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Fermo immagine: ore 9.30 Circo Massimo Roma:

SE….

Matteo, un bambino di 6 anni sale su una colonnina alta quanto lui, ha difficoltà a farlo ma non demorde. L’equilibrio precario con cui si muove e con cui cerca in maniera gloriosa di portare a termine la sua impresa, viene minato dal fatto che nella mano destra stringe con forza il cellulare. Nel momento in cui riesce finalmente a salire, ignaro della bellezza che lo avvolge, si mette davanti alla faccia il telefonino e attua/mima il gesto ormai consueto del selfie. I genitori continuano a camminare davanti a lui e sorridono orgogliosi di un fare simil adulto-tecnologico che è nelle mani dei bambini ed è entrato “naturalmente” nei loro gesti.

La clinica, e l’esperienza quotidiana di mamme e papà esasperati dai “capricci” dei loro figli mettono in primo piano un assunto chiave della psicoterapia infantile che rileva l’importanza della comprensione dell’agito comportamentale del bambino come mezzo di comunicazione privilegiata di un bisogno, una necessità, un’aspettativa delusa, un disagio che risulta difficile tradurre in parole. Il bambino nella primissima infanzia e oltre, fino alla pubertà, preferisce la strada dell’agito, che assume la forma di pianto, difficoltà di addormento, capricci alimentari, pugni e morsi ai compagni, ritiro solitario, per tirar fuori un corto circuito emotivo volto a segnalare agli altri che qualcosa nella sua traiettoria di sviluppo sta andando nel verso sbagliato. Comunica a gesti il suo bisogno di essere tradotto e compreso, nella sua stessa incapacità di dare nome e spessore a vissuti emotivi ed affettivi che stanno nascendo, che si stanno ancora formando, e che riflettono come carta carbone, quanto sta accadendo all’interno delle sue strutture cerebrali ancora in formazione distribuite, a livello sinaptico, sulle connessioni maggiormente utilizzate, più solcate e più per questo più selezionate.

Se il ruolo di traduttori comportamentali è abbastanza chiaro agli adulti [genitori, insegnanti, fratelli più grandi, nonni] che si occupano dei bambini, del loro benessere e della loro formazione, la comprensione, la pazienza istintiva e naturale dello loro sguardo sugli occhi teneri e sgranati del bambino, primo attivatore naturale insieme al corpo della sintonizzazione affettiva leva della traiettoria di sviluppo della relazione diadica, viene ad essere messa in discussione quando gli occhi si trasformano nello sguardo adolescenziale.

Non più occhi teneri e sgranati alla ricerca della soluzione di un problema, di un disagio, anche se questo disagio è soltanto dirti ho fame, o ho sonno, ma occhi che, nella ricerca di un loro essere autonomi e istintivamente ribelli, evitano o fronteggiano sfidanti lo sguardo, perdono la loro caratteristica protettiva di suscitare tenerezza e nel cercare la strada simil-adulta si allontano dalla base di partenza nel tentativo arduo e, a volte disperato, di ricercare quella conferma di sé stessi, spada della roccia e baluardo dell’avvenuta trasformazione da bruco a farfalla, da bambino a finalmente e sorprendentemente grande. Nulla di nuovo, percorso intessuto e solcato nella trasmissione intergenerazionale da genitori a figli, che cementa la via maestra della testimonianza da vecchio a giovane, a futuro della società.

Occhi nuovi oggi, nell’era digitale che sono per la maggior parte chini sullo schermo, per alzarsi forse disturbati e aggrottati se qualcuno richiama alla realtà o fornisce uno stimolo più trendy di quelli presenti nel villaggio globale.

La strada dell’agito comportamentale, istintivo, privo di consapevolezza, baluardo di testimonianze adolescenziali, che si ricorderanno nel “come ho fatto, non riuscirei più a farlo” [salvo ricadute regressive adolescenziali alla ricerca del tempo che fu e che mai più sarà], è una strada pertanto conosciuta e, nel retaggio infantile, presa in mano dagli adolescenti nella ricerca adrenalinica dell’avventura verso la scoperta/costruzione del sé adulto. Incomprensioni conflitti, entusiasmi, delusioni, sbalzi d’umore, isterismi, aggressioni, sperimentazioni varie, cadute e ritirate verso la base di partenza sono prevedibili, auspicate nella loro traiettoria di rassicurazione di un processo naturale e pertanto riconosciute dai genitori e adulti che si trovano a fronteggiare, con resilienza più che pazienza, la sfida di essere sostegno, guida e orientamento ad un percorso che loro stessi hanno segnato nel corso dell’infanzia.

Sfida, che nell’era digitale sappiamo essersi resa ancora più ostica nell’altrettanta impresa di essere genitori digitali e orientare i bambini e i ragazzi su un percorso di crescita nel digitale volto non a demonizzare la rete, ma a coglierne i vantaggi e le opportunità.  Ad oggi però la nostra coscienza collettiva di adulti responsabili e consapevoli di essere la guida delle nuove generazioni, non può non farci rilevare che forse abbiamo sbagliato, abbiamo fatto e stiamo facendo ancora poco per aiutare i ragazzi a sostenere l’impatto dell’integrazione digitale nel terreno dell’amalgama adolescenziale che vive, sì nel qui ed ora del momento presente, ma le cui radici generative si solcano molto tempo prima, nella connessione di sguardi in cui mamma e figlio si riconoscono e si strutturano nei loro rispettivi ruoli.

