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Ubi minorubi-minor-progetto

Ci uniamo ai numerosi appelli per chiedere con fermezza il RINVIO DELLO SCIOGLIMENTO DELLE CAMERE e chiediamo al Presidente Grasso di procedere a NUOVA CONVOCAZIONE del SENATO PER GIUNGERE ALL’APPROVAZIONE DELLA LEGGE  SULLO IUS SOLI, quale dovuto atto di civiltà nel rispetto dei diritti dei minorenni e nel loro superiore interesse.

Ci appelliamo soprattutto al Capo dello Stato, quale garante dell’unità nazionale, affinché ascolti la voce di molti cittadini italiani che ritengono vergognosa, antistorica e demagogica la negazione del diritto alla cittadinanza italiana per i bambini che già sono parte reale e irrinunciabile della storia personale collettiva della Nazione.

La invitiamo, unitamente ai Presidenti di Camera e Senato, ad assumere con determinazione la decisione di rinviare lo scioglimento delle Camere e chiediamo al Presidente del Senato Grasso di procedere alla riconvocazione del Senato con all’ordine del giorno l’approvazione dello Ius soli.

Sarà, in ogni caso, segno di una scelta culturale e politica che restituisce dignità a un sistema democratico capace di tener conto e di rispettare quella parte del Paese che non vuole rinunciare alla libertà di pensare alla cittadinanza senza barriere, intenzionato a gettare sempre ponti e mai interessato a costruire muri, capace di dialogare e discernere piuttosto che strumentalizzare fatti, eventi e persone.

ROMA, 28 DICEMBRE 2017

Agevolando | Aimmf | Arciragazzi | Camera minorile Milano | Cismai | Cnca |Garante per l’infanzia e l’adolescenza Comune di Palermo | Progetto Famiglia | Scs-Cnos Salesiani per il sociale

CNCA Lombardia plaude l'approvazione della L. 2443: regolamentata una figura professionale ricoperta da oltre 200mila persone in Italia.
 

Milano, 20 dicembre 2017 - Il CNCA – Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza plaude all'approvazione definitiva della Legge 2443, che disciplina le professioni di educatore e pedagogista.  

"Cnca Lombardia esprime soddisfazione per l'approvazione del ddl 2443, che riconosce dopo tanti anni la professionalità di oltre 200.000 lavoratori. Siamo grati all'on. Vanna Iori, che ha perseguito questo obiettivo con grande determinazione, e a tutti coloro che hanno reso possibile questo risultato.
Ci aspettiamo che in sede di decreti attuativi vengano posti alla Legge i correttivi proposti da CNCA in relazione alle modalità di 'regolarizzazione' di educatori e pedagogisti che lavorano da anni con grande professionalità" spiega Paolo Tartaglione, referente Infazia, Adolescenza e Famiglie - CNCA Lombardia

CNCA torna a segnalare alcune criticità, che si spera vengano prese in considerazione in sede di Decreti Attuativi.

1 – Il Testo prevede (art.13) che chi ha tra i 3 e i 20 anni di esperienza anche non continuativa (oppure 10 anni nel caso di chi ha raggiunto i 50 anni) possa acquisire la qualifica professionale di educatore professionale socio-pedagogico frequentando un corso universitario di un anno (pari a 60 cfu). CNCA sottolinea il fatto che la Legge assegna all'Università il compito di fornire a educatori di esperienza una formazione “on the job” che attualmente – secondo la nostra esperienza – altri Soggetti propongono in maniera molto più efficace. Così migliaia di educatori di esperienza dovranno investire tantissimo tempo e  soldi per ricevere una proposta formativa che avrà l'effetto di “sanare” la forma della propria posizione, ma che non innalzerà il livello di competenza e specializzazione di questi professionisti; cosa che sarebbe invece garantita -   con grande vantaggio per gli utenti dei nostri Servizi - se fosse possibile ottenere la qualifica frequentando corsi di eccellente livello che sono attualmente disponibili sul mercato.

2 – Sempre l'art.13 del Testo prevede che chi ha “50 anni di età e almeno 10 anni di esperienza” oppure “meno di 50 anni di età e almeno 20 anni di esperienza” otterrà in automatico la qualifica professionale di educatore professionale socio-pedagogico: perché inserire un criterio di pura età anagrafica? Perché chi ha 50 anni deve avere 10 anni di esperienza invece dei 20 richiesti a chi è più giovane? 

