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È mai possibile pensare di inserire per un periodo estensivo di tempo minori adolescenti in Strutture che fino a poco tempo fa sono state Case di Cura/Cliniche psichiatriche oggi convertite (solo di nome!) in Comunità Terapeutiche per adolescenti, ma che di Comunità non hanno nulla se non il nome?

La questione è estremamente delicata: le strutture residenziali estensive di tipo comunitario per adolescenti (SRTRe.a) all’interno di una filiera di servizi ed interventi, sono deputate alla presa in carico di quei minori che necessitano - attraverso una temporanea separazione, “permeabile”, dall’abituale contesto di vita - di uno spazio e di un tempo opportuni per riavviare un processo evolutivo interrotto, sperimentare nuove relazioni significative, ricostruire, rinarrare, risignificare la propria storia personale con lo scopo di raggiungere un adeguato recupero funzionale.

La residenzialità proprio per gli interventi di una certa durata, multidisciplinari e multifattoriali, ha insita in sé un forte potenziale trasformativo, ma allo stesso tempo può costituire - se non vi è all’interno una sufficiente preparazione, “manutenzione” dell’equipe e programmi basati su prassi virtuose e codificate - un mero luogo “deposito” ovvero un apparato caratterizzato da routine ripetitive, poco dinamiche, non promotrici di processi evolutivi e di inclusione sociale. Come mai oggi nel Lazio assistiamo a ex cliniche/Case di Cura psichiatriche per adulti che diventano Comunità per minori? Non sarebbero più idonee a rispondere, a “tamponare” una situazione di urgenza , di acuzie per lasciare l’intervento trasformativo terapeutico riabilitativo a Strutture nate con un'altra mission ? Le Comunità propriamente dette non dovrebbero essere quelle realtà dove gli interventi pur se sanitari e specialistici si poggiano su un clima di familiarità, domesticità in una logica distante da modelli sanitari prettamente di tipo ospedaliero? (insomma ad ognuno il suo ! all’interno di una progettualità che preveda interventi differenziati e che tengano conto dello specifico momento evolutivo del percorso dell’utenza).

È in questo modo che operano invece alcune piccole realtà comunitarie ( ad es. a Roma ), con invii da tutte le ASL del Lazio senza essere mai incorse in problematiche di gestione, censure o provvedimenti di alcun genere, con soddisfazione certificate dai Servizi stessi e asserite da familiari e utenti.

Ma incomprensibili sono i motivi a spiegazione di come mai le suddette non hanno ancora ricevuto l’auspicato e richiesto (illo tempore) accreditamento con risposte da parte della Regione elusive, dilatorie a fronte anche di ricorsi al Tar per silenzio inadempimento.
Quello che c’è di chiaro è che al posto di queste realtà - ove i principi cui si ispira l’intervento sono quelli di offrire una dimensione “familiare” all’interno della quale vengono svolti interventi sanitari, terapeutici, educativi, riabilitativi e dove il peculiare clima di domesticità e quotidianità rappresenta lo sfondo sul quale si muove l’intervento diventando un luogo, “occasione” di relazioni riparative, uno sfondo ove si stabiliscono rapporti significativi - stanno prendendo il posto ex cliniche spesso con divisioni irrisorie e promiscuità tra pazienti adulti e minori . Anzi la cosa sta andando oltre: la Regione Lazio attraverso appositi provvedimenti sta prescrivendo alle ASL di non inviare più utenti alle strutture non ancora accreditate.
Pertanto: allo stato le uniche strutture accreditate sono le ex cliniche/Case di Cura psichiatriche per adulti, che si pretenderebbe ora di veder convertite tout court, con alcuni posti letti, in Comunità per adolescenti.
Ma cosa sta accadendo nelle altre Regioni ? Sappiamo che a livello nazionale per ciò che concerne i Servizi, diversamente modulati e differenziati per rispondere alle situazioni di importante disagio psichico adolescenziale, esiste una mappatura non omogenea e a macchia di leopardo.
Ora non c’è il pericolo, preso atto che esiste un fabbisogno , di fornire soluzioni “poco pensate” che finiscono per creare confusione piuttosto che colmare delle lacune?

Il Lazio è una Regione fornita di una filiera di interventi piuttosto articolata. Ma sul tema della residenzialità comunitaria c’è il rischio di proporre o avallare, sulla tematica della salute mentale in età evolutiva adolescenziale, soluzioni vetuste, anacronistiche, fuori dai tempi, dove viene riproposta, per gli interventi di una certa durata, una soluzione sostanzialmente allocativa e custodialistica. Perché per rispondere ad un fabbisogno non viene lasciato spazio a Comunità Terapeutiche propriamente dette, a stampo democratico, dove gli ospiti sono “soggetti attivi” del loro percorso e non utenti ospedalizzati e quindi sostanzialmente meri soggetti passivi?

Il competente ufficio area accreditamento della Regione Lazio potrebbe essere in grado di dare risposte esaustive a questi interrogativi ed a chi glie le chiede? Intanto le comunità propriamente dette, attive da anni, stanno ancora aspettando risposte definitive e formali alla propria istanza di accreditamento e con essa i pazienti in carico che rischiano di veder bruscamente interrotto il proprio percorso terapeutico.

