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Laboratori per le devianze giovanili di stampo mafioso

I laboratori di formazione di Catania e Palermo, tra il 2016 e il 2017, rivolti a operatori della Giustizia Minorile, degli Enti Pubblici e del Terzo Settore, hanno tentato di misurarsi con i “saperi professionali”, variamente impegnati a fronteggiare i fenomeni mafiosi, per così dire, “minorili”. La complessità del fenomeno, infatti, rende subito evidente la vanità di relegare tutti gli sforzi in attività eminentemente repressive.
In particolare, si è trattato di avvicinare e di attraversare le aree dell’intervento educativo ritenute tra le più cruciali nel lavoro con i ragazzi connotati da appartenenza a contesti di criminalità organizzata, per suggerire, indicare e condividere strategie e progettazioni capaci di proporsi come percorso di decostruzione del dispositivo pedagogico mafioso, connotante gli itinerari di crescita dei ragazzi delle mafie.
È intenzione delle giornate-studio riconoscere e di mettere a disposizione le buone pratiche sociali ed educative che, fuori e dentro la Giustizia Minorile, in questi anni sono riuscite a raggiungere esiti di cambiamento stimati come significativi, a fronte di storie di adolescenti devianti comunemente ritenute refrattarie al trattamento.

Speakers
Piero Avallone, Magistrato Tribunale per i Minorenni di Napoli
Lirio Abbate, giornalista Espesso
Enzo Ciconte, Storico, Università Roma Tre e Padova, Deputato X leg.,
Angela Iantosca, Giornalista, scrittrice
Michele Gagliardo, Responsabile nazionale della formazione, LIBERA
Matteo Luzza, Testimone di mafia
Francesco Micela, Presidente Tribunale per i Minorenni di Palermo
Maria Francesca Pricoco, Presidente Tribunale per i Minorenni di Catania
Gemma Tuccillo, Capo  del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità

Contatti
Direzione Generale della Formazione
Ufficio stralcio- ICF
Via Giuseppe Barellai, 140 - 00135 Roma
centralino 06 303311

Il programma

Mafie Giornate Studio ottobre 2017

L’ambiente di crescita delle nuove generazioni è necessariamente caratterizzato dalla virtualizzazione delle esperienze e delle relazioni. La vita nel digitale non costituisce un simulacro del vivere concreto, ma tende piuttosto a determinare le condizioni stesse entro le quali posizionare il significato di ciò che accade e disporre le prospettive di ciò che accadrà.

Diverse però, e diversamente articolate, sono le competenze in gioco nell’uso del digitale: esiste un evidente divario tra gli adulti e gli adolescenti e, ancor più, tra questi e i cosiddetti ‘nativi digitali’. L’utilizzo virtuoso delle potenzialità del mondo digitale richiede un’idonea formazione per distinguere le opportunità dai rischi. Gli adulti non possono sottrarsi dal compito di accompagnare i giovani in questo percorso.

Le recenti normative in tema di ‘cyberbullismo’ individuano i pericoli potenzialmente presenti nel web e raccomandano buone prassi per sostenerne l’uso consapevole. Questo convegno vuol essere un primo passo di approfondimento e di riflessione a più voci per la costruzione di un sapere comune che possa favorire lo sviluppo di una rete tra gli operatori sanitari, le agenzie educative e i servizi attivi a tutela dei minori.

SEDE: Aula Magna Università degli Studi di Milano – via Festa del Perdono, 7 – 20122 Milano 

Il programma

Ore 9.00-13.00 Sede: ASP - Associazione di Studi Psicoanalitici, Milano – Via Pergolesi 27

L'argomento proposto riguarda la controversa questione sul tema del trattamento all'interno dell'Istituto di Pena, e sugli aspetti che sono di ostacolo alla costruzione e al mantenimento della relazione terapeutica. Cornice preliminare alla riflessione è fornire un inquadramento dell'istituzione carceraria, luogo di scissioni non solo tra le aree deputate al "trattamento", ma anche governate da mandati istituzionali differenti e, talvolta, difficilmente coniugabili, l'uno quello della "cura", l'altro quello della "custodia/sicurezza", scissioni facilmente ritrovabili anche nei più recenti dibattiti che coinvolgono la società, e che riguardano il senso della pena ed il suo rapporto con il rispetto dei diritti fondamentali dell'essere umano (di cui la cura del corpo, nei casi estremi di insorgere di malattia, fa parte).

