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Ubi minorubi-minor-progetto

Il disegno di legge proposto dal Senatore Pillon sulla revisione delle norme in materia di separazione, divorzio e affido dei minori ci porta indietro di 50 anni e trasforma le vite degli ex coniugi e dei loro figli/e in un percorso a ostacoli.

A parole vorrebbe conciliare i loro problemi, ma di fatto crea maggiori contrasti, imponendo regole che stravolgerebbero la vita proprio di quei figli che vorrebbe tutelare. L’iniziativa legislativa mira, infatti, a ristabilire il controllo pubblico sui rapporti familiari e nelle relazioni attraverso interventi disciplinari, con una compressione inaccettabile dell’autonomia personale dei/delle singoli/e.

Diciamo NO alla mediazione obbligatoria

perché la mediazione ha come presupposto la scelta volontaria delle parti e relazioni simmetriche non segnate dalla violenza. Nella proposta Pillon, l’obbligo di mediazione viola apertamente il divieto previsto dall’art. 48 della Convenzione di Istanbul, mette in pericolo le donne che fuggono dal partner violento, oltre a generare uno squilibrio tra chi può permettersi questa spesa e chi non può perché non è previsto il patrocinio per i meno abbienti.

Diciamo NO all’imposizione di tempi paritari e alla doppia domiciliazione/residenza dei minori

che comportano la divisione a metà dei figli/e considerati alla stregua di beni materiali. Il principio della bigenitorialità, così applicato, lede il diritto dei minori alla stabilità, alla continuità, e all’espressione delle loro esigenze e volontà, riportando la genitorialità al concetto della potestà sui figli anziché a quello della responsabilità, già acquisito in sede europea e italiana come principio del rapporto genitori/figli.

Diciamo NO al mantenimento diretto

perché presuppone l’assenza di differenze economiche di genere e di disparità per le donne nell’acceso alle risorse, nella presenza e permanenza sul mercato del lavoro, nei livelli salariali e nello sviluppo della carriera.   Cancellare l’assegno di mantenimento a favore dei figli dà per scontato che ciascun genitore sia nella condizione di dare al figlio pari tenore di vita. Ciò nella maggioranza dei casi non è vero, come i dati Istat confermano. La disparità di capacità economiche dei genitori comporterà una disparità di trattamento dei figli quando saranno con l’uno o l’altro genitore.

Diciamo NO al piano genitoriale

perché incrementa le ragioni di scontro tra i genitori e pretende di fissare norme di vita con conseguenti potenziali complicazioni nella gestione ordinaria della vita dei minori. Non si possono stabilire in via preventiva quali saranno le esigenze dei figli, che devono anche essere differenziate in base alla loro età e crescita. Il minore con il Ddl Pillon diventa oggetto e non soggetto di diritto.

Diciamo NO all’introduzione del concetto di alienazione parentale

proposto dal Ddl che presuppone esservi manipolazione di un genitore in caso di manifesto rifiuto dei figli di vedere l’altro genitore, con la previsione di invertire il domicilio collocando il figlio proprio presso il genitore che rifiuta. E conseguente previsione di sanzioni a carico dell’altro che limitano o sospendono la sua responsabilità genitoriale. Si contrasta così la possibilità per il minore di esprimere il suo rifiuto, avversione o sentimento di disagio verso il genitore che si verifichi essere inadeguato o che lo abbia esposto a situazioni di violenza assistita.

Saremo per questo in piazza in tante città del paese il 10 novembre

per una mobilitazione generale che coinvolga donne e uomini della società civile, del mondo dell’associazionismo e del terzo settore, ordini professionali e sindacati, tutti i cittadini che ritengono urgente in questa complessa fase politica ripristinare la piena agibilità democratica e contrastare la crescente negazione dei diritti e delle libertà a partire dalla libertà delle donne.

#FermatePillon. #FermiamoPillon

Promosso da:

  • D.i.Re Donne in rete contro la violenza
  • Udi Unione donne in Italia
  • Pangea
  • Telefono Rosa
  • Maschile Plurale
  • CAM Centro di ascolto uomini maltrattanti
  • CGIL Confederazione generale italiana del lavoro
  • UIL Unione italiana del lavoro
  • Rebel Network
  • NUDM Non una di meno
  • CISMAI Coordinamento italiano servizi maltrattamento all’infanzia
  • ARCI
  • Arcidonna Nazionale
  • Rete Relive
  • Educare alle Differenze
  • BeFree
  • Federico nel Cuore
  • Movimento per l’Infanzia
  • Le Nove
  • Terre des hommes
  • Associazione Manden
  • CNCA Coordinamento nazionale comunità d’accoglienza

Cnca

L’Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte aderisce alla ‘Giornata Internazionale per l’eradicazione della povertà’, che ricorre ogni anno il 17 ottobre.

