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È mai possibile pensare di inserire per un periodo estensivo di tempo minori adolescenti in Strutture che fino a poco tempo fa sono state Case di Cura/Cliniche psichiatriche oggi convertite (solo di nome!) in Comunità Terapeutiche per adolescenti, ma che di Comunità non hanno nulla se non il nome?

La questione è estremamente delicata: le strutture residenziali estensive di tipo comunitario per adolescenti (SRTRe.a) all’interno di una filiera di servizi ed interventi, sono deputate alla presa in carico di quei minori che necessitano - attraverso una temporanea separazione, “permeabile”, dall’abituale contesto di vita - di uno spazio e di un tempo opportuni per riavviare un processo evolutivo interrotto, sperimentare nuove relazioni significative, ricostruire, rinarrare, risignificare la propria storia personale con lo scopo di raggiungere un adeguato recupero funzionale.

La residenzialità proprio per gli interventi di una certa durata, multidisciplinari e multifattoriali, ha insita in sé un forte potenziale trasformativo, ma allo stesso tempo può costituire - se non vi è all’interno una sufficiente preparazione, “manutenzione” dell’equipe e programmi basati su prassi virtuose e codificate - un mero luogo “deposito” ovvero un apparato caratterizzato da routine ripetitive, poco dinamiche, non promotrici di processi evolutivi e di inclusione sociale. Come mai oggi nel Lazio assistiamo a ex cliniche/Case di Cura psichiatriche per adulti che diventano Comunità per minori? Non sarebbero più idonee a rispondere, a “tamponare” una situazione di urgenza , di acuzie per lasciare l’intervento trasformativo terapeutico riabilitativo a Strutture nate con un'altra mission ? Le Comunità propriamente dette non dovrebbero essere quelle realtà dove gli interventi pur se sanitari e specialistici si poggiano su un clima di familiarità, domesticità in una logica distante da modelli sanitari prettamente di tipo ospedaliero? (insomma ad ognuno il suo ! all’interno di una progettualità che preveda interventi differenziati e che tengano conto dello specifico momento evolutivo del percorso dell’utenza).

È in questo modo che operano invece alcune piccole realtà comunitarie ( ad es. a Roma ), con invii da tutte le ASL del Lazio senza essere mai incorse in problematiche di gestione, censure o provvedimenti di alcun genere, con soddisfazione certificate dai Servizi stessi e asserite da familiari e utenti.

Ma incomprensibili sono i motivi a spiegazione di come mai le suddette non hanno ancora ricevuto l’auspicato e richiesto (illo tempore) accreditamento con risposte da parte della Regione elusive, dilatorie a fronte anche di ricorsi al Tar per silenzio inadempimento.
Quello che c’è di chiaro è che al posto di queste realtà - ove i principi cui si ispira l’intervento sono quelli di offrire una dimensione “familiare” all’interno della quale vengono svolti interventi sanitari, terapeutici, educativi, riabilitativi e dove il peculiare clima di domesticità e quotidianità rappresenta lo sfondo sul quale si muove l’intervento diventando un luogo, “occasione” di relazioni riparative, uno sfondo ove si stabiliscono rapporti significativi - stanno prendendo il posto ex cliniche spesso con divisioni irrisorie e promiscuità tra pazienti adulti e minori . Anzi la cosa sta andando oltre: la Regione Lazio attraverso appositi provvedimenti sta prescrivendo alle ASL di non inviare più utenti alle strutture non ancora accreditate.
Pertanto: allo stato le uniche strutture accreditate sono le ex cliniche/Case di Cura psichiatriche per adulti, che si pretenderebbe ora di veder convertite tout court, con alcuni posti letti, in Comunità per adolescenti.
Ma cosa sta accadendo nelle altre Regioni ? Sappiamo che a livello nazionale per ciò che concerne i Servizi, diversamente modulati e differenziati per rispondere alle situazioni di importante disagio psichico adolescenziale, esiste una mappatura non omogenea e a macchia di leopardo.
Ora non c’è il pericolo, preso atto che esiste un fabbisogno , di fornire soluzioni “poco pensate” che finiscono per creare confusione piuttosto che colmare delle lacune?

Il Lazio è una Regione fornita di una filiera di interventi piuttosto articolata. Ma sul tema della residenzialità comunitaria c’è il rischio di proporre o avallare, sulla tematica della salute mentale in età evolutiva adolescenziale, soluzioni vetuste, anacronistiche, fuori dai tempi, dove viene riproposta, per gli interventi di una certa durata, una soluzione sostanzialmente allocativa e custodialistica. Perché per rispondere ad un fabbisogno non viene lasciato spazio a Comunità Terapeutiche propriamente dette, a stampo democratico, dove gli ospiti sono “soggetti attivi” del loro percorso e non utenti ospedalizzati e quindi sostanzialmente meri soggetti passivi?

Il competente ufficio area accreditamento della Regione Lazio potrebbe essere in grado di dare risposte esaustive a questi interrogativi ed a chi glie le chiede? Intanto le comunità propriamente dette, attive da anni, stanno ancora aspettando risposte definitive e formali alla propria istanza di accreditamento e con essa i pazienti in carico che rischiano di veder bruscamente interrotto il proprio percorso terapeutico.

 

Prof Claudio Bencivenga

Università degli Studi di Parma
Docente di Psicologia dei Gruppi e delle Famiglie
Corso di Laurea Magistrale in Programmazione e gestione dei Servizi sociali.
Membro Associazione per le Comunità Terapeutiche e residenziali Mito e Realtà.
Membro Fenascop Federazione Nazionale Strutture Comunitarie Psicosocioterapeutiche.
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È mai possibile pensare di inserire per un periodo estensivo di tempo minori adolescenti in
 
Strutture che fino a poco tempo fa sono state Case di Cura/Cliniche psichiatriche oggi convertite
 
(solo di nome!) in Comunità Terapeutiche per adolescenti, ma che di Comunità non hanno nulla se
 
non il nome?
 
