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In occasione del trentennale della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna esprime la propria posizione sulla tutela dei diritti dei minori.

La Convenzione ha marcato un cambiamento fondamentale per bambini e adolescenti, considerati non più come meri soggetti da tutelare e proteggere, ma come titolari di diritti, persone con proprio valore e dignità. Di notevole rilevanza i due principi ripresi da convenzioni e norme successive: il superiore interesse del bambino e il riconoscimento del diritto del minore di essere ascoltato. Ogni limitazione dei diritti genera a livello individuale e sociale profondo malessere e traumi che possono durare nel tempo, anche per generazioni. Il nostro agire professionale è quindi fondamentale per la riduzione delle conseguenze causate da ogni violazione dei diritti umani, e per la promozione dei diritti stessi.

Gli psicologi, in quanto professionisti della salute che operano nei diversi ambiti relativi all’età evolutiva, hanno il compito di proteggere e promuovere il diritto alla salute di bambini e adolescenti, diritto garantito dalla nostra Costituzione e definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”. Ciò comporta l’impegno a tutelare e promuovere le potenzialità della persona di minore età, contribuendo alla predisposizione delle condizioni necessarie per favorirne lo sviluppo nel migliore dei modi. Diritti dei minori e doveri degli adulti, in questo caso, non vanno posti in antitesi: devono essere tutelati, infatti, i “diritti relazionali”.  Il diritto di ogni bambino di essere allevato nell’ambito della propria famiglia di origine corrisponde al diritto dei genitori di realizzare la propria genitorialità in modo competente, efficace e gratificante.

Dare risposta ai bisogni psicologici di crescita garantisce la prevenzione delle diverse e pervasive forme di maltrattamento e trascuratezza a cui sono esposti, ancora oggi, molti bambini nella nostra realtà regionale.

Ascoltare il minore nelle diverse situazioni di vita ed in specifico in condizione di trascuratezza o di maltrattamento e la sua famiglia in stato di vulnerabilità è un lavoro tecnicamente molto complesso. Occorre, infatti, comprendere che cosa nascondono silenzi, paure, negligenze e inadeguatezze e far emergere elementi che aiutino a capire in modo oggettivo l’entità del malessere e se c’è vittimizzazione.

È opportuno comunque precisare che in alcuni casi di grave maltrattamento e abuso è necessario individuare, a protezione del minore, alternative all’ambiente familiare. In questi casi l’istituto dell’affido può talvolta essere lo strumento elettivo per preservare il benessere del bambino e dell’adolescente e rappresentare l’unica risposta riparativa possibile alla sofferenza.

In queste situazioni è utile che lo psicologo sostenga tutti gli attori coinvolti svolgendo, con coscienza, competenza e dedizione, valutazioni, consulenze, supporto psicologico e se necessario anche la psicoterapia.


Ufficio Stampa Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna

a cura di Rizoma | Studio Giornalistico Associato
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14 novembre 2019

Dati preoccupanti dalle recenti Osservazioni del Comitato ONU per il nostro Paese: oltre 1,2 milioni di minori in povertà assoluta, l’accesso a risorse e servizi non presente su tutto il territorio  

Lo scorso febbraio il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha reso pubbliche le proprie Osservazioni Conclusive rispetto all’attuazione della CRC in Italia. Il Governo italiano è chiamato ad adoperarsi per implementare le raccomandazioni espresse, sulle quali l’Italia sarà chiamata a render conto nel prossimo incontro previsto per il 2023. Con il 10° Rapporto CRC, alla cui redazione hanno contribuito gli operatori delle 100 associazioni del Network e che dalla prossima settimana verrà anche presentato in una serie di eventi sul territorio – tra cui il 4 dicembre a Roma, alla presenza del Ministro per le Pari Opportunità e la Famiglia Elena Bonetti -  si apre un nuovo ciclo di monitoraggio: un percorso che prevede un confronto tra il Governo, la società civile e gli esperti che compongono il Comitato. Il 20 novembre si celebra il trentennale della CRC, ed è anche l’occasione per riaffermare la centralità della stessa nel quadro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) individuati dall’Agenda globale delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile al 2030. Dei 169 Target che sostanziano i 17 Obiettivi, moltissimi possono essere ricondotti alla tutela e promozione dei diritti dell’infanzia, e proprio per questo per ogni paragrafo del Rapporto sono stati individuati i relativi target di riferimento.

Ribadendo le sue precedenti preoccupazioni il Comitato ONU ha raccomandato all’Italia “l’adozione di misure urgenti per affrontare le disparità esistenti tra le Regioni relativamente all’accesso ai servizi sanitari, allo standard di vita essenziale, ad un alloggio adeguato e all’accesso all’istruzione di tutti i minorenni in tutto il Paese”. Le disparità su base regionale possono infatti essere considerate una forma di discriminazione che incide sulle condizioni di vita delle persone di età minore in quanto maggiormente vulnerabili. In ambito sanitario, come rilevato anche nel Rapporto “I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia - I dati regione per regione” (2018), anche per l’area pediatrica si rileva una erogazione dell’offerta a macchia di leopardo, con differenze significative per i dati relativi a mortalità infantile, obesità̀ e sovrappeso, numero di parti cesarei, coperture vaccinali. Appare quindi d’importanza cruciale l’avvio del “Nuovo sistema di garanzia per il monitoraggio dell’assistenza sanitaria”, uno strumento in grado di consentire di misurare che tutti i cittadini ricevano le cure e le prestazioni rientranti nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Una recente analisi preliminare del Ministero della Salute ha evidenziato che ben il 60% delle regioni (12 su 21) non sarebbero ad oggi in grado di garantirne l’erogazione in almeno una delle tre aree di assistenza (Ospedaliera, Prevenzione e Distrettuale). Un segnale positivo è stato invece l’estensione in quasi tutte le regioni dello “screening neonatale allargato o esteso (SNE)”, che permette di identificare nei primi giorni di vita la presenza di un numero rilevante di altre malattie metaboliche, che è stato inserito ufficialmente nei nuovi LEA, con una copertura finanziaria di circa 26 milioni di euro. In ambito educativo permangono importanti differenze tra le regioni per quanto riguarda, ad esempio, i servizi per l’infanzia: nell’anno 2016/17 i posti offerti coprono il 24% della popolazione in età, ma permane un grande divario che oppone le aree del Nord e del Centro alle aree meridionali: nelle prime si sfiora l’obiettivo del 33%, anche superandolo in alcune regioni; invece nel Sud sono disponibili posti solo per l’11,5% dei bambini e la carenza dell’offerta di servizi educativi per l’infanzia si traduce per molti nell’ingresso anticipato alla scuola dell’infanzia, che è ritenuta qualitativamente inadeguata ad accogliere bambini sotto i tre anni.