Le stime diffuse dal report dell’ISTAT, relative alla povertà in Italia nel 2017, vedono dal 2005 confermare il trend di continua e inarrestabile crescita del fenomeno. Nel 2017 si stimano in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui.

Anche la povertà relativa aumenta rispetto al 2016. Nel 2017 riguarda 3 milioni 171 mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368 mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).

L’Ordine regionale attende la presentazione del Rapporto 2018 di Caritas Italiana su povertà e politiche di contrasto dal titolo "Povertà in attesa", che verrà presentato oggi a Roma, per valutare i dati dell’ultimo periodo, La portata del fenomeno ha già indirizzato gli assistenti sociali a ripensare al proprio strategico ruolo orientato a contrastare e ridurre la povertà.

Ed è proprio Barbara Rosina (Presidente dell’Ordine Assistenti sociali del Piemonte) a evidenziare il ruolo dell’assistente sociale: “I professionisti contribuiscono significativamente alla tutela dei diritti umani, alla costruzione di equità sociale e alla lotta contro le disuguaglianze sociali, evidenziando l’importanza dell’accoglienza, della sinergia e dell’alleanza tra professionisti, servizi, associazionismo, terzo settore, volontariato e del contributo di tutta la comunità”.

Rosina aggiunge: “La povertà è un fenomeno dai confini fluidi e mutevoli, in continua trasformazione, che disegna scenari differenti e dicotomici in una nazione che sembra ormai proiettarsi nel futuro a due differenti velocità, lasciando indietro chi non riesce ad adattarsi ai nuovi contesti o chi si trova a vivere improvvise condizioni di perdita di reddito, status e relazioni. In tutte le sue accezioni più significative (economica, strutturale, sanitaria, educativa, valoriale), la povertà è la rappresentazione odierna di un welfare incerto, di politiche poco lungimiranti, di interventi di sostegno al reddito a carattere riparativo e non generativo”.

Secondo la legge del gradiente sociale, più si scende nella scala sociale, più la salute è esposta a rischi, malattie e morte. Le disuguaglianze di salute hanno un impatto molto significativo sui carichi di sofferenza, con conseguenti ricadute anche sul benessere individuale, sulle reti di relazioni, sull’autonomia esistenziale, sull’autosufficienza, sulla produttività e sul fabbisogno assistenziale. Ne consegue che la povertà e l’esclusione sociale entrano nella scena della salute come uno dei determinanti della salute stessa.

In tal proposito, si esprime anche Sabrina Anzillotti, assistente sociale di un Servizio per le Dipendenze patologiche nonché Segretario dell’Ordine Assistenti sociali del Piemonte: “Il potenziale di salute di una società è minato e depotenziato proprio dalle disuguaglianze e il loro superamento è, quindi, funzionale al benessere individuale dei cittadini. Come ben delineato nel volume “L'equità nella salute in Italia. Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità”, povertà materiale e povertà di relazioni, reti di aiuto e solidarietà, disoccupazione, lavoro poco qualificato, basso titolo di studio sono importanti fattori di rischio per la salute. Chi è in condizioni di svantaggio si ammala di più, guarisce meno, perde autosufficienza ed è meno soddisfatto della sua salute. Essere poveri ha ricadute concrete e pesanti sul sistema sanitario; chi ha un reddito scarso o inesistente possiede difatti una minore capacità di ricorrere tempestivamente e in modo appropriato alle cure, incorre in un maggior rischio di interrompere o rinunciare del tutto ai percorsi di cura ed ha tassi più lenti di guarigione”.

Rosina conclude: “Questa situazione obbliga i professionisti dell’aiuto a contribuire fattivamente e con il proprio specifico professionale al processo di cambiamento e revisione del sistema e del processo delle cure. Gli studi relativi ai processi di trasformazione/innovazione degli assetti e dei processi organizzativi affermano che i cambiamenti non avvengono solo con processi top down per prescrizione, direttive e protocolli, ma anche attraverso interventi di contrasto che garantiscono equità nell’accesso alle strutture sanitarie e soddisfazione dei bisogni dei cittadini più vulnerabili. Questi sono soltanto alcuni dei temi e dei punti fermi sui quali proseguire e intensificare il confronto, la collaborazione, la riflessione e la costruzione di sinergie e alleanze nella direzione della lotta contro la povertà, dell’equità sociale e della tutela dei diritti umani”.


