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Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, si ricorda non solo il genocidio degli ebrei, ma anche tutte le altre vittime dell’atrocità nazista: 15 milioni di persone condannate a morte perché ebree, omosessuali, disabili, zingare, portatori di handicap. “Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Questa frase si trova incisa in trenta lingue su un monumento nel campo di concentramento di Dachau.

Soprattutto oggi, la giornata della memoria non vuol dire solo commemorare il passato, ma anche pensare al presente e al futuro. In questo momento storico, in cui si alzano muri e si tira il filo spinato sui confini, in cui crescono i movimenti razzisti, sorti anche sotto la pressione dell’attuale fenomeno migratorio, ripensare il passato e le premesse storiche, sociali e psicologiche che li hanno resi possibili è indispensabile per evitare il ripetersi di una catastrofe umana come la Shoah e impedire di giustificare gli atteggiamenti odierni di rifiuto dell’accoglienza di persone in fuga, richiedenti asilo.

Anche chi appare psicologicamente equilibrato può disumanizzarsi al punto da diventare persecutore? È possibile - si è domandata Hannah Arendt, filosofa e giornalista tedesca ebrea - che individui apparentemente normali  possano rivelarsi criminali senza alcun senso di colpa? Sembrerebbe di sì, dagli studi di psicologia sociale di Stanley Milgram e Philip Zimbardo: l'obbedienza cieca può trasformare una persona normale in carnefice. È un rischio insito nella tendenza umana a conformarsi alle richieste dell'autorità. Il male può essere anche “banale”, nel senso che in particolari circostanze anche persone del tutto normali possono finire per collaborare alle peggiori atrocità non percependone la responsabilità.

Recentemente, gli psicologi Alexander Haslam e Stephen D. Reicher hanno effettuato un riesame di quegli studi, scoprendo qualcosa in più: chi compie atti feroci e spietati, in sottomissione e in conformità a una autorità, non si uniforma in modo passivo. Questi esecutori, infatti, tendono ad adattarsi agli ordini in modo attivo e partecipato, mettendo in atto un processo di identificazione con chi esercita il potere che spaccia azioni atroci e disumane per atti virtuosi, arrivando a credere che quello che stanno facendo è giusto.

Chi ordina o compie delle atrocità ha svolto un lungo lavoro di elaborazione mentale, più o meno consapevole. L’operazione mentale che ha compiuto gli ha permesso di "negare" la persona perseguitata, eliminandone l'identità. L'altro, attraverso un processo psicologico di reificazione, viene spogliato dell'umanità e reso un oggetto, un simbolo da distruggere, un numero da cancellare da una lista.

Per non cadere nella trappola della banalità del male - diceva Hannah Arendt - si ha il dovere di pensare. E di pensare in modo critico e produttivo: arricchendolo con nuove domande e lasciando spazio al dubbio. Dare valore alla memoria, intesa come strumento per dare risposta ai bisogni umanitari del presente, vuol dire assumersi la responsabilità della cultura, anche psicologica, da trasmettere alle nuove generazioni, ispirata alla pace e alla convivenza civile. Vuol dire favorire l’esercizio del pensiero creativo, divergente, aperto alla cooperazione e alla solidarietà come possibile ostacolo a un conformismo totalitario. Il Giorno della Memoria, dunque, racchiude l’invito e la necessità ad avvicinarci allo stato d’animo dell’altro e al suo vissuto, a educarci psicologicamente all’ascolto, alla consapevolezza e alla comprensione del dolore e dei bisogni altrui, nel rispetto dei diritti fondamentali, della dignità e del valore di tutte le persone.

 

Ufficio Stampa Ordine degli Psicologi dell'Emilia Romagna
a cura di Rizoma | Studio Giornalistico Associato | tel. 0510073867
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Dopo una vacanza abbastanza lunga, come quella del periodo natalizio, è piuttosto normale avere una certa resistenza a tornare a lavorare e una difficoltà a recuperare la routine lavorativa. Possiamo però pensare che gli insegnanti potrebbero incorrere in problematiche più serie, trattandosi di una categoria molto esposta al rischio di burn-out, una grave forma di stress lavoro-correlato.