Alla luce di quanto segnalato dal Comitato ONU, appare necessaria una panoramica sulle risorse stanziate per l’infanzia e l’adolescenza. Da un lato occorre notare che a partire dal 2018, e soprattutto dal 2019 con il Reddito di Cittadinanza, la quantità di risorse immesse dallo Stato per contrastare la povertà è aumentata; dall’altro però, la qualità e la coerenza delle misure e delle prestazioni a sostegno delle famiglie e delle persone di età minore sono sporadiche e selettive. Questo ha generato l’aumento dei divari territoriali. Con la Legge di Bilancio 2019 alcuni fondi rilevanti per le politiche per l’infanzia sono stati incrementati: il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali è stato incrementato di 120 milioni, e ammonta ora a 400 milioni complessivi annui (con un vincolo del 40% da destinare a interventi per l’infanzia e l’adolescenza); nel Fondo Povertà sono state lasciate le risorse destinate al rafforzamento dei servizi sociali territoriali, alle quali si aggiungono anche le risorse del Fondo Sociale Europeo (FSE) della programmazione 2014-2020; un forte incremento si è avuto per il Fondo Politiche per la Famiglia che per le annualità 2019-2021 prevede una dotazione di 107,9 milioni di euro (da 4,5 milioni del 2018), ampliandone le finalità e dunque gli interventi. Rilevante anche l’incremento del Fondo Politiche Giovanili, che per il triennio 2019-2021 avrà a disposizione 37 milioni annui, rispetto ai 7 previsti. La Legge di Bilancio 2019 ha inoltre prorogato per gli anni 2019, 2020 e 2021 il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, anche se è stato ridotto a circa 85 milioni di euro il massimo che il Fondo potrà raccogliere annualmente per i progetti. Resta però centrale condurre valutazioni periodiche sull’impatto che gli stanziamenti di bilancio hanno sulle persone di età minore per garantire che siano efficaci, efficienti e sostenibili con un’attenzione particolare alle persone di età minore in situazioni svantaggiate o vulnerabili che potrebbero richiedere misure sociali incisive.

Molte sono le questioni irrisolte da affrontare con urgenza per il nuovo Governo, a cominciare dal contrasto alla povertà minorile. Secondo l’ISTAT, nel 2018 i minorenni in condizioni di povertà assoluta erano 1.260.000 (il 12,6% della popolazione di riferimento), oltre 50mila in più rispetto all’anno precedente. A loro corrispondono oltre 725mila famiglie in povertà assoluta. Le famiglie con minori sono più spesso povere e, se povere, lo sono più delle altre. Per quanto riguarda gli effetti del Reddito di Cittadinanza i dati resi noti dall’INPS evidenziano come su 825.349 famiglie, che beneficiano della misura, solo 339.642 hanno un minorenne al proprio interno, confermando la preoccupazione rispetto allo sbilanciamento delle risorse verso la popolazione adulta. Inoltre all’aumentare del numero di componenti e di persone di età minore, il contributo non aumenta proporzionalmente e questo potrebbe sfavorire di fatto le famiglie numerose e con minorenni, che sono proprio quelle in cui ancora oggi si annidano i principali fattori di impoverimento.

Un altro tema importante è la protezione dagli abusi e dalla violenza a danno delle persone di età minore, con particolare attenzione alla prevenzione degli stessi. Il Comitato ONU si rammarica che non sia stato istituito un sistema nazionale di raccolta, analisi e diffusione dei dati, e con esso un programma di ricerca sulla violenza e i maltrattamenti nei confronti delle persone di età minore. Come evidenziato anche dal Gruppo CRC nei precedenti Rapporti si dettaglia l’assoluta necessità di studiare il fenomeno per le sue reali dimensioni, approntando adeguati percorsi di cura e presa in carico delle vittime da parte di personale altamente specializzato e appositamente formato. Si rileva anche che non è stato reso noto il monitoraggio del Piano nazionale per la prevenzione e il contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minorenni, che era stato accolto con molto favore, e per il quale erano anche stati previsti degli stanziamenti.

Rispetto alla situazione dei minori migranti non accompagnati (MNA) l’Italia ha ricevuto ben 23 raccomandazioni. Nel 2017 sono giunti in Italia via mare 15.779 minorenni stranieri non accompagnati (MNA), nel 2018 invece 3.536, con una diminuzione pari al 77,6%. I MNA hanno rappresentato oltre il 14% degli arrivi totali. Nei primi sei mesi del 2019, i MSNA giunti in Italia sono stati appena 3291. I dati del Ministero dell’Interno non danno però riscontro né delle nazionalità, né del genere, né delle fasce d’età dei nuovi arrivi. Al 30 giugno 2019 sono stati registrati nel Sistema Informativo Minori (SIM) 4.736 MNA irreperibili, allontanatisi spontaneamente dalle strutture presso le quali erano stati accolti. Un aumento del 30% rispetto al 2018, indicativo sia della precarietà delle condizioni di accoglienza delle strutture sia del loro desiderio di portare a termine il proprio progetto migratorio, che spesso ha come obiettivo finale altri Paesi del Nord Europa dove risiedono familiari, amici e connazionali. La Legge 47/2017 “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” ha potuto rappresentare un importante argine per la tenuta del sistema di protezione dei minori stranieri non accompagnati, avendo definito una disciplina organica che rafforza gli strumenti di tutela garantiti dall’ordinamento e maggiore omogeneità nelle prassi. Tuttavia si rileva che per la sua piena attuazione devono ancora essere adottati i decreti attuativi. Si segnala in positivo l’istituto della tutela volontaria su cui è rilevante l’impegno dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e dei Garanti regionali, nonché l’entusiasmo della risposta se si pensa che al 31 dicembre 2018 5.501 privati cittadini hanno presentato domanda.