Carmela, Francesca Longobardi - Consigliere delegato alla Comunicazione esterna e ai Rapporti con i mass-media / tel.: 333.4896751

Oas Piemonte

Mercoledì 10 ottobre ricorrono festeggiamenti duplici: la Giornata mondiale della Salute Mentale e la Giornata europea e mondiale contro la pena di morte.

Il 10 ottobre 2018 si celebra la “Giornata Mondiale della Salute Mentale”, sostenuta dalle Nazioni Unite,  per invitare ad una riflessione ed a una maggiore consapevolezza su malattie ad altissimo impatto e sofferenza per chi ne soffre, per le famiglie, per gli amici.

Il 26 settembre 2007, il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa decise di indire una ''Giornata europea contro la pena di morte'', che da allora si tiene ogni anno il 10 ottobre. Fin dal 1997 l’Europa viene definita “spazio libero dalla pena di morte”.

E l’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte non perde l’occasione per lanciare un monito perché non siano le persone con disagio psichico ad essere condannate ad una morte in vita.

Barbara Rosina (Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte) afferma: “Non ci sembra un caso questa doppia celebrazione se si pensa a quanto la solitudine, che spesso genera la malattia mentale, possa costringere ad esistenze di preoccupazione, di difficoltà, alla mancanza di legami affettivi, di riconoscimento di qualità e caratteristiche positive, alla compressione in un unico ruolo: quello del malato. Possiamo parlare di condanna ad una lenta e quotidiana morte?”

Rosina sottolinea: “Oggi stiamo assistendo ad una stagione politica nella quale non sembrano esserci sistemi ideologici in contrapposizione, concezioni dell’uomo e della società volte all’uguaglianza ed alla solidarietà. Al contrario, è presente la ricerca del massimo consenso basato su scelte quanto più possibili vicine ed in accordo con il senso comune su specifici e circoscritti argomenti. È necessaria, oggi più che mai, una maturazione della consapevolezza della valenza universalistica dell'affermazione dei diritti dei malati di mente e, in generale, di tutti i cittadini. Sappiamo bene che i diritti possono essere garantiti solo se vi sono le condizioni materiali per la loro fruibilità: i diritti civili e politici, in assenza di un quadro di diritti sociali, ovvero servizi, opportunità, risorse, non possono essere agiti o comunque non servono ad affrancare i loro titolari dalle condizioni di marginalità e di esclusione.” 

Le risposte della politica, se adeguate e non intermittenti, rappresentano una base da cui partire. Per i professionisti dell’aiuto, però, è compito di ogni operatore e di ogni cittadino fornire il proprio prezioso contributo contro la dilagante e letale indifferenza. 

Rosina precisa: "Possiamo ritrovare nella storia della psichiatria italiana strategie, ancora oggi adottabili dagli assistenti sociali e dagli operatori della salute mentale, per portare avanti progetti finalizzati ad attività di promozione della salute e benessere con l’obiettivo di avvicinare i luoghi di cura ai contesti di vita. Ma nulla possono le istituzioni se ciascuno di noi crede di non essere importante, nel suo piccolo e quotidiano, e non volge lo sguardo ed affianca persone che soffrono di una malattia mentale e le loro famiglie". 

Barbara Rosina (Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte) conclude: “Un tempo quando si pensava alla malattia mentale si pensava ai manicomi. Oggi non vi sono più le mura che separavano fisicamente, gli sguardi della gente non sono più bloccati da queste barriere. Questi sguardi sono, purtroppo, spesso intrappolati nel disinteresse, nell’individualismo, nella fretta, nella paura, nella difficoltà di esprimere una vicinanza. I luoghi di cura sono visibili, ma occorre essere accompagnati a vederli. I luoghi di cura sono anche le strade, le piazze, le scuole, gli uffici, i negozi, le reti familiari e di amicizia dove ciascuno può incontrare persone con una malattia mentale. Dobbiamo chiederci tutti i giorni, nelle nostre vite, quanto la solitudine, l’indifferenza ed il disinteresse possano condannare a vite desertificate le persone con un disagio psichico. Corriamo il rischio di esporle ad una pena simile alla pena di morte che, con convinzione, si cerca di abolire in tutti i Paesi del mondo”.

L’Ordine Assistente Sociali del Piemonte, per voce della sua Presidente, richiama ad assumersi l’impegno di concorrere alla costruzione di incontro, dialogo e di rapporti attenti al bene autentico di ciascuno: come per la pena di morte occorre una mobilitazione continua, nella quotidianità, che riesca a fermare involontarie, inarrestabili lente esecuzioni.