 

Prof Claudio Bencivenga

Università degli Studi di Parma
Docente di Psicologia dei Gruppi e delle Famiglie
Corso di Laurea Magistrale in Programmazione e gestione dei Servizi sociali.
Membro Associazione per le Comunità Terapeutiche e residenziali Mito e Realtà.
Membro Fenascop Federazione Nazionale Strutture Comunitarie Psicosocioterapeutiche.
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È mai possibile pensare di inserire per un periodo estensivo di tempo minori adolescenti in
 
Strutture che fino a poco tempo fa sono state Case di Cura/Cliniche psichiatriche oggi convertite
 
(solo di nome!) in Comunità Terapeutiche per adolescenti, ma che di Comunità non hanno nulla se
 
non il nome?
 
La questione è estremamente delicata: le strutture residenziali estensive di tipo comunitario per
 
adolescenti (SRTRe.a) all’interno di una filiera di servizi ed interventi, sono deputate alla presa in
 
carico di quei minori che necessitano - attraverso una temporanea separazione, “permeabile”,
 
dall’abituale contesto di vita - di uno spazio e di un tempo opportuni per riavviare un processo
 
evolutivo interrotto, sperimentare nuove relazioni significative, ricostruire, rinarrare, risignificare la
 
propria storia personale con lo scopo di raggiungere un adeguato recupero funzionale.
 
La residenzialità proprio per gli interventi di una certa durata, multidisciplinari e multifattoriali, ha
 
insita in sé un forte potenziale trasformativo, ma allo stesso tempo può costituire - se non vi è
 
all’interno una sufficiente preparazione, “manutenzione” dell’equipe e programmi basati su prassi
 
virtuose e codificate - un mero luogo “deposito” ovvero un apparato caratterizzato da routine
 
ripetitive, poco dinamiche, non promotrici di processi evolutivi e di inclusione sociale. Come mai
 
oggi nel Lazio assistiamo a ex cliniche/Case di Cura psichiatriche per adulti che diventano
 
Comunità per minori? Non sarebbero più idonee a rispondere, a “tamponare” una situazione di
 
urgenza , di acuzie per lasciare l’intervento trasformativo terapeutico riabilitativo a Strutture nate
 
con un'altra mission ? Le Comunità propriamente dette non dovrebbero essere quelle realtà dove
 
gli interventi pur se sanitari e specialistici si poggiano su un clima di familiarità, domesticità in una
 
logica distante da modelli sanitari prettamente di tipo ospedaliero? ( insomma ad ognuno il suo !
 
all’interno di una progettualità che preveda interventi differenziati e che tengano conto dello
 
specifico momento evolutivo del percorso dell’utenza).
 
È in questo modo che operano invece alcune piccole realtà comunitarie ( ad es. a Roma ), con
 
invii da tutte le ASL del Lazio senza essere mai incorse in problematiche di gestione, censure o
 
provvedimenti di alcun genere, con soddisfazione certificate dai Servizi stessi e asserite da
 
familiari e utenti.
 
Ma incomprensibili sono i motivi a spiegazione di come mai le suddette non hanno ancora
 
ricevuto l’auspicato e richiesto (illo tempore) accreditamento con risposte da parte della Regione
 
elusive, dilatorie a fronte anche di ricorsi al Tar per silenzio inadempimento.
 
Quello che c’è di chiaro è che al posto di queste realtà - ove i principi cui si ispira l’intervento sono
 
quelli di offrire una dimensione “familiare” all’interno della quale vengono svolti interventi sanitari,
 
terapeutici, educativi, riabilitativi e dove il peculiare clima di domesticità e quotidianità rappresenta
 
lo sfondo sul quale si muove l’intervento diventando un luogo, “occasione” di relazioni riparative,
 
uno sfondo ove si stabiliscono rapporti significativi - stanno prendendo il posto ex cliniche spesso
 
con divisioni irrisorie e promiscuità tra pazienti adulti e minori . Anzi la cosa sta andando oltre: la
 
Regione Lazio attraverso appositi provvedimenti sta prescrivendo alle ASL di non inviare più utenti
 
alle strutture non ancora accreditate.
 
Pertanto: allo stato le uniche strutture accreditate sono le ex cliniche/Case di Cura psichiatriche
 
per adulti, che si pretenderebbe ora di veder convertite tout court, con alcuni posti letti, in
 
Comunità per adolescenti.
 
Ma cosa sta accadendo nelle altre Regioni ? Sappiamo che a livello nazionale per ciò che
 
concerne i Servizi, diversamente modulati e differenziati per rispondere alle situazioni di
 
importante disagio psichico adolescenziale, esiste una mappatura non omogenea e a macchia di
 
leopardo.
 
Ora non c’è il pericolo, preso atto che esiste un fabbisogno , di fornire soluzioni “poco pensate” che
 
finiscono per creare confusione piuttosto che colmare delle lacune?
 
Il Lazio è una Regione fornita di una filiera di interventi piuttosto articolata. Ma sul tema della
 
residenzialità comunitaria c’è il rischio di proporre o avallare, sulla tematica della salute mentale in
 
età evolutiva adolescenziale, soluzioni vetuste, anacronistiche, fuori dai tempi, dove viene
 
riproposta, per gli interventi di una certa durata, una soluzione sostanzialmente allocativa e
 
custodialistica. Perché per rispondere ad un fabbisogno non viene lasciato spazio a Comunità
 
Terapeutiche propriamente dette, a stampo democratico, dove gli ospiti sono “soggetti attivi” del
 
loro percorso e non utenti ospedalizzati e quindi sostanzialmente meri soggetti passivi?
 