3 - La legge assegna la qualifica di pedagogista in base solo a criteri di conoscenze universitarie: si potrà definirsi pedagogista solo sulla scorta del possesso di lauree magistrali ben definite. Diversamente dagli educatori, però, per i pedagogisti non è prevista la possibilità di “sanare” la propria posizione professionale. Questa scelta ci colpisce molto perché la figura professionale di “pedagogista” è definita nel Testo di Legge attraverso azioni (progettazione, coordinamento, valutazione, supervisione, consulenza,..) che vengono oggi svolte da operatori di esperienza, che sono a tutti gli effetti degli “esperti di processi educativi”, e che con questa Legge non potranno più definirsi pedagogisti. 
Colpisce ancora di più il fatto che invece, secondo la Legge, potranno definirsi tali: “professori universitari ordinari, straordinari, associati, fuori ruolo e in quiescenza, dottori di ricerca e ricercatori (anche laureati in materie diverse da quelle pedagogiche, ma che abbiano insegnato per 3 anni, anche non consecutivi, discipline pedagogiche)”.
Proprio nel momento in cui la professione di pedagogista viene finalmente definita attraverso la descrizione di ciò che fa (Art.9, comma 2, lettere a-i), viene tolta la definizione di “Pedagogista” a chi - vero esperto di processi educativi - ha potuto utilizzarla sinora.

CNCA

Roma, 19 dicembre 2017

La Conferenza Unificata Stato-regioni ha approvato lo scorso 14 dicembre le nuove “Linee di indirizzo” per l’accoglienza nei servizi residenziali per minori.

Il Documento è il prodotto di un lavoro collegiale realizzato da rappresentanti del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, del Ministero della Giustizia – Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, dell’Associazione nazionale Comuni italiani, dell’Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, da esperti indicati dal Ministero.

Al Documento hanno contribuito anche i coordinamenti nazionali delle associazioni che hanno dato vita al comitato “#5buoneragioni per accogliere i bambini che vanno protetti”: Agevolando, Coordinamento italiano servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia (Cismai), Coordinamento nazionale comunità di accoglienza (Cnca), Coordinamento nazionale comunità per minori (Cncm), Progetto Famiglia, SOS Villaggi dei Bambini Italia insieme all’associazione Papa Giovanni XXIII.

Le linee d’indirizzo riguardano l’accoglienza dei circa 26.000 minorenni in affido o collocati in comunità in Italia (dati al 31-12-2014), distinguendo tra i “minorenni fuori famiglia d’origine a scopo di tutela” e “minorenni accolti in comunità in quanto minorenne migrante solo” considerando questi ultimi accolti per motivazioni di protezione ma non perché allontanati dalla famiglia d’origine con una misura disposta dal Tribunale per i Minorenni.

Il documento pone attenzione in particolare agli aspetti del rispetto dei diritti, della risposta ai bisogni, delle relazioni significative, della progettualità di sostegno inclusivo alla crescita e alla progressiva acquisizione di autonomia.

“Il gruppo #5buoneragioni esprime soddisfazione per questo importante risultato ma anche l’augurio che le linee di indirizzo vengano presto promosse, diffuse, sostenute a livello nazionale e regionale quale importante obiettivo di superamento delle attuali differenze tra le diverse regioni in virtù del principio di non discriminazione e di rispetto del diritto alla qualità dell’accoglienza per tutti i bambini e ragazzi presenti a qualunque titolo sul territorio nazionale”, commentano i promotori.

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Ufficio stampa:
Silvia Sanchini – Associazione Agevolando Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; 347 1660060
Mariano Bottaccio – Cnca Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; 329 2928070
Francesca Landi – SOS Villaggi dei Bambini Italia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; 335 5478571

Le festività natalizie, le più ricche di elementi religiosi e simbolici, sono cariche di significati psicologici. Fin dalle prime settimane di novembre luci, ornamenti e dolci tipici creano un’aria festosa.

Tradizionalmente il Natale è la festa della famiglia: l’occasione per ritrovare, recuperare e consolidare i legami affettivi e i sentimenti di appartenenza. La costruzione del Presepe, addobbare l’albero di Natale, partecipare a pranzi e cene, scartare i regalini… fin da piccoli l’educazione ricevuta, i rapporti familiari, le esperienze dell’attesa e della sorpresa ci hanno indotto a vivere magicamente il lungo periodo natalizio. Purtroppo, quella magia si può perdere.