Carmela, Francesca Longobardi - Consigliere delegato alla Comunicazione esterna e ai Rapporti con i mass-media / tel: 333.4896751

Oas Piemonte

Filomena Albano ha incontrato il capo di gabinetto del Ministero della Giustizia per rinnovare quanto prima il protocollo “Carta dei figli dei genitori detenuti” 

“Sono troppo poche in Italia le strutture per madri detenute con figli piccoli: solo cinque gli istituti a custodia attenuata e addirittura solo due le case famiglia protette. Non possiamo attendere che si ripetano episodi drammatici come quello accaduto ieri a Rebibbia, né possiamo accettare l’idea che dei bambini continuino a vivere dietro le sbarre, in ambienti che non sono adatti a una crescita sana e a un armonioso sviluppo. Bisogna aprire quanto prima altre case famiglia protette: basta bambini in carcere”.

Così l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano, che questa mattina ha incontrato Fulvio Baldi, capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia e tra due giorni vedrà il capo Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini. Al centro degli incontri il rinnovo del protocollo “Carta dei figli dei genitori detenuti”.

“Le case famiglia protette – prosegue Filomena Albano – rappresentano un contesto più adatto degli istituti di detenzione ad accogliere bambini in fase di crescita. Occorre comunque investire nel sostegno delle competenze genitoriali e nell’aggiornamento professionale del personale. Vanno monitorate le situazioni di maggiore fragilità e sostenute le madri attraverso percorsi di educazione alla genitorialità: questo è più semplice in un contesto circoscritto e controllato come quello della casa famiglia”.

“In attesa di raggiungere l’obiettivo di evitare la permanenza di persone di minore età negli istituti penitenziari – conclude la Garante Albano – mettiamo al centro le esigenze specifiche dei figli di persone in stato di detenzione. In particolare, assicurando ai bambini che vivono con i genitori in una struttura detentiva libero accesso alle aree all’aperto, ai nidi, alle scuole, ad adeguate strutture educative e di assistenza, preferibilmente esterne. Il superiore interesse dei minori prima di tutto”.   

Roma, 19 settembre 2018 Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza
Stampa e comunicazione AGIAvia di Villa Ruffo, 6 - 00196 Roma;
06/6779-6551/5935/7782 

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.garanteinfanzia.org   

autorità garante

Il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) esprime viva preoccupazione per diverse proposte contenute nel Ddl 735 presentato dal senatore Simone Pillon, riguardante le norme in materia di affido condiviso nei casi di separazione coniugale. 

“Il testo in discussione", dichiara Liviana Marelli, responsabile Infanzia, adolescenza e famiglie del CNCA, "rischia di ledere alcuni diritti fondamentali dei figli minorenni, che devono sempre avere la precedenza rispetto a quelli dei genitori. In particolare, la norma che prevede il diritto dei figli a trascorrere con i genitori tempi paritetici o equipollenti non tiene conto del diritto dei minorenni alla stabilità e alla protezione, per quanto possibile, dalle scissioni e dalle lacerazioni della separazione. La cosiddetta 'bigenitorialità' si esprime, a nostro avviso, in un pari grado di assunzione di responsabilità nei confronti della crescita dei figli, non nella misurazione dei tempi che questi ultimi trascorrono con i loro genitori. Non è accettabile la prefigurazione della norma che tratta i figli come fossero beni materiali e quindi divisibili a metà."

"In secondo luogo," continua Marelli, "desta forte inquietudine l'uso dell'espressione 'alienazione parentale', così controversa a livello scientifico, che rischia di favorire la messa sotto accusa di uno dei due genitori solo perché il figlio si rifiuta di incontrare l'altro genitore. Si  tratta di una questione seria che ha attraversato e attraversa da tempo  il mondo scientifico, non risolvibile con una mera  imposizione giuridica. Il minorenne può ritenere uno dei due genitori inadeguato dal punto di vista educativo o, a volte, non voler incontrare un genitore perché autore di atti di violenza domestica. Le norme del ddl Pillon appaiono inopportune e pericolose in presenza di situazioni come queste, tutt'altro che rare."

"Infine, non riteniamo che la mediazione familiare debba essere prescritta come obbligatoria in caso di separazione", conclude Marelli. "Vi sono casi, come appunto quelli in cui si registrano situazioni di violenza domestica o di fortissima conflittualità, in cui tale passaggio può non essere possibile. Per queste ragioni invitiamo il Parlamento a modificare il testo del Ddl nei punti indicati." 

Roma, 21 settembre 2018


Info:
Mariano Bottaccio – Responsabile Ufficio stampa e Comunicazione
Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA)
tel. 06 44230395/44230403 – cell. 329 2928070 - email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.cnca.it 

Cnca

Venerdì 21 settembre ricorrono festeggiamenti triplici: la Giornata Mondiale dell'Alzheimer, la Giornata internazionale della pace e la Giornata Mondiale della Gratitudine.