Il competente ufficio area accreditamento della Regione Lazio potrebbe essere in grado di dare
 
risposte esaustive a questi interrogativi ed a chi glie le chiede? Intanto le comunità propriamente
 
dette, attive da anni, stanno ancora aspettando risposte definitive e formali alla propria istanza di
 
accreditamento e con essa i pazienti in carico che rischiano di veder bruscamente interrotto il
 
proprio percorso terapeutico.
 
Prof Claudio Bencivenga

La violenza fisica è ormai parte della cronaca quotidiana, ma esiste una violenza, quella psicologica, anche più diffusa e comunque estremamente dannosa, di cui si parla molto meno. Secondo i più recenti dati Istat disponibili, relativi al 2015 (http://www.istat.it/it/archivio/161716), il 26,4% delle donne subisce violenza psicologica dal proprio partner. Anche se è noto che questo tipo di violenza è subita anche da alcuni uomini e dai bambini, purtroppo non si dispone di sufficienti ricerche quantitative in proposito. Tuttavia, anche in questa prospettiva, il fenomeno non è da sottovalutare. Le donne, infatti, sembrano essere più propense degli uomini a utilizzare tale tipologia di soprusi rispetto alle altre forme di maltrattamento, in particolare in ambito familiare. La violenza psicologica tout court è una forma sottile e insidiosa di maltrattamento perché, non avendo effetti evidenti, e restando in genere nascosta all'interno delle mura domestiche, spesso viene sottovalutata. Talvolta le vittime stesse non la riconoscono come una forma di violenza, specie se si stabilisce come  modalità relazionale all’interno della coppia o della famiglia. Rappresenta invece una delle più forti e distruttive espressioni manipolatorie di esercizio del potere e del controllo sulla persona, è un modo per marcarne la presunta inferiorità, per denigrala fino a farle perdere la coscienza del proprio valore e può avere effetti molto gravi anche su figli che subiscano o assistano a questo tipo di episodi. Quasi sempre anticipa le altre forme di violenza e comunque è insita in tutte.

Le modalità manipolatorie, comunque, possono verificarsi anche in una relazione positiva, equilibrata, senza arrivare a costituire un quadro patologico. In una coppia può capitare di voler ottenere qualcosa dal partner, di indurlo ad assumere scelte che rispondano ai propri obiettivi. Tali manipolazioni però risultano innocue se occasionali e soprattutto rinunciabili. In un contesto relazionale caratterizzato da reciprocità in genere non c’è sbilanciamento, il potere può essere gestito da entrambi. Ma è il carattere di continuità, ripetitività e unidirezionalità dei meccanismi manipolatori di plagio che ne caratterizza l’aspetto violento e patologico.

Nelle espressioni più gravi può esserci un tentativo pianificato di distruzione psicologica dell’altro tramite manipolazione, detta "Gaslighting". Il termine deriva dal dramma teatrale Gaslight, dramma in cui un marito cerca di portare la moglie alla pazzia modificando di nascosto elementi dell'ambiente (tra cui le lampade a gas) per convincerla che le sue percezioni sono confuse. Tale opera teatrale rappresenta la perfetta esemplificazione di una relazione perversa.

Anche senza arrivare a questi livelli, la violenza psicologica "classica" viene agita soprattutto attraverso la comunicazione e lo scopo è la sottomissione mentale dell'altro. Spesso si considera la vittima complice dell’aggressore perché non si ribella, ma questa incapacità è il risultato della lenta distruzione psicologica subita.

In genere, la violenza psicologica inizia con battute svilenti, con un atteggiamento passivo-aggressivo fondato sul ricatto, la noncuranza, la privazione della privacy, che disorienta subdolamente la vittima. La difficoltà a riconoscere questa forma di violenza è dovuta anche al meccanismo perverso che porta spesso i persecutori ad alternare momenti affettuosi agli atteggiamenti prevaricatori, negando verbalmente i maltrattamenti attuati. Solo quando tali comportamenti diventano abituali, risulta possibile coglierne l’aggressività latente, che si manifesta di frequente anche con silenzi, sguardi carichi di rancore e disprezzo, alternati a offese, minacce, umiliazioni e provocazioni volte a lederne l’autostima e a manipolarne i sensi di colpa. Spesso tale violenza paralizza, provoca dolore e sofferenza emotiva, confonde la vittima che in questo modo rischia di non riconoscere l’aggressione subita e addirittura a giustificare il proprio partner. La persona viene così privata di ogni sicurezza, del proprio valore, resa vulnerabile ad altre forme di vittimizzazione e incapace di reagire. La profonda sofferenza psicologica che si struttura nel tempo ne mina profondamente la personalità e il senso di fiducia in se stessi, oltre che negli altri, arrivando a compromettere seriamente la qualità di vita della persona e di tutte le sue relazioni.

Sono vittime delle violenze domestiche anche coloro che non ne sono necessariamente i bersagli, ma vi assistono: bambini e adolescenti. Il figlio può fare esperienza di qualsiasi forma di maltrattamento familiare - chiamata in genere "violenza assistita" -, sia direttamente che indirettamente, perché ne è a conoscenza o ne percepisce gli effetti. Viene così investito dai pensieri, dalle emozioni della vittima e dell’aggressore che sono le figure di riferimento affettivo ed educativo primario: dalla paura all’impotenza, dall’ambivalenza alla rabbia incontrollata, fino al senso di minaccia e di pericolo.