L’immagine della ricorrenza che viene propagandata attraverso i media e la pubblicità sembra voler imporre un modello conformista di festività natalizia. Se da una parte per molte persone la pressione indotta - impegnativa e stressante per la "necessità di fare festa", pensare ai regali, e sostenere i vari impegni sociali - è tutto sommato normale e non seriamente problematica, da un'altra parte in alcune persone le imposizioni della tradizione e degli stimoli commerciali possono suscitare malessere. A questo proposito l'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna si pone una domanda: e se parte di questa felicità fosse "obbligatoria"? Quali sono gli effetti su chi non ha particolari ragioni per essere raggiante? Infatti non tutti riescono a calibrare i propri bisogni con le pressioni sociali e a entrare in sintonia con il clima imposto.

Più in generale, fastidio, irritazione e voglia che il periodo natalizio finisca il prima possibile possono essere identificati come la “tristezza da Natale”, anche nota come “Christmas Blues”, che indica di fatto una sensazione di malinconia mista a una leggera ansia. Qualcuno può vivere la pressione esercitata dalle tradizioni come particolarmente stressante, con un sentimento di inadeguatezza per non riuscire a essere felici ed entusiasti come il particolare periodo sembra richiedere. Per salvaguardare la propria salute mentale è indispensabile infatti riconoscere se ci si sente psicologicamente in linea con le richieste del contesto. Evitare di dover fingere sentimenti di gioia riduce notevolmente lo stress e consente di sintonizzarsi sui propri bisogni e non sulle aspettative degli altri. L'aspetto tranquillizzante è che comunque questo stato psicologico di disagio non è da considerarsi né patologico né preoccupante: è una situazione di malessere destinata a dissolversi poco dopo il 6 gennaio, quando si rientra nella normalità.

D’altro canto, questo momento di incontro familiare, se forzato, può anche costringere a fare i conti con aspetti irrisolti delle proprie relazioni interpersonali, con situazioni conflittuali celate e mai affrontate, che generano ansia e tensione.

Inoltre, per le persone che si trovano ad affrontare una situazione soggettiva particolarmente difficile, come coloro che hanno subito perdite affettive e non solo, i sentimenti di solitudine, abbandono ed emarginazione si possono acutizzare in prossimità di questa ricorrenza. Il contrasto tra l’ideale perfetto della festa, fatto di gioia e spensieratezza, sollecitato dai ricordi infantili, e la realtà della vita di ogni giorno, caratterizzata anche da preoccupazioni e responsabilità, può rendere ancora più pesanti quei sentimenti di tristezza e di inquietudine che spesso fanno parte della quotidianità.

Infine, chi aveva già sofferenze clinicamente significative e affezioni dell’umore può peggiorare, manifestando malesseri con sensazioni di disperazione, di solitudine, di agitazione e risposte emotive negative di “obbligata felicità”. Ne segue, purtroppo, che questo periodo dell’anno si caratterizza anche per una elevata incidenza di stati depressivi, con possibile rilevanza di tentativi di suicidio e decessi alcol correlati. Nel caso in cui lo stato di sofferenza psicologica si manifesti con una sintomatologia importante, è indispensabile consultare un professionista qualificato della salute mentale affinché possa valutare l’entità e la qualità del disturbo psicologico e, se necessario, impostare un intervento di cura mirato.

Ufficio Stampa Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna
a cura di Rizoma | Studio Giornalistico Associato | tel. 0510073867
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Tra oggi è domani sono previste le votazioni decisive nelle commissioni del Senato: “Approvare subito, prima della fine della legislatura, il ddl. 2443, nonostante le criticità”

Milano, 11 dicembre 2017 – Il CNCA – Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza ha approfondito il Disegno di Legge 2443, attualmente fermo in Commissione Bilancio del Senato, che si propone di disciplinare le professioni di educatore e pedagogista.
CNCA esprime apprezzamento per l’iniziativa Parlamentare che ha come prime firmatarie l’on. Vanna Iori e l’on. Paola Binetti. La Professione di Educatore opera da decenni in moltissimi contesti residenziali e territoriali, e ha acquisito negli anni crescenti specializzazione e autorevolezza.

È inoltre positivo che per consentire l’approvazione in tempi utili della legge per il riconoscimento professionale della figura di educatore pedagogista siano stati ritirati tutti gli emendamenti presentati in 7° Commissione al Senato.

È decisamente venuto il momento di chiedere al Legislatore di avere maggiore chiarezza sui “confini” delle professioni educative, e siamo certi che questa Legge porterà maggiori garanzie di competenza nel nostro lavoro, con il positivo riflesso di poter offrire interventi di sempre maggiore qualità alle persone accolte nei nostri Servizi.

Nell’augurarsi una pronta approvazione del Testo, CNCA torna a segnalare alcune criticità, che siamo certi verranno prese in considerazione in sede di Decreti Attuativi.