La mattinata auspica di stimolare la riflessione intorno a quali dispositivi di cura può farsi promotore un pensare "psicoanaliticamente orientato", all'interno di équipe di lavoro multidisciplinari collocate nel più ampio contenitore dell'Amministrazione Penitenziaria. Ciò non può prescindere anche dalla necessità di riflettere intorno a quali strumenti sono necessari all'analista per poter mantenere un'identità professionale, laddove le forze spersonificanti del contesto inducono il soggetto (sia esso operatore che paziente) alla regressione all'ambiguità e all'indifferenziazione. Come difendersi dalle "inquietudini perturbanti", e trovare il modo di sottrarsi alle facili collusioni indotte dal contesto penitenziario è ciò a cui intende rispondere tale proposta.

Tra gli interventi, credo sia di straoridnaria rilevanza e freschezza il pensiero di Luca Alici, filoso, che rifletterà intorno al tema proposto. ci sarà inoltre la breve presentazione di esperienze cliniche in caceri differenti, l'una all'interno dalla Casa Circondariale di Bergamo (presentata dalla dr.ssaGrazia Fortunato), l'altra nella Casa di Reclusione di Milano Bollate (presentata da me).

In particolare, le esperienze vogliono essere stimolo per una più ampia riflessione rispetto agli spazi intermedi della cura, interrogando il clinico sulla possibilità (o impossibilità?) di costruire contenitori dove sia operante la funzione analitica volta a facilitare la costruzione di un più ampio campo terapeutico.

Nell'allegato troverete tutte le informazioni necessarie e di sotto il link al sito dell'evento

http://www.associazionestudipsicoanalitici.it/it/16-eventi/sabati-asp/70-sabato-asp-11-novembre-2017.html

Il programma

Orario: 9:00-15:00 
Sede: GAM - sala conferenze C.so Galileo Ferraris 30 Torino

Di fronte a quadri psicopatologici importanti nella vita di un adolescente spesso si evidenzia la necessità di un periodo di distacco del ragazzo/a gravemente “sintomatico” dal suo contesto di vita familiare. I genitori sono terribilmente confusi e ambivalenti rispetto alle problematiche del figlio e oscillano tra il disinvestimento e la resa di fronte a questa drammatica situazione e la rabbia e l’attacco colpevolizzante verso la sua incapacità e inettitudine. L’adolescente appare come completamente ritirato e chiuso ad ogni sollecitazione circa il cambiamento piuttosto che attivamente conflittuale e spesso violento nei confronti dei genitori stessi.

“Quando l’adolescente utilizza queste modalità per segnalare il suo profondo malessere intensifica apidamente o brutalmente il suo messaggio di  allerta se non ottiene una risposta chiara e sollecita. Questo messaggio di allerta parla del sentimento di impossibilità di un autonomizzazione senza un rischio di rottura e di separazione definitiva. È probabilmente il testimone di un “blocco” nel processo di differenziazione tra il figlio ed i genitori. Questa grave difficoltà può essere riferita a sua volta al blocco che è probabilmente ancora in atto, sebbene in forma “criptata”, tra uno o entrambi i genitori rispetto alle famiglie di origine. Esso  fa quindi eco ad una importante problematica di fiducia intergenerazionale” – Elida Romano

L’ipotesi di lavoro che orienta la progettualità terapeutica e che vorremmo presentare in questo incontro è fondata sull’idea che il momento drammatico della “crisi” dell’adolescente (depresso, autolesionista, violento, ritirato) costituisca paradossalmente un momento favorevole per la presa in carico: la famiglia è completamente disorientata e bisognosa di un contenimento e di un supporto, l’adolescente è acutamente sofferente e può sentire la necessità di uno spazio di tregua e di ascolto all’esterno del
contesto familiare. Si apre così una “finestra di plasticità” nella famiglia in cui i servizi di cura possono mettere in campo una proposta d’intervento che coinvolga adolescente e genitori in modo efficace. Superato il momento acuto della crisi c’è il rischio che il sistema familiare ritorni all’equilibrio precedente, sebbene gravemente deficitario, che finisce per “mettere un coperchio” sulle questioni evolutive e relazionali non risolte.