La violenza assistita in quanto maltrattamento psicologico comporta effetti a livello emotivo, cognitivo, fisico e relazionale con stati di profonda sofferenza psicologica che si possono protrarre anche nella vita adulta. L’aspetto più pericoloso della violenza psicologica subita è che da essa i bambini imparano la normalità della violenza: l’affetto può essere associato alla sopraffazione, all’offesa, all’aggressione, apprendendo la legittimità della violenza. Infatti, la convivenza per tempi medio-lunghi con situazioni di maltrattamento psicologico può provocare nelle vittime - dirette e indirette - una condizione di destrutturazione psicologica e di grande sofferenza in cui i confini tra giusto e sbagliato, legittimo ed illegittimo, diventano labili, con alterazione della capacità di pensiero e di scelta autonoma.

Le vittime, soprattutto se l’esperienza di vittimizzazione psicologica si è protratta nel tempo, impegnano spesso tempi lunghi per uscire dai contesti e dalle relazioni violente: anche se sostenute adeguatamente, è per loro particolarmente difficile individuare azioni efficaci, modificare atteggiamenti, stili cognitivi e operativi. È molto importante, quindi, riconoscere i segnali iniziali di questa forma di violenza per poter agire il prima possibile, chiedendo il supporto psicologico necessario per potersi difendere e, possibilmente, recuperare la propria libertà psicologica.

 

Ufficio Stampa Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna
a cura di Rizoma | Studio Giornalistico Associato | tel. 0510073867
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Sono già 9 i femminicidi e 4 i tentati femminicidi in Emilia-Romagna nel 2016 (dato del 19 ottobre de La Casa delle donne). Solo da pochi anni esiste in italiano un termine per riferirsi all'omicidio di donne uccise in quanto donne. "Femminicidio" è una parola importante perché permette di isolare un fenomeno specifico e comprenderne portata e gravità. L'uccisione della donna in quanto donna rappresenta il risultato tragico e devastante di una serie di atteggiamenti psicologici, culturali e sociali: non è quasi mai un fatto isolato, un gesto improvviso, un raptus. Molto più spesso è la conclusione premeditata di una escalation di violenze psicologiche e fisiche, e va sempre condannato senza attenuanti.

Dal punto di vista sociale, nonostante i numerosi e importanti cambiamenti avvenuti con il movimento di emancipazione femminile, una delle principali cause della violenza di genere deriva dal perdurare di un modello socio-culturale patriarcale che vuole la donna al servizio dell’uomo, quando non una proprietà a tutti gli effetti. In un contesto di questo tipo, l’espressione dell’autonomia di pensiero e di azione della donna può venire avvertita come minaccia alla virilità e al diritto di potere dell’uomo. 

Dal punto di vista psicologico, l’esperienza clinica e psicoterapeutica evidenzia come l’emancipazione ottenuta in vari ambiti della vita pubblica non abbia ancora portato alla completa indipendenza psicologica della donna nella sfera intima delle relazioni affettive. Non si rilevano differenze significative tra le donne che appartengono a diversi ruoli e ceti sociali, tutte possono soffrire psicologicamente e fisicamente fino a morire a causa di partner sbagliati. Una forte pressione psicologica e una grande dipendenza affettiva fanno sì che venga accettato ciò che invece è intollerabile. Senza quasi rendersene conto, la donna vittima diviene “prigioniera” di un rapporto scellerato, condizione che spesso non le permette dispezzarne il pericoloso meccanismo.

All’interno delle coppie esistono ancora difficoltà significative a sostituire il modello patriarcale con nuove prassi relazionali tra uomo e donna; spesso vengono riproposti schemi relazionali di potere che possono comportare ruoli rigidi, di vittima e carnefice, propri di una relazione perversa tra i partner. La perversione relazionale consiste nel trasformare la relazione affettiva in una relazione di potere e controllo, nel disconoscere i diritti dell'altro, nell'usarlo a proprio piacere.

Affrontare la sofferenza femminile e possibilmente prevenire il femminicidio in questi casi implica risolvere anche il problema della complicità, spesso inconsapevole, delle donne violate che, avendo una visione distorta dell’amore e della riconoscenza, tollerano dal compagno comportamenti inaccettabili e lesivi della dignità.

L’uomo in una relazione perversa, infatti, può alternare comportamenti dolci e gentili, di completa disponibilità, con comportamenti aggressivi e violenti, con messaggi denigratori che hanno la finalità di distruggere psicologicamente la propria partner. Di fronte a questo alternarsi di comportamenti, la vittima può sentirsi confusa e anestetizzata fino a giungere a deperimento mentale e fisico. Oppressa da questo meccanismo, la donna rischia di non riuscire a capire che cosa stia accadendo. Non trovando motivazioni agli episodi di aggressività e violenza, può manifestare paura, angoscia e timore di non essere mai abbastanza per lui, fino a sentirsi così responsabile delle difficoltà del rapporto da perdere il piano della realtà a causa del proprio senso di colpa.            
La possibile complicità tra vittima e carnefice è ovviamente legata soprattutto al sentimento di subalternità che, avendo un'origine storico-culturale, viene interiorizzato con conseguenze significative a livello psicologico. Evidenziare questa problematica complessa non significa colpevolizzare la vittima per gli abusi che è costretta a subire, ma renderla consapevole sia del fatto che la violenza e la sofferenza che ne deriva sono evitabili, sia che un uomo violento non cambia con l’amore di una donna, ma solo conquistando coscienza del proprio problema e, spesso, solo affrontandolo con un intervento psicoterapeutico.