1 – Il Testo prevede (art.13) che chi ha tra i 3 e i 20 anni di esperienza anche non continuativa (oppure 10 anni nel caso di chi ha raggiunto i 50 anni) possa acquisire la qualifica professionale di educatore professionale socio-pedagogico frequentando un corso universitario di un anno (pari a 60 cfu). CNCA sottolinea il fatto che la Legge assegna all’Università il compito di fornire a educatori di esperienza una formazione “on the job” che attualmente – secondo la nostra esperienza – altri Soggetti propongono in maniera molto più efficace. Così migliaia di educatori di esperienza dovranno investire tantissimo tempo e soldi per ricevere una proposta formativa che avrà l’effetto di “sanare” la forma della propria posizione, ma che non innalzerà il livello di competenza e specializzazione di questi professionisti; cosa che sarebbe invece garantita – con grande vantaggio per gli utenti dei nostri Servizi – se fosse possibile ottenere la qualifica frequentando corsi di eccellente livello che sono attualmente disponibili sul mercato.

2 – Sempre l’art.13 del Testo prevede che chi ha “50 anni di età e almeno 10 anni di esperienza” oppure “meno di 50 anni di età e almeno 20 anni di esperienza” otterrà in automatico la qualifica professionale di educatore professionale socio-pedagogico: perché inserire un criterio di pura età anagrafica? Perché chi ha 50 anni deve avere 10 anni di esperienza invece dei 20 richiesti a chi è più giovane?

3 – La legge assegna la qualifica di pedagogista in base solo a criteri di conoscenze universitarie: si potrà definirsi pedagogista solo sulla scorta del possesso di lauree magistrali ben definite. Diversamente dagli educatori, però, per i pedagogisti non è prevista la possibilità di “sanare” la propria posizione professionale. Questa scelta ci colpisce molto perché la figura professionale di “pedagogista” è definita nel Testo di Legge attraverso azioni (progettazione, coordinamento, valutazione, supervisione, consulenza,..) che vengono oggi svolte da operatori di esperienza, che sono a tutti gli effetti degli “esperti di processi educativi”, e che con questa Legge non potranno più definirsi pedagogisti.
Colpisce ancora di più il fatto che invece, secondo la Legge, potranno definirsi tali: “professori universitari ordinari, straordinari, associati, fuori ruolo e in quiescenza, dottori di ricerca e ricercatori (anche laureati in materie diverse da quelle pedagogiche, ma che abbiano insegnato per 3 anni, anche non consecutivi, discipline pedagogiche)”.
Proprio nel momento in cui la professione di pedagogista viene finalmente definita attraverso la descrizione di ciò che fa (Art.9, comma 2, lettere a-i), viene tolta la definizione di “Pedagogista” a chi – vero esperto di processi educativi – ha potuto utilizzarla sinora.

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La Commissione Bilancio ha approvato l’emendamento per i neomaggiorenni “fuori famiglia” e un fondo triennale da 15 milioni di euro. Soddisfazione di: Agevolando, Cismai, Cnca, Cncm, Domus de Luna, Terra dei Piccoli, Progetto Famiglia, Sos Villaggi dei Bambini

Roma, 27 novembre 2017

Risultato senza precedenti per migliaia di ragazzi in Italia. Nella seduta di questa mattina, lunedì 27 novembre, la Commissione Bilancio del Senato ha approvato all’unanimità l’emendamento alla Legge di Bilancio che dispone un fondo sperimentale di 15 milioni di euro per il sostegno al percorso di autonomia dei giovani “fuori famiglia”, in uscita da comunità per minorenni o percorsi di affido familiare, prevedendo continuità nell’assistenza fino al 21esimo anno di età.

Un traguardo storico che premia il lavoro delle associazioni, in particolare la collaborazione tra Agevolando, Fondazione Domus De Luna e Terra dei Piccoli che hanno dato vita al Comitato nazionale dei neomaggiorenni “fuori famiglia” a cui partecipano due coordinamenti nazionali (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza CNCA e Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento all’abuso e all’infanzia CISMAI) e due associazioni (Progetto Famiglia e SOS Villaggi dei Bambini onlus). Un lavoro sostenuto anche dall’Autorità nazionale Garante infanzia e adolescenza e da altre organizzazioni quali il Coordinamento nazionale comunità per minori CNCM e il gruppo #5buoneragioni.