La questione è estremamente delicata: le strutture residenziali estensive di tipo comunitario per
 
adolescenti (SRTRe.a) all’interno di una filiera di servizi ed interventi, sono deputate alla presa in
 
carico di quei minori che necessitano - attraverso una temporanea separazione, “permeabile”,
 
dall’abituale contesto di vita - di uno spazio e di un tempo opportuni per riavviare un processo
 
evolutivo interrotto, sperimentare nuove relazioni significative, ricostruire, rinarrare, risignificare la
 
propria storia personale con lo scopo di raggiungere un adeguato recupero funzionale.
 
La residenzialità proprio per gli interventi di una certa durata, multidisciplinari e multifattoriali, ha
 
insita in sé un forte potenziale trasformativo, ma allo stesso tempo può costituire - se non vi è
 
all’interno una sufficiente preparazione, “manutenzione” dell’equipe e programmi basati su prassi
 
virtuose e codificate - un mero luogo “deposito” ovvero un apparato caratterizzato da routine
 
ripetitive, poco dinamiche, non promotrici di processi evolutivi e di inclusione sociale. Come mai
 
oggi nel Lazio assistiamo a ex cliniche/Case di Cura psichiatriche per adulti che diventano
 
Comunità per minori? Non sarebbero più idonee a rispondere, a “tamponare” una situazione di
 
urgenza , di acuzie per lasciare l’intervento trasformativo terapeutico riabilitativo a Strutture nate
 
con un'altra mission ? Le Comunità propriamente dette non dovrebbero essere quelle realtà dove
 
gli interventi pur se sanitari e specialistici si poggiano su un clima di familiarità, domesticità in una
 
logica distante da modelli sanitari prettamente di tipo ospedaliero? ( insomma ad ognuno il suo !
 
all’interno di una progettualità che preveda interventi differenziati e che tengano conto dello
 
specifico momento evolutivo del percorso dell’utenza).
 
È in questo modo che operano invece alcune piccole realtà comunitarie ( ad es. a Roma ), con
 
invii da tutte le ASL del Lazio senza essere mai incorse in problematiche di gestione, censure o
 
provvedimenti di alcun genere, con soddisfazione certificate dai Servizi stessi e asserite da
 
familiari e utenti.
 
Ma incomprensibili sono i motivi a spiegazione di come mai le suddette non hanno ancora
 
ricevuto l’auspicato e richiesto (illo tempore) accreditamento con risposte da parte della Regione
 
elusive, dilatorie a fronte anche di ricorsi al Tar per silenzio inadempimento.
 
Quello che c’è di chiaro è che al posto di queste realtà - ove i principi cui si ispira l’intervento sono
 
quelli di offrire una dimensione “familiare” all’interno della quale vengono svolti interventi sanitari,
 
terapeutici, educativi, riabilitativi e dove il peculiare clima di domesticità e quotidianità rappresenta
 
lo sfondo sul quale si muove l’intervento diventando un luogo, “occasione” di relazioni riparative,
 
uno sfondo ove si stabiliscono rapporti significativi - stanno prendendo il posto ex cliniche spesso
 
con divisioni irrisorie e promiscuità tra pazienti adulti e minori . Anzi la cosa sta andando oltre: la
 
Regione Lazio attraverso appositi provvedimenti sta prescrivendo alle ASL di non inviare più utenti
 
alle strutture non ancora accreditate.
 
Pertanto: allo stato le uniche strutture accreditate sono le ex cliniche/Case di Cura psichiatriche
 
per adulti, che si pretenderebbe ora di veder convertite tout court, con alcuni posti letti, in
 
Comunità per adolescenti.
 
Ma cosa sta accadendo nelle altre Regioni ? Sappiamo che a livello nazionale per ciò che
 
concerne i Servizi, diversamente modulati e differenziati per rispondere alle situazioni di
 
importante disagio psichico adolescenziale, esiste una mappatura non omogenea e a macchia di
 
leopardo.
 
Ora non c’è il pericolo, preso atto che esiste un fabbisogno , di fornire soluzioni “poco pensate” che
 
finiscono per creare confusione piuttosto che colmare delle lacune?
 
Il Lazio è una Regione fornita di una filiera di interventi piuttosto articolata. Ma sul tema della
 
residenzialità comunitaria c’è il rischio di proporre o avallare, sulla tematica della salute mentale in
 
età evolutiva adolescenziale, soluzioni vetuste, anacronistiche, fuori dai tempi, dove viene
 
riproposta, per gli interventi di una certa durata, una soluzione sostanzialmente allocativa e
 
custodialistica. Perché per rispondere ad un fabbisogno non viene lasciato spazio a Comunità
 
Terapeutiche propriamente dette, a stampo democratico, dove gli ospiti sono “soggetti attivi” del
 
loro percorso e non utenti ospedalizzati e quindi sostanzialmente meri soggetti passivi?
 
Il competente ufficio area accreditamento della Regione Lazio potrebbe essere in grado di dare
 
risposte esaustive a questi interrogativi ed a chi glie le chiede? Intanto le comunità propriamente
 
dette, attive da anni, stanno ancora aspettando risposte definitive e formali alla propria istanza di
 
accreditamento e con essa i pazienti in carico che rischiano di veder bruscamente interrotto il
 
proprio percorso terapeutico.
 
Prof Claudio Bencivenga