È importante che le donne imparino a riconoscere le situazioni rischiose. Anche piccoli segnali di violenza (minacce, insulti, urla improvvise, reazioni fisicamente violente), si devono tenere in considerazione e interpretare come messaggi preziosi per valutare la qualità della relazione. Bisogna comprendere il rischio reale di un simile rapporto, anche con il necessario supporto specialistico, in modo da poter effettuare una scelta di propria salvaguardia. È fondamentale riuscire ad accettare di non essere quella che lui vorrebbe, ma imparare invece a essere se stesse, a rinunciare alla speranza di aiutare l’altro a cambiare, vedendolo invece com’è veramente, a non esitare a denunciare i maltrattamenti e ad avvalersi dell’assistenza di un legale. Si rende poi indispensabile l’accompagnamento terapeutico per tutto il difficile e doloroso percorso di chiusura e liberazione da un rapporto perverso e violento. In questo senso possono essere di grande aiuto anche i centri antiviolenza che offrono accoglienza alle donne in difficoltà, fornendo vari servizi tra cui assistenza legale e psicologica.

La prevenzione può avvenire con interventi specifici che si pongono l’obiettivo di favorire la cultura della non violenza, del rispetto della persona, uomo o donna che sia, e della propria dignità. La prevenzione primaria deve partire dalla famiglia dove si dovrebbero apprendere gli iniziali modelli relazionali di rispetto reciproco e di gestione dei conflitti, ma soprattutto dai contesti scolastici, dove avvengono le prime esperienze sociali con coetanei estranei al proprio nucleo di riferimento. A tal proposito risultano preziose le indicazioni normative contenute nella Legge n. 107/2015, anche nota come “La Buona Scuola”, rivolte a favorire l’educazione precoce alla parità tra i sessi, il rispetto delle diversità altrui, le pari opportunità, facilitando la costruzione di una nuova cultura capace di contrastare alla radice le discriminazioni e la violenza di genere, grazie al superamento di quei pericolosi stereotipi socio-culturali dai quali prende origine questa terribile forma di maltrattamento. Tale cambiamento potrà però essere possibile solamente se anche coloro che sono chiamati a educare le nuove generazioni vengono messi nelle condizioni di superare gli stereotipi nei quali sono vissuti, grazie a una formazione mirata ai formatori stessi. Anche la Legge n. 119/13 sul Femminicidio potrebbe essere maggiormente sfruttata in questa direzione, visto che prevede – tra le altre cose – lo stanziamento di fondi per azioni di prevenzione, educazione e formazione.

 

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Bologna, 25 ottobre 2016

L’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna ha stipulato con l'Associazione Agevolando una convenzione che prevede la creazione di un elenco di psicologi-psicoterapeuti disponibili a svolgere prestazioni professionali a favore di giovani di età compresa tra i 15 e i 26 anni che hanno o hanno avuto esperienza di accoglienza in un contesto differente dalla famiglia di origine (comunità per minori, affido familiare o adozione) ad un prezzo agevolato.

Come ricorda Anna Ancona, Presidente dell'Ordine: "L'iniziativa rientra nel nostro impegno di aumentare e migliorare i rapporti degli psicologi con le altre istituzioni, per favorire l’accesso alle prestazioni psicologiche e psicoterapeutiche ai soggetti più fragili e, al contempo, facilitare i colleghi nel reperire occasioni lavorative qualificate".

Per Federico Zullo, Presidente di Agevolando: “Si tratta di un evento storico per il riconoscimento istituzionale e sociale della cura necessaria ai giovani care leavers, che passa dalle relazioni ma anche dalle attenzioni sul sé, sulla propria storia, sull'attribuzione corretta di responsabilità, sulla rielaborazione attenta del proprio percorso, sulla consapevolezza di ciò che si è e di quanto si vale”.

La convenzione con Agevolando è stata presentata lunedì 24 ottobre presso la sede dell'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna, a Bologna, dal dott. Federico Zullo, Presidente di Agevolando, alla presenza di rappresentanti di associazioni, comunità e case famiglia. La Presidente dell'Ordine ha sottolineato l’importanza della psicoterapia come momento di elaborazione dei traumi vissuti e come costituzione di un sé stabile mentre le dott.sse Anna Bolognesi e Michela Cicerone di Agevolando hanno illustrato come si sviluppa operativamente la convenzione.

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Ufficio Stampa Associazione Agevolando
Silvia Sanchini ufficiostampa.agevolando@gmail.com  | cell. 3471660060

25 ottobre 2016

Dopo oltre tre anni è finalmente approdata in Aula la proposta C. 1658 a prima firma Zampa, che mira a definire un sistema organico di accoglienza e protezione per i minori non accompagnati.

La proposta di legge è stata sottoscritta da deputati dei principali partiti di maggioranza e opposizione (1) e presentata alla Camera il 4 ottobre 2013. Nonostante il generale consenso, tuttavia è poi rimasta bloccata per oltre due anni.