Il burn-out (letteralmente in inglese "bruciarsi") è una sindrome tipica delle "professioni di aiuto" - come è quella dell'insegnante - in cui c'è un costante contatto con gli altri, o che sono comunque contraddistinte da relazioni professionali che presuppongono un forte coinvolgimento personale; un coinvolgimento tale che le qualità individuali diventano centrali rispetto alle conoscenze tecniche. Nel rapporto educativo docente-allievo risulta di fondamentale importanza la componente affettiva e la dimensione emotiva di coinvolgimento e di presa in carico dell’alunno.

La sindrome del burn-out dipende da una serie di fattori, più che da un'unica causa. È il risultato di un insieme di vicende lavorative e anche personali. Può emergere dalle difficoltà quotidiane, a volte amplificate dal precariato che spesso caratterizza la professione, dalla sensazione che il proprio lavoro e tutti gli sforzi profusi abbiano scarsa efficacia, dal complicato rapporto con i genitori degli alunni e con gli alunni stessi, dall’aumento del numero di studenti extracomunitari e dall’inserimento di alunni disabili non sempre supportato dall’Istituzione. Nonostante il forte impegno psicologico richiesto agli insegnati, tuttavia, spesso non viene riconosciuta dalle famiglie e dalla società stessa l’importanza del loro ruolo per la crescita dei ragazzi. Tutte le responsabilità di cui sono investiti, combinate con una considerazione sociale non sempre adeguata, possono portare a una condizione di fragilità e disagio psichico. La sensazione di non poter controllare e gestire queste varie situazioni, la sensazione che la complessità della realtà possa sfuggire di mano può minare la stabilità personale e far precipitare l’insegnante in una situazione di allarme e di ansia che non gli consente di rispondere in modo adattivo e positivo ai problemi. Il profondo malessere si può manifestare anche con grave stanchezza fisica e logoramento emotivo, demotivazione, insonnia, irritabilità e sentimenti di frustrazione.

Come affrontare la fine delle vacanze quando la preoccupazione di non essere all’altezza del ruolo, la fatica e le difficoltà di sostenere il resto dell’anno irrompono tutte insieme? Cercando di prendere consapevolezza delle proprie aspettative, riconducendole a un piano più attinente alla propria realtà, evidenziando gli aspetti positivi del proprio lavoro e non concentrandosi solo su quelli negativi, o ancora, coltivando interessi extra-lavorativi che consentano di non focalizzare l’attenzione solo sui problemi professionali e lavorando in équipe, per condividere lo stress e affrontare insieme situazioni difficili.

Soprattutto è importante diventare coscienti dei possibili segnali di allarme del disagio, chiedere l’aiuto psicologico necessario ad affrontare lo stato di malessere prima di avere consumato tutte le energie fisiche e psichiche. L’insegnante stressato che viene supportato psicologicamente può riuscire a recuperare una vita equilibrata nell’ambito lavorativo, familiare, sociale e ripristinare il coinvolgimento emotivo e la necessaria qualità relazionale specifica della sua professione.

 

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È mai possibile pensare di inserire per un periodo estensivo di tempo minori adolescenti in Strutture che fino a poco tempo fa sono state Case di Cura/Cliniche psichiatriche oggi convertite (solo di nome!) in Comunità Terapeutiche per adolescenti, ma che di Comunità non hanno nulla se non il nome?

La questione è estremamente delicata: le strutture residenziali estensive di tipo comunitario per adolescenti (SRTRe.a) all’interno di una filiera di servizi ed interventi, sono deputate alla presa in carico di quei minori che necessitano - attraverso una temporanea separazione, “permeabile”, dall’abituale contesto di vita - di uno spazio e di un tempo opportuni per riavviare un processo evolutivo interrotto, sperimentare nuove relazioni significative, ricostruire, rinarrare, risignificare la propria storia personale con lo scopo di raggiungere un adeguato recupero funzionale.

