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La cucina è affettività in atto. Il preparare il cibo e la condivisione del pasto ci riportano al nostro incipit conoscitivo relazionale, quello che fonda la nostra psiche per utilizzare i termini freudiani, di un’oralità che si sazia di nutrienti e di relazione. Per Freud l’amore nasce dal bisogno soddisfatto del cibo (1938) ed è proprio nella relazione tra bambino che si sazia e genitore che nutre che si struttura la psiche della persona.

Crescendo questi scambi relazionali centrati sull’atto della nutrizione, che non è solo alimentare ma principalmente affettiva, si espandono al contesto familiare, nel rituale del pasto in famiglia che nella ritualità della ripetizione dell’esperienza di momenti affettivi consolidati sul buono e sulla cura dell’altro, si estendono ad ampio raggio sulla condivisione di un buono affettivo che fa parte dei diversi nuclei familiari e che colora di tradizione, cultura e appartenenza  il passaggio del cibo in tavola.

La cucina è strettamente connessa alla cura dell’altro e alla condivisione con l’altro di quel pezzetto della nostra tradizione familiare e culturale che ci fa sentire riconosciuti in quel nucleo affettivo e in quella specifica appartenenza territoriale. Condividere insieme il buono affettivo ci rende vivi, fa sviluppare la nostra autostima, la nostra creatività ma anche la nostra capacità di reagire agli ostacoli che la vita ci pone dinnanzi. Mangiando alimenti cucinati con amore e per amore il nostro cervello produce endorfine e ossiticina, l’ormone dell’abbraccio che si scatena avvertendo anche solo il profumo della pasta al forno che ci faceva la zia Teresa la domenica. Quel profumo delle madeline imbevute nel tè al tiglio che riporta Proust a rivivere nella memoria del gusto il sapore di quel tempo perduto tanto ricercato.

La condivisione dei pasti è un rinnovare la nostra appartenenza familiare e la nostra affettività condensata nel piatto che portiamo in tavola, che offriamo a nostri ospiti, o che ci viene offerto in uno scambio rituale fatto di generosità e calore. Il cibo trasformato dal calore, manipolato dalle mani delle donne che hanno contribuito a rendere la cucina la grande madre del mondo diventa espressione di sé e risorsa interiore per scaldarci il cuore nei momenti di stress e bisogno come quello che oggi tutti stiamo vivendo.

Senza mai cadere nell’ingordigia e nella compulsione la condivisione del pasto, dei pranzi e delle cene in famiglia, rinnovano sempre l’incipit di generare buono affettivo e conservare nella memoria del gusto la nostra traiettoria evolutiva fatta di momenti di condivisione affettiva mediati dal bisogno di nutrirsi e di essere nutrito.

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La storia della condivisione del pasto è una storia tramandata da generazioni, di attenzione per l’altro, di pazienza, di buone abitudini, di rituali condivisi e strutturalmente depositati nei nostri circuiti cerebrali che ci fornisce la sua massima espressione in termini, di contenimento affettivo, nelle festività come il Natale e la Pasqua. Riuniti a tavola ci si ritrova, ci si guarda negli occhi e si condivide insieme all’altro lo scambio di cibo e affettività e si rinnova l’appartenenza del sé all’altro, al territorio, alla cultura, alle generazioni.

Tutto questo verrà inglobato all’interno dei nostri circuiti cerebrali e si rinnoverà ogni volta che con il pensiero andiamo a ripescare il profumo della nostra pietanza del cuore che assume il valore di una terapia per l’anima che riconosce l’essenza intima del sé

La Cucina quindi per sua costituzione è generosa e prolifica, produce il bene per se stessi e l’altro, sviluppa creatività e competenze utili per vivere al meglio ed è alla base di un processo curativo e rigenerativo [Cooking Therapy). La cucina come vero e proprio laboratorio terapeutico in cui lavorare con i pazienti in un setting clinico ristrutturato dove insieme all’acqua che bolle in pentola si strutturano asset specifici per il se e nel proprio spazio domestico modellato ad un vero e proprio laboratorio esperienziale ci si riconosce, ci si ascolta e ci si coccola in un processo di mindfulness interiore che insieme al pane sforna benessere e salute mentale per sé stessi e gli altri. 

Il cibo posto in tavola si trasforma in una risorsa costruttiva che ci fa ritrovare e trasmettere l’ingrediente più importante e spesso erroneamente meno ricercato: la nostra identità culinaria, fatta di gesti, sapori, odori, ricordi, persone, che caratterizzano l’essenza di ogni nostro singolo piatto e della nostra affettività.

È una terapia utile per distrarsi, per aumentare la manualità, per allontanare la depressione, per dare forma e sostanza alla creatività, per reintegrarsi, per consolare, per sentirsi uniti anche a distanza, per stare insieme e che tutti oggi, per gestire lo stress, affinare la nostra sensibilità e che TUTTI oggi nei nostri antri domestici abbiamo fortunatamente a portata di mano. Proviamo a curarci in cucina.

SI CUCINA, SI TRASMETTE AFFETTIVITA’ E SI STA MEGLIO anche e soprattutto nei momenti difficili come questo.

L'autore.
Psicologa, specialista in Psicologia clinica, Phd in Psicologia Dinamica e Clinica - collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza - Università di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP (Società Italiana di Ricerca, Clinica e Intervento sulla Perinatalità). È docente al Master biennale di II livello sul Family Home Visiting presso la Sapienza e dell’ Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica di Roma. È autrice di numerose pubblicazioni e articoli scientifici. Tra le sue pubblicazioni recenti: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (Tambelli, Volpi, 2015) e «Genitori Digitali» (Volpi, 2017). Per informazioni scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Le pubblicazioni su Ubiminor riprenderanno a settembre.
A tutti i lettori, auguriamo buone vacanze!

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