I minori stranieri non accompagnati sono minorenni che più di ogni altro sono vittime dell’assenza di un sistema di accoglienza nazionale uniforme che dia loro tutela, protezione e diritti. Questi ragazzi e ragazze di origine straniera sono esposti a diversi rischi che possono riguardare tanto la salute e l’integrità psicofisica, quanto le reali opportunità di sviluppo ed educazione, il possibile coinvolgimento in situazioni di sfruttamento in attività illegali e di assoggettamento da parte di organizzazioni criminali. L’assenza di una legislazione organica in materia aggrava ancor di più la gestione dell’accoglienza di questi minori.

E’ fondamentale che entro questa settimana si concludano i lavori dell’Aula e che non si debba aspettare ulteriormente una legge tanto attesa, che va nella direzione di mettere un punto ad una gestione dell’accoglienza a tutt’oggi di carattere emergenziale. A breve i lavori dell’Aula saranno infatti occupati dalla legge finanziaria, aspettiamo dunque un segnale forte di responsabilità verso le migliaia di minorenni che arrivano via mare e che hanno il diritto ad una adeguata accoglienza e protezione, perché pima di essere migranti sono bambini e bambine.

Dopo una lunga attesa e un continuo lavoro di pressione da parte delle Organizzazioni, che non hanno mai smesso di credere che questa legge fosse necessaria per garantire i diritti ai minori stranieri non accompagnati, la proposta di legge ha ripreso l’iter con un nuovo testo aggiornato alle ultime novità normative in materia (D. Lgs. 142/2015), depositato dalla relatrice on. Pollastrini (PD) e migliorato in sede di Commissione anche attraverso i contributi delle Organizzazioni.

Tra le misure principali contenute nel testo, una modifica al testo unico sull'immigrazione che disciplina il divieto di  respingimento dei minori stranieri non accompagnati alla frontiera; si prevede per la prima volta un sistema organico di accoglienza in Italia, in cui procedere all’identificazione ed a un successivo passaggio nel sistema di protezione per richiedenti asilo e minori non accompagnati (SPRAR)  con strutture diffuse su tutto il territorio nazionale; vengono armonizzate le procedure di accertamento dell’età, evitando così accertamenti medici invasivi,  quando inutili, e si garantisce maggiore assistenza, prevedendo mediatori culturali, anche durante l’accertamento; si rafforzano gli istituti della tutela e dell’affido familiare e sono previste maggiori tutele per il diritto all’istruzione e alla salute, nonché i diritti  del minore durante i procedimenti amministrativi e giudiziari.

Le associazioni

Amnesty International Italia
Ai.Bi. Associazione Amici dei Bambini
Centro Astalli
Comitato italiano per l’UNICEF
CNCA
Emergency
Oxfam Italia
Save the Children
Terre des Hommes Italia onlus 


Per ulteriori informazioni:

Ufficio Stampa Save the Children Italia
tel. 06 48070081-63-23-82
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(1) ZAMPA, CARFAGNA, ANTIMO CESARO, GOZI, DALL’OSSO, FRATOIANNI, MANTERO, D’AGOSTINO, DELLAI, FORMISANO,GALGANO, IORI, MARAZZITI, OLIARO, SBROLLINI, SCUVERA, SOTTANELLI, VEZZALI, RAMPI, DE ROSA

Respingimenti” a Gorino e Goro,
un episodio di ordinaria xenofobia
Don Zappolini: “Rifiutiamo qualche mamma con i propri figli,
poi chiediamo aiuti per le famiglie e i bambini”

Roma, 25 ottobre 2016

“I ‘respingimenti’ di Gorino e Goro lasciano esterrefatti”, dichiara don Armando Zappolini, presidente del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA), “ma confermano un dato che è sempre più evidente: l’ordinarietà, la ‘normalità’ della xenofobia nel nostro paese. Nei due paesini del Ferrarese si è arrivati alla rivolta, con tanto di barricate, per non accogliere un piccolo gruppo di donne e bambini che difficilmente avrebbero messo in crisi la vita delle due collettività. È il segno che, in una parte consistente della popolazione, il rifiuto dell’altro, tanto più se debole, è ormai un riflesso condizionato, che prescinde da ogni considerazione razionale oltre che etica. Non v’è debbio che, per arrivare a questo punto, abbiano giocato un ruolo essenziale forze politiche e organi di stampa che hanno puntato massicciamente sulle paure e i risentimenti delle persone. Tuttavia, dobbiamo anche riconoscere che stenta a svilupparsi in Italia e in tutta Europa una visione alternativa, rispettosa dell’umanità e dei diritti delle persone migranti, che sia in grado di contrastare derive assai pericolose per la stessa democrazia. La ‘giungla’ di Calais, il suo sgombero e il muro che si sta costruendo, stanno lì a dimostrarlo come un monito per tutti coloro che hanno a cuore una pacifica convivenza. Il CNCA sente questo obiettivo come prioritario e si sta organizzando per essere ancora più efficace e presente su questo fronte.”

“Come presidente del CNCA”, conclude don Zappolini, “mi domando come si fa a rifiutare mamme e figli e poi chiedere allo stato, giustamente, un aiuto per le famiglie e i minori, per i quali non esistono tuttora politiche e stanziamenti adeguati. Come prete, mi auguro davvero che – tra coloro che hanno manifestato a Gorino e Goro – non vi siano cristiani: avrebbero smarrito del tutto il senso più profondo del Vangelo.”   

 
Info:

Mariano Bottaccio – Responsabile Ufficio stampae Comunicazione
Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA)
tel. 06 44230395/44230403 – cell. 329 2928070 - email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.cnca.it

L'Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia rappresenta il proprio sconcerto per il contenuto dell’articolo apparso su Repubblica il 7 ottobre 2016 a firma di Giuliano Foschini, dal titolo "Minori a rischio, gli
sprechi delle coop".