In ultimo il nuovo “sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni” si sta avviando anche grazie ai fondi previsti dal Piano di azione nazionale pluriennale che ha previsto una dotazione di 209 milioni di euro nel 2017, 224 milioni nel 2018 e, a decorrere dal 2019, 239 milioni l’anno e la compartecipazione delle Regioni con un finanziamento pari almeno al trenta per cento delle risorse assicurate dallo Stato. Ma è chiaro che se davvero si vuole portare un sistema di qualità accessibile in tutte le regioni, gli stanziamenti dovranno aumentare notevolmente. Le differenze territoriali sono infatti ancora enormi, basti pensare che la spesa dei comuni per i servizi alla prima infanzia, per ciascun bambino 0-2 anni presente sul territorio, spazia tra i 2.200 euro annui nella Provincia Autonoma di Trento ai 1.600 euro annui in Emilia-Romagna e Lazio, fino ai 285 euro pro-capite in Puglia, 219 in Campania e 90 in Calabria.

“Trent’anni per la Convenzione sono un traguardo importante, molto si è fatto, ma molto resta ancora da fare” - sottolinea Arianna Saulini, di Save the Children/coordinatrice del Gruppo CRC – “è fuori di dubbio che il rafforzamento dei fondi e degli investimenti ci racconta uno scenario che prova a cambiare. Ma è altresì vero che molti sono i margini di miglioarmento e di maggior efficienza della spesa. L’approvazione di importanti riforme necessita di essere portata a compimento senza ulteriori ritardi. I giovani ed i più piccoli devono essere riconosciuti pienamente come risorsa, ed è per questo che oggi più che mai il ruolo del Gruppo CRC è centrale nel veicolare la visione comune di una rete di organizzazioni che con i bambini e ragazzi hanno a che fare quotidianamente. Occorre quindi continuare a lavorare per garantire un supporto alle famiglie, nel tentativo di ridurre le diversità presenti sul nostro territorio”.

 

Per ulteriori informazioni:
Marco De Amicis
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338 6817499

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(clicca sull'immagine per scaricare il rapporto)

“Fai qualcosa per la tua città”, è lo slogan con cui Agevolando sta presentando a Milano un nuovo progetto di housing sociale per giovani. L’associazione è alla ricerca di immobili in comodato d’uso da destinare al progetto

Milano, 11 novembre 2019

L’associazione Agevolando, prima organizzazione in Italia che lavora con e per i care leaver, ha intenzione di promuovere un progetto innovativo nella Città metropolitana di Milano.

Si definiscono care leaver tutti quei giovani che hanno trascorso parte della loro infanzia e adolescenza “fuori famiglia” (in comunità, in affido o casa-famiglia) e che al compimento della maggiore età si trovano spesso completamente soli ad affrontare la vita adulta. Molti di loro sono giovani giunti in Italia come “minori stranieri non accompagnati”, dopo lunghi ed estenuanti viaggi sono approdati nel nostro Paese per costruirsi un futuro migliore.

Agevolando nasce per promuovere l’autonomia, il benessere e la partecipazione attiva di questi giovani.

In particolare, attraverso il progetto “Casa dolce casa” l’associazione offre opportunità abitative con contributi calmierati alle spese, nella logica dell’housing sociale.

In diverse città d’Italia (Bologna, Ravenna, Rimini, Verona e Trento) l’associazione ha infatti ricevuto in comodato d’uso gratuito immobili da privati cittadini o enti pubblici messi a disposizione per questo progetto. Non solo: i ragazzi negli appartamenti possono contare sul supporto di una rete di collaboratori e volontari che li affiancano nella quotidianità, favorendone anche l’integrazione e l’inclusione sociale e la loro cittadinanza attiva.

Con questo progetto Agevolando vuole raggiungere anche la città di Milano: anche qui dal 2017 ha una sede la nostra associazione e in questi anni ci siamo accorti come il bisogno abitativo sia urgente per tanti ragazzi che vivono questo territorio.

Si cercano quindi immobili in comodato d’uso gratuito (o con condizioni di affitto agevolate) anche nella provincia di Milano da destinare al progetto.

Agevolando garantisce il pagamento delle spese fisse di gestione, la selezione dei beneficiari dell’appartamento e il supporto educativo attraverso una rete di collaboratori e volontari.

“Ci auguriamo una risposta generosa da parte della città di Milano”commenta Sara Santi, coordinatrice del progetto – “Una risposta coerente con il suo modello di città innovativa e aperta all’accoglienza come tanti cittadini in questi anni hanno attivamente testimoniato. Siamo sicuri che in tanti vorranno mobilitarsi per questa buona causa e per aiutare giovani che non hanno una famiglia alle spalle su cui contare a diventare autonomi”.

L’azione si inserisce nell’ambito del bando “Never alone. Per un domani possibile” e all’interno del progetto “Integrazione per il futuro: Strada Facendo verso l’autonomia di minori e giovani stranieri che arrivano in Italia soli”, realizzato da Agevolando in collaborazione con Oxfam Italia e Cesvi.

Per ricevere maggiori informazioni o offrire una propria disponibilità è possibile contattare la coordinatrice delle azioni di inserimento abitativo: Sara Santi (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

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Ufficio stampa: Silvia Sanchini
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – 347 1660060

Agevolando fai qualcosa per la tua cittÀ 2

Agevolando FirmaEmail

Cinque principi per rimettere al centro

il diritto dei bambini a crescere in famiglia

L’Assemblea del Tavolo, riunitasi a Milano il 25 ottobre 2019, esprime grande preoccupazione in merito al clima di sfiducia che va diffondendosi nei confronti dell’istituto dell’affidamento familiare, stimolato dal costante martellamento mediatico e da alcune iniziative istituzionali (al livello nazionale e locale) seguite ai recenti fatti di cronaca.

Il Tavolo Nazionale Affido, ribadisce la ferma condanna di ogni eventuale comportamento illecito perpetrato ai danni di persone vulnerabili, specie se minori di età, e la necessità di una compiuta applicazione delle norme inerenti il diritto dei minorenni a crescere in famiglia.

Si teme un arretramento della capacità del sistema di welfare italiano, pubblico e privato, di tutelare e promuovere il benessere di bambini, ragazzi e famiglie L’indebolimento e l’arretramento di tale sistema mette a rischio il benessere, la crescita e i diritti di chi si vuole tutelare, primi fra tutti i minorenni e poi le famiglie (di origine, affidatarie e adottive).

Si ritiene quindi opportuno sottolineare:

1° Il dovere di ogni politica, misura e intervento istituzionale e di ogni azione civile di perseguire innanzitutto il benessere di bambini e ragazzi, i cui interessi sono da considerarsi sempre preminenti rispetto a quelli degli adulti, così come stabilito dalla Convenzione ONU sui diritti del fanciullo sottoscritta anche dall’Italia.