E non pare un caso. I temi sembrano legati da un fil rouge, ossia le relazioni tra le generazioni, il loro stato di salute e il loro livello di intensità. Si è costretti, ancora una volta, a ragionare sulla crisi dei rapporti, sulla presenza di spaccature comunicative, come il non ascolto, il distacco, il non riconoscimento tra figli – genitori, e di quanto sia necessario favorire una prospettiva culturale che metta le basi per un fattivo patto intergenerazionale.

L’Ordine Assistente Sociali del Piemonte richiama ad assumersi l’impegno di contribuire ad una dialettica intergenerazionale basata sull’incontro, il dialogo, la corresponsabilità e la costruzione di rapporti attenti al bene autentico di ciascuno.

Barbara Rosina (Presidente dell’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte) afferma: “Porre rimedio all’allentamento delle reti parentali, la cui drammatica conseguenza è un maggior isolamento delle famiglie, la frammentazione dei legami sociali e l’inasprirsi di condizioni di solitudine e di povertà, deve avere carattere di priorità. La frattura è irreversibile e foriera di danni enormi se non si lavora, ora e subito, per l’elaborazione di nuove leggi, indirizzi, a livello nazionale e regionale, e di modalità operative ispirati al principio di solidarietà, capaci di valorizzare le differenze generazionali e di trasmettere ‘significati’. Dobbiamo rivedere la vita sociale, rivalutando ambiti che vanno dalla costruzione degli spazi urbani, alla gestione delle risorse economiche fino all’accesso alle carriere nel mondo del lavoro".

L’aggiornamento sugli indicatori Bes, pubblicato dall’Istat l’11 luglio 2018, è chiaro: diminuisce nel 2017 la quota di persone che dichiarano di avere parenti, amici o vicini su cui contare (da 81,7% del 2016 a 80,4%). Resta molto bassa anche la quota di persone che esprimono fiducia verso gli altri (19,8% nel 2017). 

Rosina precisa: "Non si pensi che la responsabilità sia solo di altri. Ciascuno di noi deve impegnarsi per ridurre la distanza interpersonale all'interno delle proprie reti. Le persone affette dalla malattia di Alzheimer potranno non essere in grado di comprendere, su un piano razionale, potranno non essere nella condizione di esternare gratitudine, ma ciascuno di noi potrà sentirsi fiero del proprio atteggiamento. Ed in pace". 

Cinzia Spriano, consigliere dell’Ordine esperta nella violenza di genere, conclude: “Per superare il clima di disconoscimento esistente a più ampio spettro e di rancore sociale, dobbiamo rafforzare un’idea positiva del mondo, farla emergere in tutti campi e a tutti i livelli. Occorre contrapporre un'immagine alternativa, in cui l’idealità non si scontra con la realtà, ma la plasma, la orienta, la cambia. Nella realizzazione di nuovi servizi o messa a punto di regolamenti, gli amministratori, i dirigenti e i professionisti devono domandarsi con rigore a chi stiano procurando vantaggio, se l’equità e la giustizia sociale siano garantite”.


Carmela, Francesca Longobardi - Consigliere delegato alla Comunicazione esterna e ai Rapporti con i mass-media / tel: 333.4896751

Oas Piemonte

Il Cismai esprime viva preoccupazione per le proposte contenute nel DDL 735 presentato dal senatore Simone Pillon, che riguarda le norme in materia di affido condiviso nei casi di separazione coniugale.

In tutta la sua impostazione, infatti, il DDL appare fortemente orientato a tutelare gli interessi degli adulti a discapito di quelli dei bambini.

In particolare il Cismai segnala la criticità di alcuni punti:

ART. 7 punto 2: “I genitori di prole minorenni che vogliano separarsi devono -a pena di improcedibilità- iniziare un percorso di mediazione familiare…” Pur consapevole dell’utilità della mediazione familiare in alcune situazioni, il Cismai insieme alla Comunità Scientifica riconosce la sua totale inapplicabilità nei casi di alta conflittualità tra le parti e nei casi di violenza domestica (come da art. 48 punto 1 della Convenzione di Instanbul del 2011, ratificata dall’Italia nel 2013, che ne vieta l’utilizzo nei casi di violenza)

ART.11 punto 2 sul “…diritto del figlio di trascorrere con i genitori tempi paritetici o equipollenti… in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti”

L’articolo sembra rivolto ad assicurare il rispetto dei diritti di entrambi i genitori in nome del principio della bigenitorialità, attribuendo però a questo concetto un valore concreto, traducibile in azioni, quali la divisione a metà del tempo e la doppia residenza dei figli. Il Cismai ritiene che questa interpretazione del concetto di bigenitorialità, leda fortemente il diritto dei minori alla stabilità, alla continuità, ed alla protezione, per quanto possibile, dalle scissioni e dalle lacerazioni che inevitabilmente le separazioni portano nella vita delle famiglie. Questo articolo teorizza la possibilità applicativa della divisione a metà di un figlio, ma questo significa considerare i minori alla stregua di beni materiali. Appare molto grave che a teorizzare questa divisione sia proprio lo Stato che dovrebbe invece essere il primo garante della loro protezione.