Prescindendo dai dati riportati in modo apodittico e senza riferimento alle fonti, ci preme soprattutto ribadire con forza che i giudici onorari che compongono per legge il collegio giudicante nei Tribunali per i Minorenni non hanno alcuna
autonomia decisionale né in campo penale né in campo civile, con la conseguenza che ogni scelta di collocamento in comunità è assunta sempre in modo rigorosamente collegiale, salvo nel caso in cui la misura sia applicata dal GIP, magistrato togato che decide in via monocratica.

Per di più, quand’anche il Tribunale decida di collocare il ragazzo in comunità, la struttura viene individuata dai servizi sociali o sanitari che fanno capo agli enti locali, ovvero nel penale da organismi ministeriali.

Un giudice onorario pertanto non può mai decidere dove collocare un minore. Il contenuto dell'articolo delegittima una componente fondamentale dell’organo giudicante in materia minorile, e le accuse relative a possibili interessi economici di giudici onorari rispetto ai collocamenti di minori in comunità, pur molto utilizzata da alcuni media, sono infamanti e generiche, tanto più che vi sono regole precise sulle incompatibilità dettate dalle circolari del Consiglio Superiore della Magistratura la cui eventuale violazione va denunziata in modo circostanziato nelle sedi opportune.

Diversamente si tratta di aggredire gratuitamente un'intera categoria senza che possa esservi difesa.

Non deve dimenticarsi che l’alta specializzazione e la competenza nelle scienze umane dei giudici onorari consente alle Autorità Giudiziarie minorili di adottare collegialmente le scelte più confacenti a perseguire il migliore interesse del
minore, come ha più volte ritenuto necessario la stessa Corte Costituzionale.

 

Il Segretario Generale                                                                              Il Presidente
Susanna Galli                                                                                           Francesco Micela

Oggetto: articolo “Minori a rischio, gli sprechi delle coop”


Egregio Direttore,

condividiamo lo stupore e lo sconcerto già a Lei manifestati dall’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia (AIMMF) per il tono e i contenuti dell’articolo “Minori a rischio, gli sprechi delle coop”, apparso su “la Repubblica” il 7 ottobre scorso, a firma di Giuliano Foschini.

“Un business grande quanto, se non più, quello dell’immigrazione”, dichiara l’autore del testo senza esitazioni. Già questo ci pare infamante: paragonare il lavoro realizzato con professionalità e dedizione da tantissime organizzazioni del terzo settore, a volte da più di 30 anni, con la situazione intollerabile, più volte denunciata anche dalla nostra Federazione, che si è creata in Italia  nell’accoglienza delle persone migranti – con persone stipate in alberghi, palestre e quant’altro, solo per accrescere numeri e profitti – denota una scarsa conoscenza del settore.

In verità di business, nell’accoglienza dei minori, ce n’è ben poco. Le rette – che sono generalmente, in tutta Italia, inferiori ai 130 euro al giorno per persona (non ce n’è una sola che ne prenda 500) – spesso non riescono a coprire nemmeno i costi per le attività ritenute qualificanti dagli addetti ai lavori. Inoltre, a causa dei noti problemi finanziari in cui versano Comuni e Regioni, i pagamenti arrivano generalmente in ritardo, in alcune regioni anche dopo 24 mesi, costringendo le organizzazioni di terzo settore a indebitarsi per far fronte alle spese da sostenere. Fa, insieme, sorridere e arrabbiare che siano accusate di fare business persone – come la quasi totalità degli operatori impegnati nelle comunità – che guadagnano cifre davvero modeste. Abbiamo l’impressione che la vicenda di Salvatore Buzzi – non casualmente citato nell’articolo – abbia indotto, non solo nell’autore dell’articolo citato, una rappresentazione del tutto sbagliata della realtà del nostro mondo.

Per quanto riguarda, poi, la questione dei giudici onorari, ci pare che la lettera dell’AIMMF abbia ben chiarito le cose. Forse, se il giornalista avesse sentito qualche organizzazione attiva in quest’ambito o la stessa AIMMF l’articolo ne avrebbe guadagnato in completezza ed esattezza.

Per parte nostra, insieme ad altre organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti dei minorenni, abbiamo promosso qualche tempo fa l’iniziativa “#5buoneragioni per accogliere i bambini e i ragazzi che vanno protetti”, che si rivolgeva proprio ai mass media e all’opinione pubblica per spiegare loro la situazione in cui si trovano i minorenni allontanati dal proprio nucleo familiare, le comunità per minori e, più in generale, l’intero sistema che si fa carico di questi bambini e ragazzi.

A questo indirizzo web http://www.cnca.it/comunicazioni/comunicati-stampa/2154-lanciato-anche-a-trento-il-manifesto-5buoneragioni trova una presentazione della nostra iniziativa, che ha toccato varie città italiane, e soprattutto, in fondo al testo, diverse slide scaricabili che forniscono i dati corretti del fenomeno. Mi permetto di segnalarLe, in particolare, le slide sulle comunità nelle quali è affrontata – in modo molto dettagliato, cifre alla mano – la questione dei costi e delle rette delle strutture di accoglienza per minori.