2° Il diritto di ogni bambina e bambino e di ogni ragazza e ragazzo a crescere nella propria famiglia(1) e il connesso dovere delle Istituzioni e della società civile di offrire alle famiglie fragili adeguati servizi e interventi di sostegno (2), la cui erogazione va resa certa ed esigibile in modo omogeneo in tutto il territorio nazionale, così come stabilito dalla legge 184/1983 e successive modifiche (3).

3° Il dovere di proteggere ogni minorenne la cui famiglia, nonostante i sostegni, manifestasse gravi carenze nel rispondere ai suoi bisogni di crescita, o mostrasse comportamenti maltrattanti e/o abusanti, attivando – in base alle situazioni – adeguati e tempestivi interventi di tutela secondo il primario interesse del bambino: affidamento familiare, accoglienza in comunità di tipo familiare, adozione. Si ricorda che l’affidamento è una famiglia accanto in più a un bambino, non una in meno.

4° Il dovere di qualificare il sistema dei servizi istituzionali di tutela minorile, e di sostegno alle famiglie assicurando congrui investimenti sia in termini di risorse che di organici, e accompagnando percorsi di integrazione e di rete tra i diversi soggetti.

5° Il dovere di assicurare i necessari controlli sull’adeguatezza del sistema di protezione minorile, innanzitutto mediante l’effettiva attuazione delle misure di accompagnamento e monitoraggio previste dalla normativa vigente, contrastando ogni possibile illecito o conflitto di interessi.

Le Associazioni e Reti del Tavolo Nazionale Affido si rendono disponibili a partecipare a percorsi di confronto istituzionale, anche in vista di eventuali riforme legislative, e a spazi di dialogo e interazione con i media al fine di favorire una adeguata informazione in materia, rispettosa dei principi contenuti nella Carta Treviso, che rifugga dall’approccio meramente scandalistico cui abbiamo assistito in questi mesi. L’esperienza di oltre trent’anni di applicazione della legge sul diritto dei minorenni alla famiglia e le numerose ricerche condotte da diversi organismi istituzionali,4 dimostrano quanto siano gravi e urgenti le condizioni di disagio in cui troppo spesso versano bambini, ragazzi e famiglie. Occorre una generale assunzione di responsabilità, capace di compiere fino in fondo l’atto doveroso di mettere il bambino e i suoi bisogni di crescita prioritari e al centro degli obiettivi e dei processi della nostra società, a partire dalla effettiva ed efficace attuazione delle norme che già esistono e dal rafforzamento del sistema di tutela vigente.

Le Associazione e Reti del Tavolo Nazionale Affido: Ass. AI.BI. – AMICI DEI BAMBINI, Ass. COMETA, Ass. COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII, Ass. FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA, ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie), ANFN (Associazione Nazionale Famiglie Numerose), CAM (Centro Ausiliario per i problemi minorili – Milano), CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), COORDINAMENTO AFFIDO ROMA, COORDINAMENTO CARE, COREMI-FVG (Coordinamento Regionale Tutela Minori del Friuli Venezia Giulia), PROGETTO FAMIGLIA (Federazione di enti no-profit per i minori e la famiglia), UBI MINOR (Coordinamento per la tutela dei diritti dei bambini e dei ragazzi – Toscana), SALESIANI PER IL SOCIALE Federazione SCS/CNOS, AFFIDAMENTO.NET Liguria (gruppo osservatore).

1 Cfr. art. 1 della legge 184/1983.
2 Ci riferiamo alla necessità non più prorogabile di rendere esigibili in tutto il territorio nazionale le prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (Livelli essenziali delle Prestazioni Socio-sanitarie).
3 in particolare gli artt. 2-4.
4 Si segnala, tra le più recenti: Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (2009), Bambini e ragazzi in accoglienza in Italia. Esiti dell’indagine campionaria sull’affidamento familiare e i servizi residenziali, in Questioni e Documenti – nuova serie, n. 66. Il testo contiene nei paragrafi 1.1 e 1.2. i dati sul numero di bambini e ragazzi fuori dalla famiglia di origine e sulle ragioni del loro allontanamento.

***

Al signor Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella
c/o Palazzo del Quirinale
00187 – Roma

Egregio Signor Presidente,

Le scriviamo a nome delle Associazioni e Reti di famiglie affidatarie aderenti al Tavolo Nazionale Affido, per esprimerLe le nostre preoccupazioni sui rischi, per i bambini ed i ragazzi, legati alla campagna in atto di strumentalizzazione e di discredito dell’intero sistema di tutela dei diritti dell’infanzia, che coinvolge sia gli attori istituzionali preposti che le migliaia di affidatari che hanno accolto nel corso degli anni minorenni nelle loro famiglie, dedicandosi a loro con tanto impegno ed affetto e che svolgono un prezioso ruolo di protezione dell’infanzia.

L’attuale sistema di tutela garantisce il diritto dei minorenni a crescere nella propria famiglia, e nel caso in cui i bambini e ragazzi, per la loro stessa tutela, debbano essere temporaneamente allontanati da questa, ad essere accolti in una famiglia che li aiuti nel loro percorso di crescita. Si tratta di un sistema che necessita di essere sostenuto e migliorato, prima di tutto con l’erogazione delle risorse necessarie e con l’attuazione delle norme vigenti.

Osserviamo con preoccupazione il diffondersi di un clima di diffidenza e di sospetto verso l’affidamento familiare che ha portato negli ultimi mesi ad una all’allarmante diminuzione di disponibilità all’accoglienza e il proliferare di iniziative legislative nazionali e regionali, fondate sul presupposto che debba essere evitata la totalità degli allontanamenti dei bambini dai loro genitori. Riteniamo che questo metta a rischio la protezione e la tutela di quei minorenni che vivono in situazioni familiari di grave negligenza e maltrattamento. La carenza di interventi a sostegno delle famiglie fragili e l’assenza di livelli essenziali delle prestazioni sociali indeboliscono ulteriormente il sistema di tutela dei minorenni.

Sulla base di quanto sopra esposto, Le scriviamo per chiederLe un incontro e condividere con Lei le nostre preoccupazioni.

In attesa di una gradita risposta, cogliamo l’occasione per inviarLe i nostri saluti più rispettosi.