Il programma

Torino, 12 ottobre 2017. Il giorno dopo la tappa romana, la ricerca nazionale “Conoscere per agire. Violenza ed aggressioni contro gli assistenti sociali”, promossa dal Consiglio nazionale degli Assistenti Sociali, dalla Fondazione Nazionale Assistenti Sociali e da numerosi Ordini regionali, tra i quali quello del Piemonte, è stata presentata nel capoluogo regionale, presso il Campus Luigi Einaudi.

Nell’intensa mattinata hanno preso parte oltre ai ricercatori Alessandro Sicora, Mara Sanfelici, Urban Nothdurfter, anche i rappresentanti della politica e dei sindacati, come Augusto Ferrari (Assessore alle Politiche Sociali della Regione Piemonte), Graziella Rogolino (Segreteria CGIL Piemonte),  Marco Bertoluzzo (coordinamento degli Enti gestori delle funzioni socio assistenziali della Regione Piemonte), Barbara Di Cursi (Associazione per la salute mentale “Il Bandolo”), Marilena Dellavalle (Università di Torino) e Chiara Bertone (Università del Piemonte Orientale).

«La ricerca - dichiara Barbara Rosina (Presidente Ordine Assistenti Sociali del Piemonte e coordinatrice tecnica della ricerca) - è stata condotta su un campione di oltre 20 mila professionisti, quasi la metà dei 42 mila assistenti sociali italiani. I piemontesi coinvolti sono stati oltre il 62% del totale degli iscritti nella Regione, una percentuale fortemente rappresentativa della realtà locale».

«A fronte di episodi resi noti dalla cronaca giornalistica, abbiamo sentito l’urgenza di indagare un fenomeno fino ad ora perlopiù nascosto e tenuto nel segreto dei nostri uffici. Abbiamo ritenuto che fosse giunto il momento di parlare di cose scomode e che fanno paura. Prima della ricerca, ci domandavamo quanto l’esposizione al disagio dei professionisti facesse sì che anche gli episodi di aggressività potessero essere collocati in un contesto di normalità. E, quindi, taciuti e sottaciuti».

«I colleghi ci hanno raccontato, in passato, di automobili di servizio vandalizzate: vetri frantumati, righe sulle portiere, serrature danneggiate, autoradio rubate. In alcune occasioni abbiamo avuto modo di raccogliere narrazioni su episodi nei quali ricordavano di essere stati minacciati con la frase “prima o poi anche lei dovrà uscire dall’ufficio”, di aver visto compagni di ufficio aggrediti e di essere stati inseguiti. La violenza spesso viene utilizzata laddove il cittadino crede che gli stia stato negato un diritto esigibile, ad esempio dopo aver ricevuto un diniego ad una domanda, come quella di contributo economico»

«La conoscenza di tali situazioni ha permesso l’acquisizione di una iniziale consapevolezza dell’alta frequenza di episodi di violenza a danno degli operatori dei servizi sanitari e sociali, anche se, fortunatamente, solo in pochi casi gli esiti sono così tragici da interessare la cronaca nera. Era necessario avere conoscenza maggiore e documentata di tali situazioni e per tale motivo è stata avviata la ricerca nazionale. Questa ha permesso di comprendere quanto sia diffusa questa forma di violenza, quali siano le caratteristiche del fenomeno, le strategie utili a prevenirla e quelle per minimizzare il rischio a cui è sottoposto chi opera nei servizi alla persona, quale supporto possa essere fornito alle vittime di aggressioni, quali le conseguenze e le possibili strategie di fronteggiamento del fenomeno». 

Nel corso della propria esperienza professionale solo poco più di un assistente sociale su dieci (11,8%) non ha mai ricevuto minacce, intimidazioni o aggressioni verbali. Ben tre professionisti su venti (il 15,4%) hanno subito una qualche forma di aggressione fisica; l’88,2% è stato oggetto di violenza verbale, mentre il 61% ha assistito ad episodi di violenza verbale contro i colleghi. Ed ancora: l’11,2% ha subito danni a beni o proprietà addebitabili all’esercizio della professione; il 35,8% ha temuto per la propria incolumità o quella di un familiare a causa del lavoro.