L’Italia si avvicina così finalmente agli altri paesi europei in ambito di riconoscimento dei diritti di questi giovani. Circa 3.200 ragazzi ogni anno che escono da percorsi di accoglienza in comunità, case-famiglia o famiglie affidatarie. Una proposta che va finalmente a sanare una situazione inaccettabile, che oggi alimenta il circolo vizioso della marginalizzazione e vanifica gli effetti dell'investimento che lo Stato sostiene per promuovere la crescita individuale di ciascun bambino e adolescente senza o fuori famiglia.

L’emendamento è stato presentato e sostenuto dai senatori Mattesini, Ferrara, Amati, Collina, Albano e Fasiolo in stretta collaborazione con la vice presidente della Commissione Bicamerale infanzia e adolescenza Sandra Zampa.

“Crediamo che forte impulso all’approvazione di questo emendamento sia arrivato grazie alla voce dei ragazzi ‘fuori famiglia’ che attraverso la creazione del ‘Care leavers network’ hanno portato all’attenzione della politica e della cittadinanza le loro istanze”, spiegano le organizzazioni.

“Ora, una volta che come ci attendiamo l’emendamento sarà definitivamente approvato dalle due camere, ci aspetta un triennio importante di lavoro a favore di questi ragazzi per rendere strutturale ed efficace questo sostegno dovuto e necessario da parte dello Stato”.

***

Comunicato congiunto redatto da:

  • Associazione AGEVOLANDO, Via Corsica 10 – 40135 Bologna - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Comitato nazionale neomaggiorenni fuori famiglia, via Montaione 44 - 00139 Roma - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • Fondazione Domus de Luna, Via Antonio Sanna, 2 - 09134 Pirri, Cagliari – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • TERRA DEI PICCOLI ONLUS, Viale Lina Cavalieri, 212 - 00139 Roma - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
  • GRUPPO #5BUONERAGIONI PER ACCOGLIERE I BAMBINI CHE VANNO PROTETTI, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

25 novembre, Torino. In occasione della Giornata Mondiale contro la violenza di genere, l’Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte segnala la drammaticità del fenomeno, richiamando l’attenzione delle istituzioni sull’importante ruolo degli operatori che lavorano con le vittime e con i maltrattanti. 

In Piemonte, il 13,3% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale da un qualsiasi uomo (dati Istat 2014). Nel 60-70% dei casi, le reazioni immediate (come chiedere aiuto, difendersi, rivolgersi alle forze dell’ordine) risultano essere inutili, 1 volta su 3 se l’autore è il partner e 1 su 7 se non lo è. 

«Appare condiviso – afferma Barbara Rosina (Presidente degli Assistenti Sociali del Piemonte) – che il fenomeno della violenza sulle donne è pervasivo, diffuso e sommerso. E che rappresenta una problematica sociale con effetti devastanti per la vita delle vittime, dei loro figli, dei familiari e più in generale per la società».

«Tuttavia la negazione e la minimizzazione, che possono emergere in risposta ad una richiesta di aiuto, favoriscono l’esito negativo dei tentativi di uscita e l’aggravarsi di molte situazioni. In primo luogo occorre che si attivi una sensibilizzazione della collettività che richiami alle responsabilità di ciascuno di noi, come cittadini, spettatori, madri, padri, donne e uomini. Ben vengano, quindi, le campagne come #25novembreognigiorno o #dauomoauomo. Nonostante il rischio di generalizzazione - non solo non condivisibile ma anche pericoloso - di tale campagna, è importante accendere i riflettori su un problema che riguarda tutti!» 

«Riteniamo che non si debba mantenere un’ottica prevalentemente emergenziale nell’affrontare la violenza di genere e che la fase iniziale di conoscenza, in termini non solo sanitari, necessiti, a fianco di quello dei volontari, dell'intervento di professionisti formati, capaci di avere un atteggiamento non giudicante, empatico, garante della privacy. Sappiamo che non è affatto semplice la comprensione delle dinamiche violente e dei meccanismi traumatici attivati nelle vittime».

Conclude Rosina: «È necessario un chiaro ruolo di regia, di governo, di monitoraggio e di networking sia nelle campagne mediatiche che nei percorsi di accompagnamento della vittima. Prevenzione e fronteggiamento, quindi. L'Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte ha appoggiato in questi anni diverse campagne finalizzate alla conoscenza di fenomeni sommersi, complessi, sottaciuti. Ci guidano la consapevolezza che per scegliere occorre conoscere e che per conoscere occorre essere informati e la convinzione che il servizio sociale professionale, laddove messo nelle condizioni per intervenire, possa accompagnare le persone in percorsi di cambiamento e riduzione della complessità delle vicende della vita».

Carmela, Francesca Longobardi – consigliere CROAS Piemonte / addetto stampa

Tel: 333.4896751

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