Roma, 7 novembre 2019

Le Associazione e Reti del Tavolo Nazionale Affido Ass. AI.BI. – AMICI DEI BAMBINI, Ass. COMETA, Ass. COMUNITÀ PAPA GIOVANNI XXIII, Ass. FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA, ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie), ANFN (Associazione Nazionale Famiglie Numerose), CAM (Centro Ausiliario per i problemi minorili – Milano), CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), COORDINAMENTO AFFIDO ROMA, COORDINAMENTO CARE, COREMIFVG (Coordinamento Regionale Tutela Minori del Friuli Venezia Giulia), PROGETTO FAMIGLIA (Federazione di enti no-profit per i minori e la famiglia), UBI MINOR (Coordinamento per la tutela dei diritti dei bambini e dei ragazzi – Toscana), SALESIANI PER IL SOCIALE Federazione SCS/CNOS, AFFIDAMENTO.NET Liguria (gruppo osservatore).

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Allegati:

- Documento istitutivo del Tavolo Nazionale Affido “Cinque punti per rilanciare l’affidamento familiare in Italia” (ottobre 2010)
- Documento “Cinque principi per rimettere al centro il diritto dei bambini a crescere in famiglia” (novembre 2019)

Tnaffido

Considerazioni a margine della situazione dell’insegnante di scuola primariaConsiderazioni a margine della situazione dell’insegnante di scuola primaria(nel Pavese) sanzionata dalla Dirigente scolastica perché aveva segnalato unasua allieva ripetutamente maltrattata.

Innanzitutto il nostro plauso all’insegnante, che si è dimostrata attenta ai propri alunni, accettando la sfida e i rischi di un ascolto difficile, e "sentendo" cose che altri avrebbero voluto tenere nascoste…

Non possiamo nascondere, però, che leggere questa notizia ci ha lasciato davvero attoniti. Sì, perché questa vicenda ha davvero dell’incredibile: non solo questa insegnante non è stata supportata e coadiuvata nel fare il suo DOVERE, cioè quello di “segnalare per tutelare” 1 la sua piccola alunna, ma quando - dopo l’ennesima richiesta di aiuto inascoltata e insabbiata – ha proceduto lei direttamente a rivolgersi all’Autorità Giudiziaria , è stata sanzionata dalla dirigente scolastica!

Se le cose sono davvero andate come narra la cronaca giornalistica, c’è da sperare che l’Amministrazione scolastica in primis, e la Magistratura poi, non solo facciano ritirare il provvedimento preso contro questa maestra, MA sanzionino – e auspichiamo pesantemente! – la dirigente scolastica, che ha omesso di fare ciò che era suo dovere fare e poi ha sanzionato la maestra che, invece, il suo dovere lo aveva compiuto fino in fondo In base alle leggi vigenti, tutti i cittadini possono segnalare situazioni di presunto maltrattamento/abuso sui minori alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni; la SEGNALAZIONE diventa invece OBBLIGATORIA, in base all’art. 9 della legge n. 184/1983, per «i pubblici ufficiali, gli incaricati di un pubblico servizio, gli esercenti un servizio di pubblica necessità che debbono riferire al più presto al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni del luogo in cui il minore si trova sulle condizioni di ogni minore in situazione di abbandono di cui vengano a conoscenza in ragione del proprio ufficio».

1 Ricordiamo che le "Linee guida per il diritto allo studio delle alunne e degli alunni al di fuori della famiglia d'origine" (dicembre 2017), ribadiscono: "Gli insegnanti debbono essere preparati, attraverso una formazione dedicata ed efficace, a cogliere i segnali di disagio, malessere, sofferenza di questi alunni e a muoversi per intervenire, avendo sempre presente che “segnalare per tutelare” è un preciso dovere di tutti coloro che operano con i minorenni" (III - L'importanza della formazione).

L’obbligo della segnalazione riguarda quindi, fra gli altri, gli operatori dei servizi socio-sanitari, i medici, i capi di istituto e i docenti delle scuole di ogni ordine e grado. Deve essere ben chiaro che il legislatore non ha inteso trasformare queste figure professionali in "delatori". La segnalazione (e va ribadito che di “segnalazione” si tratta e non di “denuncia”) è stata prevista per tutelare i minorenni. Non possiamo dimenticare, infatti, che vi sono bambini e ragazzi che subiscono, giorno dopo giorno, maltrattamenti e/o abusi da parte dei loro familiari: si tratta di situazioni gravissime, spesso impensabili ma purtroppo reali, che richiedono il tempestivo intervento di tutti coloro che ne vengono a conoscenza, per segnalarle al più presto all’Autorità giudiziaria competente.

Gli operatori, che ottemperano a questo obbligo di legge, non devono essere considerati quindi, come qualcuno ha affermato, «ladri di bambini»: grazie al loro intervento puntuale e tempestivo,possono essere portate all’attenzione dei magistrati minorili le drammatiche condizioni di tanti minori, rompendo quel muro di silenzio e di omertà che spesso li circonda. Quante volte, dopo la segnalazione, si scopre che erano in tanti (parenti, vicini,..) a sapere e a tacere! Ogni adulto dovrebbe vigilare su chi è più debole, impedire che gli venga fatto del male, e non lasciarlo solo. A maggior ragione, questo è uno dei compiti della scuola, di una scuola che cerca punti di incontro, stabilisce relazioni e non si accontenta di "passare un sapere".

Va anche aggiunto che la segnalazione determina semplicemente l’avvio da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni degli accertamenti sulla condizione reale del minore. Tali indagini possono poi portare il Tribunale per i minorenni a prendere i provvedimenti occorrenti: emanazione di precise prescrizioni ai genitori, affidamento familiare, etc. Solo qualora dagli accertamenti risulti che il minore versa in situazione di privazione di assistenza materiale e morale, il Tribunale per i minorenni deve procedere alla dichiarazione di adottabilità.

Si verificano, però, ancora adesso, ritardi oppure omissioni nelle segnalazioni da parte di responsabili di comunità nei riguardi di minori che non hanno rapporti con i loro familiari. Inoltre, alcuni operatori, soprattutto quelli afferenti ai Servizi relativi alla psichiatria e alle tossicodipendenze, tendono, anche di fronte a situazioni ormai del tutto deteriorate, a considerare il bambino come strumento di “recupero” dei genitori: spesso, però, si tratta di speranze inconsistenti, destinate purtroppo ad un sicuro al fallimento!