La residenzialità proprio per gli interventi di una certa durata, multidisciplinari e multifattoriali, ha insita in sé un forte potenziale trasformativo, ma allo stesso tempo può costituire - se non vi è all’interno una sufficiente preparazione, “manutenzione” dell’equipe e programmi basati su prassi virtuose e codificate - un mero luogo “deposito” ovvero un apparato caratterizzato da routine ripetitive, poco dinamiche, non promotrici di processi evolutivi e di inclusione sociale. Come mai oggi nel Lazio assistiamo a ex cliniche/Case di Cura psichiatriche per adulti che diventano Comunità per minori? Non sarebbero più idonee a rispondere, a “tamponare” una situazione di urgenza , di acuzie per lasciare l’intervento trasformativo terapeutico riabilitativo a Strutture nate con un'altra mission ? Le Comunità propriamente dette non dovrebbero essere quelle realtà dove gli interventi pur se sanitari e specialistici si poggiano su un clima di familiarità, domesticità in una logica distante da modelli sanitari prettamente di tipo ospedaliero? (insomma ad ognuno il suo ! all’interno di una progettualità che preveda interventi differenziati e che tengano conto dello specifico momento evolutivo del percorso dell’utenza).

È in questo modo che operano invece alcune piccole realtà comunitarie ( ad es. a Roma ), con invii da tutte le ASL del Lazio senza essere mai incorse in problematiche di gestione, censure o provvedimenti di alcun genere, con soddisfazione certificate dai Servizi stessi e asserite da familiari e utenti.

Ma incomprensibili sono i motivi a spiegazione di come mai le suddette non hanno ancora ricevuto l’auspicato e richiesto (illo tempore) accreditamento con risposte da parte della Regione elusive, dilatorie a fronte anche di ricorsi al Tar per silenzio inadempimento.
Quello che c’è di chiaro è che al posto di queste realtà - ove i principi cui si ispira l’intervento sono quelli di offrire una dimensione “familiare” all’interno della quale vengono svolti interventi sanitari, terapeutici, educativi, riabilitativi e dove il peculiare clima di domesticità e quotidianità rappresenta lo sfondo sul quale si muove l’intervento diventando un luogo, “occasione” di relazioni riparative, uno sfondo ove si stabiliscono rapporti significativi - stanno prendendo il posto ex cliniche spesso con divisioni irrisorie e promiscuità tra pazienti adulti e minori . Anzi la cosa sta andando oltre: la Regione Lazio attraverso appositi provvedimenti sta prescrivendo alle ASL di non inviare più utenti alle strutture non ancora accreditate.
Pertanto: allo stato le uniche strutture accreditate sono le ex cliniche/Case di Cura psichiatriche per adulti, che si pretenderebbe ora di veder convertite tout court, con alcuni posti letti, in Comunità per adolescenti.
Ma cosa sta accadendo nelle altre Regioni ? Sappiamo che a livello nazionale per ciò che concerne i Servizi, diversamente modulati e differenziati per rispondere alle situazioni di importante disagio psichico adolescenziale, esiste una mappatura non omogenea e a macchia di leopardo.
Ora non c’è il pericolo, preso atto che esiste un fabbisogno , di fornire soluzioni “poco pensate” che finiscono per creare confusione piuttosto che colmare delle lacune?

Il Lazio è una Regione fornita di una filiera di interventi piuttosto articolata. Ma sul tema della residenzialità comunitaria c’è il rischio di proporre o avallare, sulla tematica della salute mentale in età evolutiva adolescenziale, soluzioni vetuste, anacronistiche, fuori dai tempi, dove viene riproposta, per gli interventi di una certa durata, una soluzione sostanzialmente allocativa e custodialistica. Perché per rispondere ad un fabbisogno non viene lasciato spazio a Comunità Terapeutiche propriamente dette, a stampo democratico, dove gli ospiti sono “soggetti attivi” del loro percorso e non utenti ospedalizzati e quindi sostanzialmente meri soggetti passivi?

Il competente ufficio area accreditamento della Regione Lazio potrebbe essere in grado di dare risposte esaustive a questi interrogativi ed a chi glie le chiede? Intanto le comunità propriamente dette, attive da anni, stanno ancora aspettando risposte definitive e formali alla propria istanza di accreditamento e con essa i pazienti in carico che rischiano di veder bruscamente interrotto il proprio percorso terapeutico.