Questi sono alcuni dei dati emersi a livello nazionale. Lo scenario descritto dalla ricerca è sconcertante, così come le testimonianze raccolte, destando forte preoccupazione in Rosina: «È indubbio che i servizi sociali abbiano forze inadeguate rispetto ai cambiamenti in atto ed alle nuove esigenze e spesso non riescono ad esercitare nel modo dovuto il ruolo di accoglienza del disagio, di accompagnamento e di supporto. Sono necessari, e non più rinviabili, interventi per sostenere l’intero sistema dei servizi: le soluzioni delle criticità non possono essere delegate agli operatori che sono privi delle necessarie risorse economiche e degli strumenti necessari senza le quali è impossibile mettere in atto azioni efficaci».

«Come ha affermato ieri Gianmario Gazzi (Presidente del Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali) - ricorda Rosina - occorre monitorare il fenomeno, intervenire sui protocolli di sicurezza e sulla formazione. È fondamentale agire a sostegno della professione, perché non tutelare gli assistenti sociali significa anche non tutelare i cittadini e le istituzioni rispetto ad una domanda che aumenta, ma che non trova risposta».

Carmela, Francesca Longobardi, Consigliere CROAS Piemonte – addetto stampa / Tel: 333.4896751

testata oasp 2015

 

Torino, 2 ottobre. “È una buona notizia che l’iniziativa itinerante con lo slogan “I bambini sono maschi, le bambine sono femmine, #Stopgender nelle scuole” - promossa dalla associazione Generazione Famiglia, insieme a CitizenGO e che nei giorni scorsi ha toccato varie città italiane - non abbia fatto tappa a Torino. Al capoluogo piemontese è stato fortunatamente risparmiato dover assistere alla riproposizione della campagna no gender che si fonda sulla convinzione che genere e sesso si equivalgano e sull’idea che vi siano attori esterni alla famiglia, come l’istituzione scolastica, che vogliano indurre le nuove generazioni a percepirsi maschi se femmine piuttosto che femmine se maschi. Quasi come se ci fosse in atto un’operazione di convincimento alla transessualità e come se questa potesse anche sortire degli effetti sui loro figli”.

Così Barbara Rosina, Presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte, si pronuncia sull’argomento.

Concordiamo in pieno con le associazioni LGBTI - aggiunge - quando dichiarano che la teoria gender non esiste. Condividiamo il loro approccio non semplicistico. Le teorie di genere, categoricamente al plurale, studiano il modo in cui uomini e donne vedono se stessi e si pongono in relazione, così come i ruoli che ne discendono in quanto costruzione sociale e risultato anche del processo di socializzazione. Negare l’esistenza dei vari studi di genere e delle risultanti teorie vorrebbe dire rifiutare la presenza di culture diverse e non considerare l’evoluzione delle società. Ecco perché appoggiamo #MaQualeGender, l’iniziativa di Arcigay di risposta al fenomeno no-gender o anti-gender”.

Barbara Rosina si esprime sull’autodeterminazione, affermando che la posizione sulla questione "no gender" è strettamente correlata a tale principio. 

L’autodeterminazione - spiega ancora Rosina - è il diritto delle persone a prendere strade che altri, anche i propri genitori, potrebbero ritenere sbagliate. L’identità sessuale è oggetto di autodeterminazione nella misura in cui si crede che le persone possano essere liberamente chi sono e non nella falsa credenza che essa sia frutto di una volontà predeterminata”.

Sono gravissime e da respingere la affermazioni di Generazione Famiglia che, sul proprio portale, afferma che “con la scusa di contrastare gli stereotipi di genere e diffondere tolleranza e rispetto – fini in sé più che condivisibili – si entra nelle scuole ad insegnare che l’identità sessuale è fluida e può essere oggetto di autodeterminazione, quasi che si potesse “creare” la propria identità”.