Il Cismai ritiene che il concetto di bigenitorialità riguardi l’impegno e la responsabilità che entrambi i genitori continuano a mantenere nei confronti dei figli dopo la separazione coniugale, e non abbia a che fare con il tempo materiale che ogni genitore passa con i figli, ma con il grado di assunzione di responsabilità nei confronti della loro crescita.

Il Cismai esprime altresì viva preoccupazione riguardo l’ART. 17 del DDL che fa riferimento a quelle situazioni in cui il figlio manifesta il rifiuto di vedere un genitore, e prevede in ogni caso sanzioni all’altro genitore. Pur sapendo che situazioni di manipolazione dei minori da parte di un genitore esistono, appare altamente lesivo dei

diritti del minore supporre che il suo rifiuto di incontrare un genitore sia comunque da imputare al condizionamento dell’altro, non considerando invece il diritto del minore di rifiutarsi di mantenere un rapporto con un genitore che sia in vario modo inadeguato sul piano genitoriale o che lo abbia esposto a situazioni di violenza domestica. Il tema dell’alienazione parentale è scientificamente controverso ed ogni specifica situazione va valutata attentamente da professionisti esperti. Il rifiuto di un bambino di frequentare il proprio genitore ha sempre delle ragioni psicologiche e relazionali che richiedono attenzione e competenza clinica per essere correttamente decodificate. Le situazioni  sono spesso complesse e non si risolvono con letture semplificate,  ma il figlio ha diritto a che vengano capiti i motivi del suo rifiuto ed eventualmente curate le relazioni disfunzionali alla base di questo.

Alla luce di tutte queste considerazioni, il Cismai ritiene quindi che la trasformazione in Legge del citato DDL segnerebbe un pericoloso passo indietro nel percorso di tutela dei minori e di rispetto dei loro diritti.

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Ogni anno il 10 settembre, dalla sua istituzione del 2003, si celebra la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, iniziativa promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall’Associazione internazionale per la prevenzione del suicidio (IASP).

L’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte riconosce all’evento la funzione primaria di sensibilizzazione dei diversi settori della società (il pubblico, le associazioni, le comunità, i ricercatori, i clinici, i medici di base, i politici, i volontari e tutti coloro che hanno avuto a che fare con il suicidio), elemento cruciale nelle messa a punto di interventi preventivi.

In occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio dello scorso anno, l’Istituto nazionale di statistica ha diffuso un quadro di sintesi del fenomeno, rilasciando i dati provvisori per l’anno 2015.

E’ emerso un dato rassicurante: significativa e trasversale, per genere ed età, la diminuzione dei suicidi nel ventennio 1995-2015 (-14,0%). Nel 1995 erano 8,1 i suicidi ogni 100 mila abitanti che sono scesi a 6,5 nel 2015 (3.935 decessi). L’Italia si colloca, in riferimento ai dati 2015, in basso nella graduatoria europea (6,3 il tasso standardizzato di mortalità per età nel 2014; 11,2 la media Ue28).

Come segnalato dall’ISTAT, le caratteristiche strutturali della popolazione – genere, età, livello di istruzione, territorio – rappresentano variabili da tenere in considerazione: il suicidio è un fenomeno non gender-neutral, ogni 100 mila abitanti i deceduti per suicidio sono 10,4 fra gli uomini e 2,8 fra le donne.

Emerge inoltre come anche il gradiente per titolo di studio si riscontra tra gli uomini ma non tra le donne: 14,8 suicidi ogni 100 mila uomini con nessun titolo o basso livello di istruzione, 9,2 suicidi fra uomini con laurea o titolo di studio superiore.

Elemento di rilievo è la correlazione all’età in quanto si osservano quozienti crescenti al crescere dell’età (1,4 i suicidi ogni 100 mila abitanti fino a 24 anni, 10,4 oltre i 65 anni). Ancora secondo i dati ISTAT è possibile affermare che a livello territoriale il Nord-est presenta i livelli di mortalità più elevati (8,3 suicidi ogni 100 mila abitanti), il Sud quelli più contenuti (4,5 ogni 100 mila abitanti) ed il fenomeno ha un andamento crescente nella prima metà dell’anno – maggio, giugno e luglio i mesi più critici – e trend in diminuzione nel secondo semestre.