 

Prof Claudio Bencivenga

Università degli Studi di Parma
Docente di Psicologia dei Gruppi e delle Famiglie
Corso di Laurea Magistrale in Programmazione e gestione dei Servizi sociali.
Membro Associazione per le Comunità Terapeutiche e residenziali Mito e Realtà.
Membro Fenascop Federazione Nazionale Strutture Comunitarie Psicosocioterapeutiche.
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È mai possibile pensare di inserire per un periodo estensivo di tempo minori adolescenti in
 
Strutture che fino a poco tempo fa sono state Case di Cura/Cliniche psichiatriche oggi convertite
 
(solo di nome!) in Comunità Terapeutiche per adolescenti, ma che di Comunità non hanno nulla se
 
non il nome?
 
La questione è estremamente delicata: le strutture residenziali estensive di tipo comunitario per
 
adolescenti (SRTRe.a) all’interno di una filiera di servizi ed interventi, sono deputate alla presa in
 
carico di quei minori che necessitano - attraverso una temporanea separazione, “permeabile”,
 
dall’abituale contesto di vita - di uno spazio e di un tempo opportuni per riavviare un processo
 
evolutivo interrotto, sperimentare nuove relazioni significative, ricostruire, rinarrare, risignificare la
 
propria storia personale con lo scopo di raggiungere un adeguato recupero funzionale.
 
La residenzialità proprio per gli interventi di una certa durata, multidisciplinari e multifattoriali, ha
 
insita in sé un forte potenziale trasformativo, ma allo stesso tempo può costituire - se non vi è
 
all’interno una sufficiente preparazione, “manutenzione” dell’equipe e programmi basati su prassi
 
virtuose e codificate - un mero luogo “deposito” ovvero un apparato caratterizzato da routine
 
ripetitive, poco dinamiche, non promotrici di processi evolutivi e di inclusione sociale. Come mai
 
oggi nel Lazio assistiamo a ex cliniche/Case di Cura psichiatriche per adulti che diventano
 
Comunità per minori? Non sarebbero più idonee a rispondere, a “tamponare” una situazione di
 
urgenza , di acuzie per lasciare l’intervento trasformativo terapeutico riabilitativo a Strutture nate
 
con un'altra mission ? Le Comunità propriamente dette non dovrebbero essere quelle realtà dove
 
gli interventi pur se sanitari e specialistici si poggiano su un clima di familiarità, domesticità in una
 
logica distante da modelli sanitari prettamente di tipo ospedaliero? ( insomma ad ognuno il suo !
 
all’interno di una progettualità che preveda interventi differenziati e che tengano conto dello
 
specifico momento evolutivo del percorso dell’utenza).
 
È in questo modo che operano invece alcune piccole realtà comunitarie ( ad es. a Roma ), con
 
invii da tutte le ASL del Lazio senza essere mai incorse in problematiche di gestione, censure o
 
provvedimenti di alcun genere, con soddisfazione certificate dai Servizi stessi e asserite da
 
familiari e utenti.
 
Ma incomprensibili sono i motivi a spiegazione di come mai le suddette non hanno ancora
 
ricevuto l’auspicato e richiesto (illo tempore) accreditamento con risposte da parte della Regione
 
elusive, dilatorie a fronte anche di ricorsi al Tar per silenzio inadempimento.
 
Quello che c’è di chiaro è che al posto di queste realtà - ove i principi cui si ispira l’intervento sono
 
quelli di offrire una dimensione “familiare” all’interno della quale vengono svolti interventi sanitari,
 
terapeutici, educativi, riabilitativi e dove il peculiare clima di domesticità e quotidianità rappresenta
 
lo sfondo sul quale si muove l’intervento diventando un luogo, “occasione” di relazioni riparative,
 
uno sfondo ove si stabiliscono rapporti significativi - stanno prendendo il posto ex cliniche spesso
 
con divisioni irrisorie e promiscuità tra pazienti adulti e minori . Anzi la cosa sta andando oltre: la
 
Regione Lazio attraverso appositi provvedimenti sta prescrivendo alle ASL di non inviare più utenti
 
alle strutture non ancora accreditate.
 
