Più in generale è necessario operare da subito per promuovere dal basso, nelle comunità, nei centri di cura, una cultura positiva della salute mentale, basata sulla valorizzazione dei punti di forza dei ragazzini e delle famiglie e sulla moltiplicazione dei fattori protettivi.
Inoltre, poiché la cura in questo campo è qualcosa che fai, non qualcosa che ricevi passivamente, è indispensabile che siano promossi sul territorio nazionale approcci collaborativi e partecipativi, per mettere davvero al centro della cura non le priorità del sistema sanitario ma l’idea ed i valori che ogni famiglia ha della propria vita buona.

Cosa immagini a lungo termine? Che traumi lascerà questa pandemia nei ragazzi?
Per quanto sia indubbio che questa pandemia abbia avuto un impatto disfunzionale e gravoso sule famiglie e sui figli anche dal punto di vista psicologico, il racconto collettivo di queste conseguenze ha preso pieghe preoccupanti. Oggi viviamo in una cultura medicalizzata che tende a porre enorme enfasi sul tema della vulnerabilità delle persone. È una vera e propria Trauma culture, che propone l’idea di traumi come processi quasi automatici, come reazioni meccaniche agli accidenti e agli imprevisti. Non deve sorprenderci che la pandemia abbia messo in moto una proliferazione di discorsi pubblici sulla traumatizzazione collettiva, seguiti da pratici decaloghi pret a porter della sofferenza e dei suoi rimedi standardizzati e a buon mercato. Su questo fronte sarebbe forse sensato che chi si occupa di questi temi, si impegnasse a farsi promotore di una cultura positiva della salute mentale, non solo della patologia.

Una cultura che dovrà essere comunicata con un messaggio pertinente. Quale dovrebbe essere?
Una delle espressioni più preoccupanti che ci ha perseguitato in questa pandemia è stata “Andrà tutto bene“. Chiara Scardicchio ci ricorda che in questa espressione – come nel proverbio “La speranza è l’ultima morire – si annida un’idea della nostra posizione nel mondo e nella storia oggi molto diffusa ma del tutto insidiosa. Oggi prevale la pretesa onnipotente e sguaiata che gli accidenti debbano essere vinti pena il nostro soccombere, che il mondo possa essere piegato alla rappresentazione che ne abbiamo, addomesticato alle nostre aspettative, ridotto al mito antropocentrico di una terra benevola e newage. Naturalmente – racconta Chiara – nei cartelli andrà tutto bene «è giusto riconoscere i segni di un umanissimo desiderio di condivisione e di appartenenza a una comunità che rincuori dalla paura». Tuttavia «l’errore è […] correre ad anestetizzare la ferita, impasticcandoci di artefatto ottimismo […] La domanda è come si fa a vivere nel presente della realtà, pur pieno di guai. Aspettare il futuro dell’immaginazione, finiti i guai, per tornare a vivere, è un’illusione alienante. Aggrapparci al nulla non è una buona idea per strapparci dal nulla».
Per quanto disastrosa questa esperienza potrà allora forse rendere ragazzi e famiglie più forti, se sapremo trarne le lezioni giuste, ad iniziare da una solida riflessione sulla nostra posizione nel mondo, e sul delirio collettivo dell’eterna giovinezza e di una idea medicalizzata della salute ad ogni costo. La vita in fondo dipende dal disequilibrio. È il disequilibrio continuo, il continuo danzare sul margine della crisi che genera soluzioni. È l’ombra che compare dove prima c’era il sole che spinge il ramo a protendersi dove incontrerà di nuovo la luce.

20210412 BenzoniJosmar Aguero ha 17 anni e vive a Torino. La fotografa Diana Bagnoli l’ha seguito in tutte le fasi della sua prima giornata in classe dopo sei mesi di chiusura delle scuole, il 15 settembre 2020 (Foto di Diana Bagnoli / Getty Images)

IN ITALIA Sono quasi 402.000 i minori in carico ai servizi sociali e di questi 77.493 sono vittime di maltrattamento
Sui 117 comuni per i quali è stata possibile una comparazione  EMERGE UN preoccupante AUMENTO DEL 14,8% dei casi
Questi i dati della seconda Indagine Nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia
realizzata da Terre des Hommes e CISMAI - Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia per l’Autorità Garante dell’Infanzia e Adolescenza

