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Il penale minorile come lente di ingrandimento sulla tutela dei minorenni.
La Legge illuminata che governa il penale minorile nel nostro Paese ha posto fin dal 1988 una bella sfida alle comunità educative: quella di divenire il contesto più adatto per rispondere alla richiesta di aiuto che i giovani autori di reato lanciano agli adulti attraverso la loro scelta di infrangere la Legge.
Oggi, a più di trent’anni dall’entrata in vigore, il mandato assegnato dalla nostra Legge alle comunità educative ha finalmente convinto molte strutture ad accogliere giovani autori di reato e a specializzarsi nell’intervento rieducativo che permea ogni articolo della Legge.
Ormai le comunità sono considerate un alleato imprescindibile della Giustizia Minorile, anche se permangono in tante strutture pregiudizi sul penale minorile, come se esistesse un baratro che distanzia i ragazzi che accedono alle comunità per aver commesso reato e altri giovani che vengono collocati per motivi di protezione.
Al contrario, il penale minorile, se conosciuto a fondo, si rivela una straordinaria “lente di ingrandimento” sui meccanismi della Tutela, rendendone più espliciti ed evidenti i grandi pregi e le insidie.
Perché sia davvero una scommessa vinta, però, la nostra Legge va interpretata nel modo più alto e coraggioso, sapendosi assumere nel lavoro quotidiano quei rischi che il nostro Parlamento ha deciso di correre mettendo a punto la Legislazione senza dubbio più avanzata al Mondo in fatto di risposta alla commissione di reato in minore età.

Paolo Tartaglione VicePresidente, Responsabile Area Reinserimento, Formazione e Interventi con le Famiglie c/o la Cooperativa Sociale Arimo, Consellor Familiare socio CNCP, Membro dell’Esecutivo Regionale del CNCA e Referente “Infanzia, Adolescenza e Famiglie” per la Lombardia, Membro della Consulta del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Lombardia.

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Nell’ambito dei servizi alla prima infanzia vi è una crescente attenzione nel promuovere un approccio olistico allo sviluppo del bambino. Tuttavia, una parte significativa delle prassi educative tendono a focalizzarsi maggiormente su aspetti di natura mentalistica, come il linguaggio e la cognizione, considerati fattori critici per lo sviluppo socio-emozionale del bambino. Questa tendenza rischia di far trascurare la riflessione sul ruolo giocato dagli ”incontri tattili” che quotidianamente si attuano tra l’adulto e il bambino negli ambiti educativi e sul contributo che il contatto affettivo interpersonale può dare alla crescita psicologica del bambino. Pertanto, poiché il tocco affettivo costituisce uno dei principali canali della comunicazione umana, può essere rilevante riflettere sulle implicazioni educative che assume nella relazione con il bambino. A partire da queste considerazioni, la relazione prenderà in esame come gli ”incontri tattili” tra i bambini e coloro che se prendono cura possano aiutare a migliorare la comprensione dell’esperienza del bambino. Si discuterà inoltre dell’importanza di valorizzare il contatto affettivo interpersonale come uno dei fattori utili a promuovere lo sviluppo socio-emozionale del bambino.

Rosario Montirosso, Psicologo e psicoterapeuta. Responsabile del Centro 0-3 per il bambino a rischio evolutivo dell’IRCCS “E. Medea”- Associazione “La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini (LC).

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Il progetto nasce dalla necessità di integrare i diversi tipi di approccio alla persona e dalla possibilità di dare nuove forme di lettura e di gestione del paziente agli operatori delle strutture in cui lavora. Come Direttore sanitario de i Tulipani ha cercato di cogliere e trasformare, insieme al’équipe della casa alloggio, il disagio legato al limite dell’intervento terapeutico… dandosi una mano.

Isabelle Felicioni, medico psichiatra, psicoterapeuta e psiconcologa. Svolge la sua attività professionale sia con sedute di terapie individuali e familiari e all’interno di strutture sanitarie. Nel corso degli anni ha seguito diversi corsi di perfezionamento presso l’Università del Sacro Cuore di Roma e ha integrato il suo percorso analitico freudiano, junghiano e psicodinamico con approfondimenti nell’ambito della medicina tradizionale cinese e dell’ayurveda.

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Da decenni ormai siamo pienamente immersi in processi storico-sociali di forte e rapido cambiamento, legati in particolare all’intensificarsi e diversificarsi dei flussi migratori. Gli stravolgimenti epocali a cui stiamo assistendo (non ultimo l’impatto aggiuntivo della situazione pandemica da Covid-19), stanno mettendo a dura prova le forme, le possibilità e le modalità di accoglienza dell’Alterità da parte delle nostre istituzioni. Le molteplici forme di vulnerabilità e le nuove forme di sofferenza che questi processi rendono evidenti, rappresentano oggi una delle poste in gioco. E’ nell’incontro con questa molteplicità di dimensioni che la prospettiva antropologica è chiamata a impegnarsi e a portare il proprio contributo per entrare nelle pieghe del nostro disorientamento e trovarvi risorse capaci di sostenere l’apertura a nuovi orizzonti di senso e di operatività.
Come cogliere la complessità della storia di una persona considerando più matrici di senso? Come operare un continuo decentramento del punto di vista per comprendere e quindi co-costruire un’intenzione condivisa di scelte e percorsi?

Costanza Amici, antropologa e mediatrice etnoclinica. Lavora come formatrice, ricercatrice, supervisore e consulente nell’articolazione degli ambiti sociale, salute e migrazione con enti pubblici e privati. Sviluppa nel tempo la sua specifica operatività nel settore della Salute Mentale declinando la prospettiva antropologica con quella etnopsichiatrica.

Sabrina Flamini, antropologa medica e mediatrice etnoclinica. Svolge attività di formazione, ricerca e consulenza nell’articolazione degli ambiti sociale, salute e migrazione con enti pubblici e privati. Sviluppa nel tempo la sua specifica attività nella raccolta di storie di migrazione e della ricerca-intervento nell’ambito delle modificazioni genitali femminili.

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