Pertanto: allo stato le uniche strutture accreditate sono le ex cliniche/Case di Cura psichiatriche
 
per adulti, che si pretenderebbe ora di veder convertite tout court, con alcuni posti letti, in
 
Comunità per adolescenti.
 
Ma cosa sta accadendo nelle altre Regioni ? Sappiamo che a livello nazionale per ciò che
 
concerne i Servizi, diversamente modulati e differenziati per rispondere alle situazioni di
 
importante disagio psichico adolescenziale, esiste una mappatura non omogenea e a macchia di
 
leopardo.
 
Ora non c’è il pericolo, preso atto che esiste un fabbisogno , di fornire soluzioni “poco pensate” che
 
finiscono per creare confusione piuttosto che colmare delle lacune?
 
Il Lazio è una Regione fornita di una filiera di interventi piuttosto articolata. Ma sul tema della
 
residenzialità comunitaria c’è il rischio di proporre o avallare, sulla tematica della salute mentale in
 
età evolutiva adolescenziale, soluzioni vetuste, anacronistiche, fuori dai tempi, dove viene
 
riproposta, per gli interventi di una certa durata, una soluzione sostanzialmente allocativa e
 
custodialistica. Perché per rispondere ad un fabbisogno non viene lasciato spazio a Comunità
 
Terapeutiche propriamente dette, a stampo democratico, dove gli ospiti sono “soggetti attivi” del
 
loro percorso e non utenti ospedalizzati e quindi sostanzialmente meri soggetti passivi?
 
Il competente ufficio area accreditamento della Regione Lazio potrebbe essere in grado di dare
 
risposte esaustive a questi interrogativi ed a chi glie le chiede? Intanto le comunità propriamente
 
dette, attive da anni, stanno ancora aspettando risposte definitive e formali alla propria istanza di
 
accreditamento e con essa i pazienti in carico che rischiano di veder bruscamente interrotto il
 
proprio percorso terapeutico.
 
Prof Claudio Bencivenga

La violenza fisica è ormai parte della cronaca quotidiana, ma esiste una violenza, quella psicologica, anche più diffusa e comunque estremamente dannosa, di cui si parla molto meno. Secondo i più recenti dati Istat disponibili, relativi al 2015 (http://www.istat.it/it/archivio/161716), il 26,4% delle donne subisce violenza psicologica dal proprio partner. Anche se è noto che questo tipo di violenza è subita anche da alcuni uomini e dai bambini, purtroppo non si dispone di sufficienti ricerche quantitative in proposito. Tuttavia, anche in questa prospettiva, il fenomeno non è da sottovalutare. Le donne, infatti, sembrano essere più propense degli uomini a utilizzare tale tipologia di soprusi rispetto alle altre forme di maltrattamento, in particolare in ambito familiare. La violenza psicologica tout court è una forma sottile e insidiosa di maltrattamento perché, non avendo effetti evidenti, e restando in genere nascosta all'interno delle mura domestiche, spesso viene sottovalutata. Talvolta le vittime stesse non la riconoscono come una forma di violenza, specie se si stabilisce come  modalità relazionale all’interno della coppia o della famiglia. Rappresenta invece una delle più forti e distruttive espressioni manipolatorie di esercizio del potere e del controllo sulla persona, è un modo per marcarne la presunta inferiorità, per denigrala fino a farle perdere la coscienza del proprio valore e può avere effetti molto gravi anche su figli che subiscano o assistano a questo tipo di episodi. Quasi sempre anticipa le altre forme di violenza e comunque è insita in tutte.

Le modalità manipolatorie, comunque, possono verificarsi anche in una relazione positiva, equilibrata, senza arrivare a costituire un quadro patologico. In una coppia può capitare di voler ottenere qualcosa dal partner, di indurlo ad assumere scelte che rispondano ai propri obiettivi. Tali manipolazioni però risultano innocue se occasionali e soprattutto rinunciabili. In un contesto relazionale caratterizzato da reciprocità in genere non c’è sbilanciamento, il potere può essere gestito da entrambi. Ma è il carattere di continuità, ripetitività e unidirezionalità dei meccanismi manipolatori di plagio che ne caratterizza l’aspetto violento e patologico.