Finalmente l’Italia dispone di una fotografia nuova sulla dimensione della violenza sui bambini. La survey presentata oggi riporta dati riferiti al 2018 e costituisce la fonte più aggiornata sulla dimensione epidemiologica del maltrattamento sui minorenni nel nostro Paese. Per una porzione dei comuni interessati dalla ricerca (117 su 196) è stato oltretutto possibile effettuare un vero e proprio monitoraggio, primo e unico caso ad oggi per l’Italia, da cui emerge un aumento del fenomeno. I dati ritraggono una realtà drammatica con cui istituzioni e policy maker, nonché la comunità tutta, devono confrontarsi, adottando un approccio critico che parta dal riconoscimento dell’importanza dei dati oggettivi ed istituzionali nella definizione di politiche di prevenzione.


Aprile 2021, Sono 401.766 i bambini e ragazzi presi in carico dai servizi sociali in Italia, 77.493 dei quali sono vittime di maltrattamento. Questi i primi e pesanti dati che emergono dalle pagine della seconda Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, condotta da Terre des Hommes e CISMAI, per l’AGIA.

L’indagine, realizzata tra luglio 2019 e marzo 2020, su dati del 2018, si conferma un’esperienza robusta e significativa dal punto di vista statistico: ha infatti coperto un bacino effettivo di 2,1 milioni di minorenni residenti nei 196 Comuni italiani coinvolti e selezionati dall’ISTAT.

La forma di maltrattamento principale è rappresentata dalla patologia delle cure (incuria, discuria e ipercura) di cui è vittima il 40,7% dei minorenni in carico ai Servizi Sociali, seguita dalla violenza assistita (32,4%). Il 14,1% dei minorenni è invece vittima di maltrattamento psicologico, mentre il maltrattamento fisi­co è registrato nel 9,6% dei casi e l’abuso sessuale nel 3,5% .

Se ad essere seguiti dai Servizi Sociali, in generale, sono più i maschi, bambine e ragazze sono invece più frequentemente in carico per maltrattamento (sono 201 su 1000, rispetto a 186 maschi). Anche gli stranieri lo sono di più rispetto agli italiani: ogni 1000 bambini vittime di maltrattamento 7 sono italiani, 23 stranieri.

Questa seconda Indagine ha modificato, ampliandola, la griglia di raccolta dati utilizzata in passato, consentendo di esplorare nuovi aspetti del fenomeno; sappiamo così che i minorenni vittime di maltrattamento multiplo sono il 40,7% e nel 91,4% dei casi il maltrattante afferisce per lo più alla sfera familiare (genitori, parenti stretti, amici dei genitori, ecc.).

Quanto alla fonte della segnalazione del maltrattamento, per la maggior parte dei casi, è l’autorità giudiziaria ad attivarsi in tal senso (42,6%). Seguono agli ultimi posti ospedali e pediatri.

L’intervento dei servizi sociali risulta più frequente al Nord che al Sud e nel 65,6% dei casi ha una durata maggiore di 2 anni.  Di fronte a queste segnalazioni i principali interventi adottati dai Comuni sono l’assistenza economica e l’assistenza domiciliare (rispettivamente per il 28,4% e 23,9% dei casi, ossia un totale del 52,3% dei casi), a cui si ricorre molto di più rispetto all’allontanamento del minore dal nucleo famigliare (in totale il collocamento in comunità e l’affido famigliare si attestano sul 35%).

Grande novità introdotta dall’Indagine è la possibilità di comparare i dati relativi al maltrattamento sui bambini e gli adolescenti su un campione di 117 comuni che avevano preso parte anche alla rilevazione del 2015 (dati 2013). I dati raccolti raccontano un aumento del fenomeno sotto ogni profilo: cresce infatti sia il numero dei minorenni in carico ai Servizi in generale, sia di quelli in carico per maltrattamento. Parliamo di un +3,6% di bambini e ragazzi in carico ai servizi sociali in generale e di un + 14,8% di bambini e ragazzi in carico perché maltrattati.

LE NOSTRE RACCOMANDAZIONI

L’indagine, dettata dalla necessità di allineare l’Italia agli altri Paesi e rispondere alle raccomanda­zioni internazionali e alle sollecitazioni del Comitato ONU per i diritti dell’Infanzia, dimostra che anche nel nostro Paese è possibile realizzare una raccolta dati sul maltrattamento significativa in termini quantitativi e qua­litativi e un monitoraggio sull’andamento del fenomeno.