 

Desta forte preoccupazione, per la presidente degli assistenti sociali del Piemonte, “che si possa mettere in discussione la necessità di contrastare gli stereotipi di genere. Sono state portate alla ribalta dai media diverse situazioni nelle quali giovani cittadini hanno commesso gesti estremi non riuscendo a tollerare il peso delle continue e pressanti offese e messe in discussione della loro identità”.

Ecco perché l’intera comunità degli assistenti sociali del Piemonte rivolge un appello a tutte le Istituzioni – conclude Rosina – per una loro presa di posizione ferma e decisa per evitare che quelle tragedie che hanno stravolto l'esistenza di interi nuclei familiari, di amici e conoscenti, non abbiano mai più a ripetersi”.

Carmela Francesca Longobardi – Consigliere CROAS Piemonte / addetto stampa tel: 333.4896751

Giornata Nazionale della Psicologia e Mese della Psicologia
Il 6 ottobre e per tutto il mese studi aperti e iniziative

Torna per la seconda edizione la Giornata Nazionale della Psicologia, istituita dal Consiglio Nazionale della Psicologia l'anno scorso per favorire il confronto e la sensibilizzazione sulle tematiche della professione psicologica. “Persone e relazioni: periferie esistenziali” il tema del 2017, per l'occasione l'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna ha deciso di estendere a tutto il mese di ottobre iniziative e incontri, creando il Mese della Psicologia per le iniziative organizzate dai propri iscritti. E la risposta delle psicologhe e degli psicologi è stata forte: sono infatti oltre cento i convegni e gli studi aperti per una prima consulenza psicologica gratuita in tutta l'Emilia-Romagna (elenco completo, in corso di aggiornamento, disponibile qui: https://www.ordpsicologier.it/calendar.php?fr=&to=&pc=&t_5=iscritto&kw). Appuntamento centrale la Tavola Rotonda che si svolgerà venerdì 6 ottobre alle 18:15 presso l'Oratorio San Filippo Neri in via Manzoni 5 a Bologna, a ingresso libero e aperta alla cittadinanza. Una occasione di incontro e confronto che verrà introdotta dal saluto dell'Arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi.

Quello delle periferie esistenziali è un argomento di grande attualità e trasversalità, di interesse anche per Sua Eminenza. Il tema del disagio sociale è infatti di primaria importanza in relazione alle periferie, dimenticate o trascurate. Non soltanto quelle geografiche, ma soprattutto le “periferie esistenziali”, i “luoghi lontani dell’animo”, di chi è emarginato dalla società, di chi non ha orizzonti di vita, di chi è lacerato da tensioni e conflitti, di chi non riesce a far fronte alla complessità del quotidiano, riscontrabile anche nel disagio di molti giovani ed adolescenti. Ecco quindi l'importanza della figura dello psicologo, il cui obiettivo è quello di mettere al centro la persona e di promuovere relazioni improntate alla reciprocità, volte al miglioramento esistenziale e a una nuova progettualità di vita.

Prima dell'evento dedicato alla Giornata Nazionale della Psicologia, si terrà la cerimonia di accoglienza dei nuovi iscritti all’albo del 2017, durante la quale verrà consegnato l’attestato d'iscrizione e il volume "Il Codice Deontologico degli Psicologi" (Calvi-Gulotta, Ed. Giuffré).  
Alle 18:15 inizierà la Tavola Rotonda “Persone e Relazioni: Periferie Esistenziali”, coordinata da Anna Ancona, Presidente dell'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna, che sarà aperta dai saluti di S.E. Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna. Partecipano alla Tavola Rotonda: Clede Maria Garavini, Garante Regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, Laura Baccaro, Psicologa, Criminologa, Docente a contratto presso il Campus Universitario CIELS sede di Padova e di Milano e l’Università Internazionale di Roma, Presidente Associazione Psicologo di strada, Luca Mazzucchelli, Psicologo, Psicoterapeuta, Vicepresidente Ordine Psicologi Lombardia, Direttore della rivista “Psicologia contemporanea”, Sandra Zampa, Deputata, Vicepresidente Commissione Parlamentare Infanzia e Adolescenza.

 

Ufficio Stampa Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna
a cura di Rizoma | Studio Giornalistico Associato | tel. 0510073867
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. | cell. 3295368348 | cell. 3396203365

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