Nelle espressioni più gravi può esserci un tentativo pianificato di distruzione psicologica dell’altro tramite manipolazione, detta "Gaslighting". Il termine deriva dal dramma teatrale Gaslight, dramma in cui un marito cerca di portare la moglie alla pazzia modificando di nascosto elementi dell'ambiente (tra cui le lampade a gas) per convincerla che le sue percezioni sono confuse. Tale opera teatrale rappresenta la perfetta esemplificazione di una relazione perversa.

Anche senza arrivare a questi livelli, la violenza psicologica "classica" viene agita soprattutto attraverso la comunicazione e lo scopo è la sottomissione mentale dell'altro. Spesso si considera la vittima complice dell’aggressore perché non si ribella, ma questa incapacità è il risultato della lenta distruzione psicologica subita.

In genere, la violenza psicologica inizia con battute svilenti, con un atteggiamento passivo-aggressivo fondato sul ricatto, la noncuranza, la privazione della privacy, che disorienta subdolamente la vittima. La difficoltà a riconoscere questa forma di violenza è dovuta anche al meccanismo perverso che porta spesso i persecutori ad alternare momenti affettuosi agli atteggiamenti prevaricatori, negando verbalmente i maltrattamenti attuati. Solo quando tali comportamenti diventano abituali, risulta possibile coglierne l’aggressività latente, che si manifesta di frequente anche con silenzi, sguardi carichi di rancore e disprezzo, alternati a offese, minacce, umiliazioni e provocazioni volte a lederne l’autostima e a manipolarne i sensi di colpa. Spesso tale violenza paralizza, provoca dolore e sofferenza emotiva, confonde la vittima che in questo modo rischia di non riconoscere l’aggressione subita e addirittura a giustificare il proprio partner. La persona viene così privata di ogni sicurezza, del proprio valore, resa vulnerabile ad altre forme di vittimizzazione e incapace di reagire. La profonda sofferenza psicologica che si struttura nel tempo ne mina profondamente la personalità e il senso di fiducia in se stessi, oltre che negli altri, arrivando a compromettere seriamente la qualità di vita della persona e di tutte le sue relazioni.

Sono vittime delle violenze domestiche anche coloro che non ne sono necessariamente i bersagli, ma vi assistono: bambini e adolescenti. Il figlio può fare esperienza di qualsiasi forma di maltrattamento familiare - chiamata in genere "violenza assistita" -, sia direttamente che indirettamente, perché ne è a conoscenza o ne percepisce gli effetti. Viene così investito dai pensieri, dalle emozioni della vittima e dell’aggressore che sono le figure di riferimento affettivo ed educativo primario: dalla paura all’impotenza, dall’ambivalenza alla rabbia incontrollata, fino al senso di minaccia e di pericolo.

La violenza assistita in quanto maltrattamento psicologico comporta effetti a livello emotivo, cognitivo, fisico e relazionale con stati di profonda sofferenza psicologica che si possono protrarre anche nella vita adulta. L’aspetto più pericoloso della violenza psicologica subita è che da essa i bambini imparano la normalità della violenza: l’affetto può essere associato alla sopraffazione, all’offesa, all’aggressione, apprendendo la legittimità della violenza. Infatti, la convivenza per tempi medio-lunghi con situazioni di maltrattamento psicologico può provocare nelle vittime - dirette e indirette - una condizione di destrutturazione psicologica e di grande sofferenza in cui i confini tra giusto e sbagliato, legittimo ed illegittimo, diventano labili, con alterazione della capacità di pensiero e di scelta autonoma.

Le vittime, soprattutto se l’esperienza di vittimizzazione psicologica si è protratta nel tempo, impegnano spesso tempi lunghi per uscire dai contesti e dalle relazioni violente: anche se sostenute adeguatamente, è per loro particolarmente difficile individuare azioni efficaci, modificare atteggiamenti, stili cognitivi e operativi. È molto importante, quindi, riconoscere i segnali iniziali di questa forma di violenza per poter agire il prima possibile, chiedendo il supporto psicologico necessario per potersi difendere e, possibilmente, recuperare la propria libertà psicologica.

 

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