È vero che occorre prioritariamente lavorare perché i bimbi possano restare nella loro famiglia d’origine, ma è anche vero che, dietro ad un minore maltrattato o abusato non sempre si nasconde un genitore “mostro”, ma una famiglia in grave crisi: ogni situazione va approfondita, valutando realisticamente – senza pregiudizi ideologici – le concrete possibilità di recupero dei genitori, individuando modalità di intervento adeguate e puntuali verifiche. A seconda della gravità delle situazioni si dovrebbe provvedere all’inserimento dei bambini in comunità (per periodi brevi) o in famiglie affidatarie (per periodi più lunghi), per consentire al/ai genitore/i di recuperare le proprie energie e poter così riassumere il ruolo genitoriale.

È evidente, però, che quando il rapporto è irrimediabilmente compromesso e il minore è totalmente privo di assistenza morale e materiale, è necessario il tempestivo allontanamento e la segnalazione della situazione, da parte dei Servizi, ai Giudici, per l’eventuale apertura della procedura di adottabilità. Ricordiamo che, con l’entrata in vigore del cosiddetto giusto processo, i genitori e/o i parenti che hanno avuto rapporti significativi col minore e il minore stesso sono assistiti da un avvocato, fin dall’inizio dei procedimenti, sia quelli riguardanti la limitazione o decadenza della responsabilità genitoriale, sia quelli per l’eventuale dichiarazione dello stato di adottabilità.

Torino, 29 ottobre 2019

ANFA

 

Il 10 ottobre si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale (Mental Health Day), istituita nel 1992 dalla Federazione mondiale per la salute mentale (WFMH) e dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Ogni anno l’OMS sceglie un tema da trattare in questa giornata: quest’anno il tema scelto è la prevenzione dei suicidi; la Giornata è sostenuta dall’OMS, dall’International Association for Suicide Prevention e dalla United for Global Mental Health.

Accogliendo l’invito della campagna #40seconds che invita a fermarsi per 40 secondi e fare qualcosa, scrivere, condividere un’idea, un pensiero in grado di sensibilizzare, l’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte ricorda come nella gestione della malattia mentale il primo passo per co-costruire il processo di cura avviene quando le persone con una patologia “riescono a farsi sentire”: riprendere in mano la propria vita nonostante la malattia, scegliere, essere cittadini nella società consentono una migliore qualità di vita.  Da qualche anno si parla di un paradigma della salute mentale definito “recovery”, concetto ormai entrato con forza nelle politiche e nei documenti ufficiali, anche dell’Oms (dalla Mental Health Declaration di Helsinki 2005 al nuovo Action Plan europeo 2013-2020). In tale orientamento, vicino al pensiero che ha attraversato il nostro paese negli anni della deistituzionalizzazione, si spinge a rimettere al centro dei percorsi le esperienze soggettive delle persone con malattia mentale restituendo un’identità positiva e la speranza di potersi realizzare nonostante le problematiche sanitarie.

Alberto De Michelis, Consigliere Ordine assistenti sociali e assistente sociale presso un Centro di Salute Mentale, afferma: “La recovery ha una dimensione sociale e politica. Le persone con un disturbo mentale non migliorano se sono sole, se non hanno contatti sociali, risorse umane, culturali e materiali che le aiutino a ristabilire un equilibrio personale. I servizi dovrebbero essere un perno fondamentale nell’accompagnare le persone ad attivare e utilizzare le proprie risorse e quelle esterne, per ristabilire uno stato di benessere. La recovery deve essere letta come un diritto e guadagnare una dimensione politica: servono servizi che garantiscano un percorso di cura adeguato alle esigenze della persona, relazioni di aiuto che si basino sulla reciprocità e in spirito di “coproduzione”, risorse economiche per favorire inserimenti nella società, politiche sociali e culturali che contrastino lo stigma e la discriminazione.”

Stiamo parlando - sottolinea Rosina - della necessità che i servizi di salute mentale promuovano attivamente l’inclusione sociale, sostenendo i pazienti nel definire autonomamente bisogni, obiettivi e ambizioni future, sapendo ascoltare ed includere i familiari per una piena realizzazione delle potenzialità ed aspirazioni, anche laddove il disturbo mentale sia grave e persistente. Crediamo fermamente che un approccio inclusivo consentirebbe un miglioramento dei contesti e potrebbe concorrere alla prevenzione del suicidio ma occorre attenzione alle reali possibilità di intervento di servizi di salute mentale spesso ridotti nella presenza di tutte le figure professionali necessarie, dei fondi per operare nell’ambito della prevenzione, della cura e della riabilitazione”.

Conclude Rosina: “possiamo ritrovare nella storia della psichiatria italiana strategie, ancora oggi adottabili dagli assistenti sociali e dagli operatori della salute mentale, per portare avanti progetti finalizzati ad attività di promozione della salute, benessere e recovery con l’obiettivo di avvicinare i luoghi di cura ai contesti di vita. Ma nulla possono le istituzioni se ciascuno di noi crede di non essere importante, nel suo piccolo e quotidiano, e non si ferma #40secondi per comprendere come non abbandonare persone che soffrono di una malattia mentale e le loro famiglie”.

L’Ordine Assistente Sociali del Piemonte, per voce della sua Presidente, “richiama ad assumersi l’impegno di concorrere alla costruzione di occasioni di incontro e di dialogo affinché “nessuno sia lasciato solo”: occorre una attenzione continua, nella quotidianità, non solo alle persone con malattia mentale, spesso lasciate sole insieme alle loro famiglie, ma anche al sistema dei servizi di salute mentale ad ai professionisti, non sempre in grado, per le citate difficoltà del sistema, di far fronte alla complessità ed alla crescente vulnerabilità. Sottolineiamo ancora una volta che la responsabilità di fermarsi a riflettere sulla malattia mentale e le sue conseguenze, deve essere attribuita alla società nel suo complesso, alle associazioni di cittadini, alle forze politiche e ai singoli professionisti. Solo superando le contrapposizioni, spesso ideologiche, è possibile lavorare nella consapevolezza che la malattia ha un effetto a catena che incide su famiglie, amici, colleghi, comunità e società.”