Sebbene, come detto, si tratti di un fenomeno in diminuzione, è sufficiente leggere alcuni recenti articoli giornalistici per verificare come nella nostra Regione, negli ultimi mesi, il numero di suicidi o tentativi di suicidio sia da tenere in considerazione e imponga una riflessione ed una attenzione da parte dei professionisti dell’aiuto, del sistema dei servizi, ma anche da parte di ciascuno di noi come cittadino.


Afferma la Presidente dell’Ordine regionale degli Assistenti Sociali che le indicazioni dell’IASP sottolineano come “ascoltare con attenzione, empatia, assenza di giudizio può aiutare le persone a riacquistare speranza”. Queste sono competenze degli assistenti sociali e vengono espresse nell’azione quotidiana: “Ascoltiamo le persone, chiediamo loro cosa fanno, come si sentono, le incoraggiamo nel portare avanti i loro progetti di vita, le loro aspirazioni, offriamo indicazioni nelle situazioni di difficoltà per arrivare ad un cambiamento dei comportamenti e delle situazioni che possono portare disfunzioni nella loro vita ed in quella delle loro famiglie. Sono spesso piccoli gesti di attenzione all’altro che consentono di creare significative relazioni di fiducia”. 

Rosina evidenzia: “Questo compito non può essere lasciato unicamente ai professionisti dell’aiuto, occorre una attenzione diffusa della comunità nei confronti delle persone, delle loro storie, delle loro difficoltà, soprattutto nelle situazioni di vulnerabilità come la perdita del lavoro, la presenza di malattie nelle famiglie, di lutti. Sappiamo bene, per esperienza professionale e personale, quanto sia difficile trovare il coraggio di stare a fianco di persone in difficoltà. Questo avviene per molte ragioni tra le quali anche la paura di non sapere cosa dire. È importante ricordare che non esiste una specifica formula o precise parole. Un autentico interesse all’altro, alla sua vita, il desiderio di aiutare possono essere abbastanza per prevenire una tragedia”.

Rosina, ricordando la campagna “Take a minute” lanciata per la celebrazione del 2018 dall’IASP, conclude: “La comunità professionale degli assistenti sociali si associa al richiamo dell’Associazione internazionale per la prevenzione dei sucidi quando afferma di prendersi un minuto per parlare con qualcuno nella nostra comunità, un membro della nostra famiglia, un amico, un collega o anche una persona sconosciuta. Questo gesto potrebbe cambiare la traiettoria di una vita”


Carmela, Francesca Longobardi - Consigliere delegato alla Comunicazione esterna e ai Rapporti con i mass-media / tel: 333.4896751

 

Al primo trimestre 2018, le persone inattive che ritengono di non riuscire a trovare lavoro e quindi non lo cercano - gli scoraggiati - in Italia sono 1.489.000 (dati Istat, prospetto 6 https://www.istat.it/it/files//2018/06/Mercato_del_lavoro_I_trim_2018.pdf). Come il lavoro è una parte essenziale dell'identità e del ruolo sociale, così, in modo complementare, la disoccupazione agisce profondamente sulla vita delle persone, colpendone non solo la dimensione professionale ma anche quella psicologica ed esistenziale. Dalla disoccupazione si rischia di scivolare in una condizione di scoraggiamento, in una spirale negativa che porta alla perdita di speranza e motivazione che rende ancora più difficile il rientro nel mondo del lavoro. L'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna vuole suonare un campanello di allarme perché, con la consapevolezza e gli interventi mirati, si spezzi il circolo vizioso.

Anche se la presente riflessione è centrata sui vissuti e i processi psicologici degli scoraggiati, è evidente che la soluzione alla disoccupazione resta un problema politico-economico. Bisogna, però, sottolineare il valore del lavoro per gli equilibri psicologici: nel lavoro la persona esprime se stessa, afferma la propria identità e appartenenza sociale, costruisce legami importanti per la propria realizzazione, oltre all'indispensabile reddito per fare progetti per il futuro. La relazione tra lavoro e dignità è da considerarsi così importante per la stabilità della persona che la disoccupazione può produrre una ferita psicologica profonda. Il disoccupato non è solo colui che non ha un reddito sicuro, ma più in generale una persona che può sentire di non avere una collocazione nella società o di possedere una identità manchevole.

Sono molti gli effetti psicologici che caratterizzano coloro che vivono questa drammatica condizione. Sentimenti di frustrazione, senso di colpa e inutilità possono combinarsi con vissuti di vergogna e rassegnazione, determinando sintomi depressivi di varia intensità fino ad arrivare a una depressione vera e propria. 