I rappresentanti delle Istituzioni e i policy maker hanno il dovere di confrontarsi con il fenomeno della violenza sui minori e assumersi la responsabilità di affrontare il problema in maniera sistematica e prioritaria.

Terre des Hommes e CISMAI si rivolgono al Governo italiano affinché si faccia carico dell’istituzione di un sistema informativo nazionale permanente di raccolta dati sul maltrattamento e promozione di banche dati sul fenomeno.

L’Indagine costituisce una proposta concreta affinché anche il nostro Paese possa adottare politiche efficaci contro la violenza in danno di bambini e bambine, a cominciare dalla messa in atto di adeguati strumenti conoscitivi e di azioni di prevenzione di un fenomeno che insiste in modo preoccupante su tutto il territorio.  Le due organizzazioni ricordano che esiste già uno strumento istituzionale che potrebbe rispondere a questo obiettivo, ossia il Casellario dell’Assistenza che, con minimi adeguamenti, potrebbe svolgere una puntuale e permanente rilevazione del fenomeno.

“Siamo estremamente orgogliosi di questo lavoro di ricerca sul maltrattamento, che condotto con metodologia scientifica è un unicum nel panorama italiano. Ci preoccupa al contempo lo scarso interesse dimostrata dalle Istituzioni. Il nostro impegno insieme a CISMAI non terminerà certo qui, continueremo a lavorare alla raccolta di dati e al monitoraggio del fenomeno e continueremo a spronare le Istituzioni affinché dedichino la dovuta attenzione a questo problema.” Dichiara Donatella Vergari, Presidente Terre des Hommes, “L’infanzia deve tornare ad essere una priorità delle agende politiche per garantire diritti, protezione e cura a tutti i bambini, specialmente ai più fragili. E l’ideazione e programmazione di politiche efficaci passa necessariamente da una valutazione scientifica e continuativa dei dati. Ne va del benessere, della cura e dei diritti dei nostri bambini e delle nostre bambine e quindi anche del futuro del nostro Paese”.

"Da tempo esistono Leggi e Piani con i quali il Governo ‘si impegna nel reperimento dei dati relativi a questo fenomeno e nella mappatura dei servizi e delle risorse disponibili nel settore' (Piano 2000-2001), ma sono rimasti tutti senza seguito. Così come senza alcun seguito sono rimaste le raccomandazioni del Comitato ONU all’Italia perché adotti un sistema nazionale di raccolta dei dati.” Afferma Giovanni Visci, Presidente di CISMAIAlmeno due gli aspetti macroscopici dell'indagine pubblicata oggi che richiamano la nostra attenzione: il numero rilevante di minori seguiti dai Servizi Sociali e quelli maltrattati tra questi; tra le fonti di segnalazione del maltrattamento, Ospedali e Pediatri continuano ad essere latitanti. Rivolgiamo un appello affinché questa sia l’ultima  indagine che viene proposta da CISMAI e TERRE DES HOMMES nel silenzio delle Istituzioni e ci auguriamo che presto sia predisposto un sistema di monitoraggio nazionale che consenta davvero di programmare i servizi a tutela dei minori di età"

Leggi il rapporto 

 

Il CISMAI da 27 anni lavora per la prevenzione, il riconoscimento e la valutazione delle forme di maltrattamento, violenza e abuso a danno di bambine, bambini e adolescenti, per individuare e diffondere le procedure adatte a intervenire nelle famiglie, per offrire agli operatori coinvolti gli strumenti di tutela e sostegno.
Terre des Hommes dal 1960 è in prima linea per proteggere i bambini di tutto il mondo dalla violenza, dall’abuso e dallo sfruttamento e per assicurare a ogni bambino scuola, educazione informale, cure mediche e cibo. Attualmente Terre des Hommes è presente in 67 paesi con 816 progetti a favore dei bambini. La Fondazione Terre des Hommes Italia fa parte della Terre des Hommes International Federation, lavora in partnership con EU DG ECHO ed è accreditata presso l’Unione Europea, l’ONU, USAID e il Ministero degli Esteri italiano - Agenzia Italiana per la Cooperazione Internazionale (AICS). Per informazioni: www.terredeshommes.it
Per maggiori informazioni e richiesta di interviste, contattare: CISMAI Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. +39 3406288237
Terre des Hommes Italia Anna Bianchi, Ufficio Stampa Terre des Hommes Italia, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.;  +39 3341691927

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CISMAI

Solidando, il supermercato solidale di iBVA, dall'8 marzo raddoppia i suoi sforzi. Lo annunciano dallo storico ente no profit milanese di via Santa Croce 15, proprio mentre i numeri dell'emergenza alimentare in città continuano a crescere, e le stime parlano di una richiesta di sostegno quasi raddoppiata negli ultimi mesi.