 

Carmela, Francesca Longobardi - Consigliere delegato alla Comunicazione esterna e ai Rapporti con i mass-media / tel: 333.4896751

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Il 10 ottobre ricorre la Giornata Nazionale della Psicologia, quest’anno dedicata ai diritti umani universali. L'evento principale dell'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna - in aggiunta a numerose altre iniziative e alla disponibilità di studi aperti con visita gratuita - sarà venerdì 18 ottobre 2019 dalle ore 16:30, presso l'Oratorio San Filippo Neri, in via Manzoni 5, Bologna: una tavola rotonda a ingresso libero coordinata dalla Presidente dell'Ordine ER, Anna Ancona, sul tema “La Psicologia e i Diritti Umani Universali”. Tra gli interventi "Psicologia e diritti delle persone di minore età" di Clede Maria Garavini, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Regione Emilia-Romagna, e "Diritti dei migranti e impatto psicosociale delle migrazioni" di Antonella Postorino, membro italiano della commissione “Crisis, Disaster and Trauma Psychology” – EFPA.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani cita in apertura: il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. I diritti umani si basano sul principio del rispetto della dignità umana, espressione del valore della persona con le sue caratteristiche specifiche e irrinunciabili di identità e di diversità nell’uguaglianza e nella libertà. Tali diritti si pongono dunque a difesa della salute e del benessere bio-psico-sociale di tutte le persone di ogni età e genere.            
Le discipline psicologiche e sociali sono necessariamente coinvolte nel garantire il rispetto della persona, di ogni persona. La psicologia, in particolare, è una disciplina essenziale per contribuire alla rimozione degli  impedimenti al pieno sviluppo di ogni essere umano, come da articolo 3 della Costituzione Italiana, e per la cura, lì dove i diritti sono stati violati.

È universalmente recepito il concetto che la violazione dei diritti genera conseguenze negative, malessere e traumi, sia fisici che psicologici, che possono ripercuotersi su tutta la comunità sociale tramandandosi anche alle generazioni successive. La psicologia si evidenzia così sia in relazione alla salute psicologica, proponendosi come promotrice di cultura dei diritti e della loro salvaguardia, sia come “riparazione del danno”, cura delle lacerazioni esistenziali prodotte dalle violazioni dei diritti.

L’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna da tempo ha messo in campo azioni per promuovere la cultura del rispetto della persona nella sua unicità, garantendone anche opportunità pari ed eque, combattendo ogni forma di discriminazione e di uso della violenza. La cultura psicologica è uno strumento indispensabile per comprendere la complessità della realtà sociale, per superare le semplificazioni alla base di pregiudizi e stereotipi che spesso creano paure e malessere, sia sui singoli che sulla comunità, generando negazione, limitazione e violazione dei diritti umani. Un impegno istituzionale costante per quello che potrebbe essere riassunto, dal punto di vista psicologico, come il "diritto al benessere bio-psico-sociale".

Non va dimenticato che benessere e salute mentale sono strettamente connessi. Proprio per questo il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi scelse la data del 10 ottobre per la Giornata Nazionale della Psicologia proprio per la sua coincidenza con la Giornata mondiale della salute mentale promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Secondo il Rapporto sulla salute mentale 2016 (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2731_allegato.pdf), le persone con problemi di salute mentale assistite nel 2016 dai servizi specialistici (escluse la Valle d'Aosta e la provincia di Bolzano, di cui mancano i dati) sono 807.035, e di queste 310.031 hanno avuto un contatto con i servizi di salute mentale per la prima volta nella vita. Gli psicologi e gli psicoterapeuti sono, oltre agli psichiatri, i professionisti d'elezione per curare la salute mentale della cittadinanza: le iniziative che si svolgono lungo tutto il mese di ottobre hanno la funzione di sottolineare il ruolo degli specialisti e la loro importanza.            


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Il 28 settembre si celebra l’International Right to Know Day, ovvero una giornata di consapevolezza sul diritto alla conoscenza, stabilita dalla Conferenza generale dell’UNESCO in seguito alle pressioni dei sostenitori dei diritti civili internazionali i quali, durante una conferenza tenutasi il 28 settembre 2002 a Sofia in Bulgaria, hanno sollecitato una maggiore trasparenza nell’informazione al fine di migliorare la libertà degli standard divulgativi. Sensibilizzare l’opinione pubblica sul diritto all’accesso alle informazioni è anche uno degli obiettivi dell’Ordine degli Assistenti Sociali in quanto la comunità professionale riconosce il diritto alla conoscenza e al sapere come principi fondamentali e irrinunciabili dell’essere umano.

Afferma Rosina (Presidente Ordine Assistenti Sociali del Piemonte): “Avere accesso alle informazioni è un diritto universale che è alle fondamenta della nostra libertà di espressione perché è il presupposto di una piena partecipazione come cittadini alla vita democratica. La giornata internazionale del diritto alla conoscenza è una importante occasione per ricordare quanto sia urgente e indispensabile che anche in Italia vi siano norme che garantiscano la libertà di accesso ai dati”.

Nel contesto italiano, l’unico strumento di accesso alle informazioni era la Legge n. 241 del 1990. Con l’approvazione del Decreto Trasparenza da parte del Consiglio dei Ministri nel marzo 2013 (33/2013), l’Italia iniziava a estendere il diritto dei cittadini ad accedere alle informazioni detenute dalle Pubbliche Amministrazioni. Il Decreto Trasparenza non sanciva però “l’accesso generalizzato” che avrebbe dovuto garantire a chiunque di chiedere qualsiasi documento.

Il diritto di accesso all’informazione è regolato da norme conosciute internazionalmente come “Freedom of Information Acts” (FOIA). Il primo FOIA in Italia è stato emanato con il Decreto Legislativo n. 97 del 25 maggio 2016 che ha riordinato la disciplina riguardante la diffusione delle informazioni da parte delle Pubbliche Amministrazioni. Secondo il “Right to Information Rating”, la graduatoria internazionale dell’accesso alle informazioni stilata in base all’analisi delle leggi sulla trasparenza di oltre cento Paesi, l’Italia è passata dall’essere tra i dieci peggiori Paesi alla 55esima posizione.

Francesca Belmonte, Consigliera Segretario dell’Ordine regionale, precisa: “La visione del Croas Piemonte è far sì che gli iscritti diventino agenti stessi di trasparenza. Attraverso le comunicazioni a mezzo mail, PEC e tramite la pubblicazione dei post sul gruppo chiuso Facebook, l’obiettivo del Croas Piemonte è costruire un sapere condiviso e comune grazie all’accesso libero, trasparente e gratuito alle informazioni inerenti l’Albo, la formazione continua e l’azione professionale”.