Proprio per aiutare i lettori del Suo quotidiano – una testata che abbiamo sempre apprezzato per l’impegno civile che la anima, oltre che per l’elevato livello giornalistico che la contraddistingue – a comprendere davvero  la realtà dei minorenni “fuori famiglia”, Le saremmo grati se potessimo far sentire la nostra voce in un altro servizio dedicato al tema.

In attesa di un Suo gentile riscontro, La salutiamo cordialmente

Don Armando Zappolini
Presidente Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA)  

Caro direttore,

sono magistrato da oltre 35 anni e da quasi metà di questi ho esercitato le mie funzioni nella giustizia minorile: da sette anni sono Presidente del Tribunale per i Minorenni di Catanzaro.

Dopo aver letto l’articolo di Giuliano Foschini, apparso su Repubblica del 7 ottobre scorso, ho avvertito un profondo senso di sconcerto unito a disappunto per i toni di accusa particolarmente allarmistici e, direi, quasi inquisitori, nonché per i contenuti semplicistici che, in poche battute, condannano senza spiragli una intera categoria, quella dei giudici onorari, ricollegando alle loro azioni le cause di un fenomeno complesso (quello degli appalti relativi ai servizi di gestione delle comunità di accoglienza dei minori).

Questa lettera è doverosa per me: non cogliere e non segnalare le generalizzazioni fuorvianti contenute nell’ articolo di Foschini e che hanno occupato una intera pagina del Suo giornale, significherebbe tradire le funzioni di Presidente di un Tribunale per i Minori del Sud in cui lavorano, insieme a cinque togati, 24 giudici onorari. Piuttosto devo precisare che sono molto orgoglioso del gruppo di miei colleghi onorari che mettono a disposizione professionalità e tempo a servizio della missione affidata al Tribunale per i minori.

Il nostro ordinamento, invidiatoci da tutto il mondo e recentemente preso a modello dall’Unione Europea, prevede che essi, quali psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, medici, sociologi svolgano una funzione indispensabile, collaborando all'espletamento di istruttorie complesse che richiedono competenze specialistiche e partecipino attivamente, insieme ai giudici togati, all'assunzione di decisioni mirate al "migliore interesse del minore”.

Sicuramente nel Tribunale che ho il privilegio di dirigere non trova alcun riscontro l'affermazione di Foschini circa la possibilità che giudici onorari coinvolti nella amministrazione di case famiglia abbiano la possibilità di orientare l’inserimento di minori, perseguendo un loro interesse patrimoniale.

Ciò non è l'effetto di una mia particolare e oculata gestione, ma scaturisce da norme organizzative di grado primario o secondario che disciplinano lo svolgimento dell'attività giudiziaria e le incompatibilità dei gg oo.

Per sintetizzare: 1) non ci sono, in accordo con le vigenti direttive del CSM, giudici onorari responsabili di case famiglia, 2) non spetta al tribunale, e tanto più ai giudici onorari, individuare le strutture di accoglienza dei minori. Dal prossimo triennio perfino (e non se ne sentiva il bisogno) essere dipendente di una struttura di accoglienza di minori diventerà incompatibile con la funzione di giudice onorario. 

Inoltre, gli esperti chiamati alla funzione di GO sono retribuiti per una presenza giornaliera (non inferiore a tre ore, di regola ampiamente superate), con un gettone di 98 € lordi dunque ca 75 nette, escluse, per chi raggiunge la sede del tribunale da lontano (e non sono pochi), le spese di viaggio.

Chi sollecita la sparizione dei componenti onorari dovrebbe considerare, quale elemento di valutazione comparativa, che le spese complessive sostenute da un Tribunale quale quello che io presiedo (che tratta alcune migliaia di procedure all’anno, nel 2016 ad oggi 11/10, sono gia’ quasi tremila)  per le retribuzioni dei 24 GO, tutte sommate (dati del 2015), equivalgono all’impegno finanziario che lo Stato sostiene per due giudici togati.

Eppure, dopo quanto rappresentato, confido che Foschini avrà avuto i suoi buoni motivi per scrivere che <<I giudici onorari che decidono invece il destino di quei ragazzini sono spesso presidenti, componenti del consiglio di amministrazione, soci delle stesse coop dove poi vengono affidati i minori. Loro decidono, in sostanza, e loro incassano. Non poco: la diaria in media di una casa famiglia è di 130-150 euro al giorno, ma si arriva anche a 500.>>. Certo è che non ha indicato alcun caso specifico, ha formulato accuse del tutto generiche che, infamando tutti, offendono profondamente anche coloro i quali si spendono con onestà e dedizione nel loro servizio.

Tanto premesso, ritengo che il giornale da Lei diretto, che leggo fin dal primo numero, abbia il dovere di risarcire coloro che non meritano di essere denigrati e che, piuttosto, debba essere interesse di una testata nazionale quella di svolgere una seria inchiesta per approfondire il funzionamento di una istituzione quale il Tribunale per i Minori che è chiamato ad inverare una delle funzioni principali della nostra società, cioè la tutela dell’infanzia. Ritengo che sia suo dovere promuovere, a questo punto, l’invio di giornalisti professionisti presso quanti Tribunali per i minori intenderanno collaborare con una seria inchiesta giornalistica che approfondisca la conoscenza della giustizia minorile e verifichi la fondatezza di storture così gravi. Anticipo la mia disponibilità.

Luciano Trovato

Presidente del Tribunale per i Minorenni di Catanzaro  

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