A Solidando le famiglie in difficoltà economica possono fare la spesa gratuitamente, come in un normale supermercato, pagando poi con una tessera a punti. Un modello di sostegno alimentare attivo dal 2016, che grazie al suo assetto organizzativo, ha permesso alla struttura di rimanere aperta anche durante i periodi di lockdown. Per questo Solidando è rientrato ufficialmente per il 2021 nel “secondo dispositivo di aiuto alimentare” dell’Ufficio Food Policy del Comune di Milano. E a tal proposito ha deciso di rilanciare.

"Se una cosa è certa è che nei prossimi mesi, da una lato la crisi sanitaria potrebbe risolversi, ma dall'altro quella economica no, e le povertà - a noi piace declinarle sempre al plurale - saranno destinate a persistere se non a incrementare" spiega il direttore Matteo Ripamonti. "Per questo motivo ci è stato chiesto dai nostri partner d'implementare gli sforzi nell'immediato futuro, e così dall'8 marzo a Solidando raddoppieranno le ore di apertura, raddoppierà la merce a disposizione, raddoppierà l'utenza che accoglieremo e raddoppieranno i volontari per gestire il tutto. Uno sforzo non indifferente, ma a cui non potevamo sottrarci".

Uno sforzo possibile grazie al sostegno materiale di IMPact Foundation, partner del progetto.

IMPact Foundation è la fondazione d’impresa attraverso cui si realizza la corporate philanthropy di IMPact SIM, impresa specializzata in risparmio gestito nata nel 2018 dall’idea di Fausto Artoni, Stefano Mach e Gherardo Spinola, la quale si caratterizza per aver adottato, sin dalla sua nascita, un modello aziendale a forte vocazione sociale. Lo Statuto di IMPact SIM prevede infatti che almeno il 50% degli utili annuali distribuibili siano destinati, in modo vincolante, a finanziare iniziative ad impatto sociale. IMPact Foundation nasce dunque per essere lo strumento filantropico giuridicamente indipendente attraverso cui dare sistematicità strategica ed operativa al perseguimento degli obiettivi di corporate philanthropy di IMPact SIM.

"La crisi sanitaria, poi diventata crisi economica, ha rapidamente acuito forme di povertà già esistenti. I numeri sulle famiglie a Milano in condizioni di emergenza alimentare sono aumentati negli ultimi mesi in modo drammatico, soprattutto a causa della perdita del lavoro" racconta Gherardo Spinola, Presidente di IMPact Foundation. "Tante persone, ritrovatesi improvvisamente in condizioni d'indigenza hanno dovuto chiedere aiuto anche per il cibo. La decisione di sostenere il progetto di iBVA è stata per noi molto naturale. Riteniamo che garantire la sicurezza alimentare in momenti di forte crisi, come quello che stiamo vivendo, sia imprescindibile per permettere a padri e madri di famiglia di rimettersi in piedi, dando loro la possibilità di liberare, almeno in parte, il budget familiare per investire nella formazione e nella ricerca di nuovi posizionamenti nel mercato del lavoro, elemento per noi centrale, in ragione del focus strategico di IMPact Foundation sulla lotta alla disoccupazione."

"Senza il supporto di IMPact Foundation non ce l'avremmo fatta, ma anche senza il supporto dei volontari e degli operatori, che da lunedì 8 consentiranno un incremento così cospicuo delle nostra portata d’azione assistenziale" conclude Ripamonti. "È la dimostrazione di quanto un dialogo fra mondo profit e no profit possa essere possibile, e soprattutto proficuo. Questo dialogo è la strada indicata da molti come quella più promettente per fronteggiare la crisi che ci è caduta addosso. E noi siamo contenti di essere in cammino".

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