"Questa esperienza di deprivazione, se prolungata, può provocare la perdita dell’autostima, l’aumento del senso di inferiorità e di impotenza, minando non solo la fiducia in se stessi, ma anche negli altri, nella società e nel futuro, con possibile mancanza di motivazione. Situazione psicologica che può rendere più passivi gli individui e ancora più problematico il loro inserimento nel mondo del lavoro." Commenta Anna Ancona, Presidente dell'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna.

Tale situazione esistenziale può portare alla paralisi; la paura di subire un ulteriore fallimento può essere altamente invalidante perché porta a indietreggiare di fronte alla sfida di trovare una nuova collocazione lavorativa. La persona disoccupata può diventare così inattiva, smettere di cercare un lavoro, passando da una condizione di ricerca attiva a una condizione di scoraggiamento.

L'evoluzione della situazione lavorativa di queste persone dipende dal superamento della crisi - anche con interventi di sostegno psicologico - e da circostanze contingenti e ambientali, come la ripresa economica, evidentemente necessaria. Un supporto mirato, che si faccia carico della situazione di sofferenza della persona nella sua complessità, può favorire l’utilizzo di risorse personali per fronteggiare l’evento negativo - la disoccupazione - promuovendone la resilienza.

È necessario fornire innanzitutto uno spazio psicologico e relazionale di ascolto in cui si possa scoprire di non essere soli a sperimentare un certo malessere, aiutando a superare gli stereotipi legati all’essere disoccupato. È inoltre fondamentale attivare la proattività, favorire il recupero delle risorse personali e un livello di motivazione sufficiente a ripartire per la ricerca o la creazione di un nuovo spazio lavorativo.


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31 luglio 2018, Torino. Ieri la primatista italiana Under 23 di lancio del disco, Daisy Osakue, è stata presa di mira da alcuni giovani che le hanno lanciato un uovo mentre sfrecciavano, presumibilmente con una Doblò, lungo corso Roma. Si tratta dell’11° episodio a danno di persone di colore in meno di due mesi. Quanto sta accadendo non poteva far rimanere indifferenti gli assistenti sociali, i professionisti dell’aiuto che quotidianamente sono chiamati a promuovere una cultura della solidarietà e a porre all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica situazioni di disagio, di iniquità e di inuguaglianza.

«Il clima di intolleranza e violenza cui assistiamo in questo periodo - afferma Barbara Rosina (Presidente dell’Ordine Assistenti sociali del Piemonte) - deve far riflettere, ma al più presto far reagire le coscienze per arginare tali gesti che non possono essere liquidati come “bravate”».

Rosina aggiunge: «Undici casi di violenza fisica in poche settimane evidenziano un clima di intolleranza e di “rabbia sociale” che non può passare sotto silenzio. Istituzioni, mondo politico, cittadini e operatori sociali devono cooperare per assicurare un clima di vicinanza, rispetto e abbattimento della paura del “diverso”. Ancora più dopo i fatti di questi giorni è necessario richiamare le basi di democrazia e libertà che sono le fondamenta del nostro paese contro ogni forma di razzismo e discriminazione».

«La “banda delle uova” che ha già colpito donne e pensionati dà prova di quanto le relazioni sociali siano sempre più sfaldate e precarie. Ancora una volta e con carattere di urgenza, si palesa la necessità di operare per costruire una società più coesa e accogliente, in grado di proteggere i suoi componenti. Occorre che l’impegno sia un impegno collettivo, ciascuno per il ruolo che occupa in questa società».

«Apprezziamo le prese di posizione pubbliche degli amministratori, come ad esempio quelle di Paolo Montagna (Sindaco di Moncalieri) e Chiara Appendino (Sindaco della Città di Torino), e le manifestazioni di vicinanza di gruppi di cittadini che rappresentano un’Italia più giusta e coerente con i principi costituzionali fondanti la Repubblica italiana. Incoraggiamo a fare altrettanto gli assistenti sociali, le istituzioni e tutti i cittadini. L’Ordine degli Assistenti Sociali non verrà meno ad un’azione, continuativa e costante, indirizzata al contrasto delle discriminazione e alla tutela dei diritti”.

Rosina conclude lanciando un appello: «L’Ordine, a fianco dei cittadini e delle istituzioni, aderirà all’iniziative di cui verrà a conoscenza ed invita la cittadinanza ad uscire allo scoperto, per prendere le distanze dall’insostenibile clima di tensione che sta caratterizzando questa calda estate». 

Carmela Francesca Longobardi - Consigliere CROAS Piemonte / addetto stampa Torino
cel: 333.4896751

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