L’Associazione “Diritto di Sapere” ha condotto un monitoraggio sull’applicazione del Foia italiano, al fine di analizzare come le amministrazioni rispondono alle richieste di accesso. I risultati sono stati pubblicati nel report “Ignoranza di Stato”, titolo che fa trapelare il quadro generale in materia di accesso alle informazioni detenute dalle Pubbliche Amministrazioni italiane. A fronte dei principali dati emersi, in particolare in riferimento alla percentuale dei silenzi amministrativi (73%) e dei dinieghi illegittimi (35%), il titolo “Ignoranza di Stato” non potrebbe essere più appropriato. Tuttavia, per quanto allarmante, il quadro che emerge dal monitoraggio dà anche una speranza di miglioramento, a detta dell’Associazione “Diritto di Sapere” perché, se il Foia italiano viene applicato con meno discrezionalità da parte delle amministrazioni, potrebbe davvero contribuire a rendere l’Italia un po’ più trasparente. A tal fine però, pare necessario un investimento che garantisca un’adeguata formazione dei dipendenti pubblici, requisito basilare per la corretta applicazione e per il rispetto degli obblighi sanciti dal Foia – ovvero le tempistiche di 30 giorni, le motivazioni di diniego, indicazioni sulle modalità con cui inviare una richiesta di accesso.

Rosina conclude “Un miglioramento della norma è auspicabile in quanto è necessario formare i dipendenti delle Pubbliche Amministrazioni a promuovere il diritto d’accesso alle informazioni, ricevere reclami sulla gestione delle richieste e valutare sanzioni se necessario per garantire il rispetto della norma. L’attenzione dell’Ordine Assistenti sociali del Piemonte, riconoscendo l’importanza di tale aspetto, da diversi anni investe sulla massima diffusione delle informazioni a beneficio degli iscritti e dei cittadini che alla professione si rivolgono”.


Carmela, Francesca Longobardi – Consigliere delegato alla Comunicazione esterna e ai Rapporti con i mass media/ tel. 333.4896751

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Per l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna è fondamentale riflettere su alcuni assunti di base - non sempre espliciti e consapevoli - che condizionano la relazione di coppia e di conseguenza la definizione di compiti e responsabilità alla nascita di un figlio. Uno dei primi passi è opporsi allo stereotipo che da sempre impone all’uomo il ruolo di colui che deve “portare il pane a casa”, e fare riferimento al concetto di genitorialità piuttosto che a quello di maternità. Stereotipi di questo tipo si possono superare psicologicamente e culturalmente, anche con il supporto di cambiamenti normativi.             
A questo proposito, bisogna notare che il parlamento europeo ha recentemente approvato la direttiva 2019/1158 (http://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20190402IPR34670/lavoro-e-famiglia-nuove-regole-ue-su-congedo-parentale-e-di-paternita) che prevede dieci giorni lavorativi di congedo di paternità retribuito alla nascita (attualmente in Italia i giorni sono cinque, legge n. 145 del 30/12/18), più il diritto individuale a due mesi di congedo parentale non trasferibile e retribuito nei primi anni di vita del figlio. L’Italia, come gli altri Stati membri, dovrà adeguarsi.

Il congedo di paternità è il diritto che dovrebbe far vivere pienamente la propria identità di genitore al padre. Diritto che, per essere esercitato, presuppone l’acquisizione di un nuovo modello di pensiero che superi pregiudizi discriminanti. In una società in cui gli uomini e le donne si possono realizzare sia all’interno che all’esterno della famiglia non si può prescindere dal concetto di parità in tutti i campi - come da principio fondamentale dell’Unione Europea, art. 3 TUE, e art. 23 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea - e dalla parità tra madre e padre.              
Tale parità, che qui va intesa come diritto di entrambi i genitori a porsi come esempi di persone realizzate, anche tramite una relazione affettiva e educativa diretta nei confronti dei figli, comporta l’accettazione concreta della “bi-genitorialità”. Concetto da interpretarsi come processo dinamico interattivo che inizia nel momento in cui una coppia pensa di avere un figlio e si realizza con la sua nascita, permettendo alla coppia di diventare genitori. Persone capaci di prendersi cura e di rispondere in modo sufficientemente adeguato ai bisogni fisici e affettivo-psicologici dei bambini, condividendo responsabilità, soddisfazioni e piaceri. È indispensabile trasmettere ai figli che, pur avendo la stessa dignità, lo stesso valore e i medesimi diritti, mamma e papà salvaguardano le proprie differenze, che sono preziose. I piccoli sperimentano così che entrambi i genitori hanno caratteristiche proprie, uniche, specifiche e ciò permette loro di strutturare due punti di riferimento diversi, complementari e rassicuranti.

Il coinvolgimento del padre nello sviluppo dei figli, soprattutto nei primi mesi di vita, è essenziale per il loro sviluppo emotivo. Una ricerca dell'università di Oxford (https://bmjopen.bmj.com/content/6/11/e012034), pubblicata nel novembre 2016, che ha preso in esame 10.440 bambini dai primi mesi di vita fino ai 9-11 anni, ha evidenziato quanto sia fondamentale la relazione con il padre per lo sviluppo psicologico e per l’acquisizione di comportamenti positivi nei bambini. La ricerca dimostra che il valore dei congedi di paternità si manifesta non solo per il contributo al lavoro di cura, ma anche in termini relazionali, affettivi ed educativi.

I padri che sperimentano il congedo spesso manifestano un maggiore desiderio di passare più tempo con i figli, sviluppano capacità di accudimento e senso di responsabilità che li fa essere co-genitori attivi. Diventano più attenti alle necessità della madre e non semplicemente i suoi “aiutanti”. Il loro coinvolgimento nel ruolo di cura e accudimento - che presuppone da parte delle madri la disponibilità psicologica a delegare serenamente parte del proprio ruolo e funzione culturalmente determinati - può evitare sentimenti di frustrazione, gelosia e rabbia che potrebbero mettere in crisi la coppia.

La condivisione paritaria dell’impegno diventa quindi una sorta di gioco di squadra che aiuta la relazione e favorisce la complicità, facendo sentire protagonisti entrambi i genitori nei nuovi equilibri che necessariamente si vanno a costruire. Il figlio così si potrà confrontare con una situazione familiare basata su responsabilità, fiducia, compartecipazione e aiuto reciproco.

L’utilizzo del congedo di paternità, in alternativa a quello di maternità, nella parte che rimarrà trasferibile, può inoltre consentire alle madri di potersi dedicare anche a se stesse e al proprio lavoro: permette di far convivere il ruolo domestico con quello sociale, supportate non solo psicologicamente ma anche nella pratica dal partner. La madre in questa situazione di condivisione e sostegno è facilitata a trovare la giusta dimensione per il benessere della famiglia e di se stessa. 


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