Selfie compulsivi, estremi, giochi pericolosi che minano l’esistenza e sfidano la vita, diffusione di immagini che ledono la dignità personale [per rispetto scelgo il silenzio su eventi di cronaca], non sono altro che il tentativo esasperato di ricercare negli sguardi, nell’occhio collettivo del grande fratello mediatico due elementi chiave nella strutturazione del sé adolescenziale riconosciuti generazionalmente a livello di contenuto ma ristrutturati nella nuova veste digitale.

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Da una parte l’atavico riconoscimento narcisistico di sé, plasmato su nuove strade, scorciatoie esistenziali che nell’era digitale fanno arrivare il merito e il valore sulle mode/confronto del momento, e dall’altra il richiamo/scontro/monito agli adulti, nella vestigia digitale di un urlo disperato per cercare di scuoterli verso la legittima ripresa del loro ruolo di guida, di risvegliarli dalla loro passività tecnologica che si riassume nel dire “sono più bravi loro, i nativi digitali”, e sulla strada dell’agito distruttivo forzarli, in modo indiretto come ogni forma di comunicazione adolescenziale,  a non lasciarli soli di fronte ad una nuova forma di socialità, che dall’appendice strutturale del telefonino può sfuggire di mano e fare davvero molto male.

Se si considera la carta carbone cerebrale, la consapevolezza adulta deve tenere in considerazione la fotografia/selfie del cervello degli adolescenti seguita magistralmente dalle mappature longitudinali delle ricerche di Giedd, che mette in evidenza come l’adolescenza costituisca l’ultima fase di grande plasticità del cervello. Da una parte dobbiamo ancora assistere al completamento della corteccia prefrontale [che si conclude all’incirca verso i 30 anni] e l’area limbica nelle sue vie di connessione con la stessa. La vita dell’adolescente è caratterizzata da come la regione prefrontale e quella limbica imparano a conoscersi e a lavorare insieme. Tuttavia c’è un problema temporale nei loro rapporti: la piena efficienza della corteccia prefrontale avviene di solito 10 anni più tardi di quella del sistema limbico. Siamo quindi in presenza di un periodo di rischio, le cui strade che devono connettersi ed essere solcate a livello sinaptico, si traducono a livello comportamentale in una diversa presa di coscienza del pericolo, in una difficoltà a di collegare il prima con il dopo, l’azione con la conseguenza, la pianificazione con il multitasking compulsivo. Se ci sintonizziamo con l’interno della mente adolescenziale ancora da sviluppare a livello organico, possiamo riuscire a riconnetterci con il nostro ruolo di traduttori comportamentali e tornare ad osservare con pazienza e rigore quanto i giovani ci stanno comunicando anche e soprattutto nella cassa di risonanza digitale che, nell’unione corale urla per essere ascoltata. Il selfie nella sua sfumatura patologica di erosione digitale dell’azione offline, non parte in adolescenza ma molto prima, dalle foto dei bambini postate su bacheche, dalle ricerche delle migliori vacanze da pubblicare che cancellano il valore della vacanza stessa, dall’intrattenimento tata/touch per consolare il bisogno del bambino di essere calmato da braccia calorose e non dalla digitalizzazione distraente che viene captata dalla sua mente assorbente e traccia via connettive difficili poi da scardinare quando il ruolo di adulto deve essere quello di guida silenziosa e compartecipe di un progetto educativo co-costruito nelle radici strutturali molto tempo prima, arricchito e potenziato oggi dalla sfida dell’educazione digitale.

Di nuovo siamo di fronte al PRIMA e il DOPO, link connettivo delle due strutturale cerebrali imputate, area pre-frontale e limbica, che riflettono in modo diretto la linea del se: se educo alla digitalità, se ti seguo, se ti accompagno, se monitoro, se ti aiuto, se ti sostengo, se aspetto il momento giusto per presentarti lo strumento digitale allora potrò comprendere meglio l’utilizzo che ne farai successivamente nella garanzia che cercherai condivisioni affettive reali e non immaginarie, che ti confronterai con le sfide della vita che da sole tolgono il fiato senza riprodurre artificialmente una perdita di fiato. 

Se do valore alla tua persona, ti rispecchio nella linea del tempo nel filo conduttore del sé reale, riuscirai a mantenere salda la tua identità anche nella rifrangenza mediatica e a rappresentare e riconoscere parti di te, che rimangano salde a ancorate ad una base sicura che sostiene, monitora e sorregge. Compito primario di una rete globale di adulti che contiene e sorregge un fare e una frenesia digitale che lasciata in mano di adolescenti inconsapevoli dei rischi può provocare danni e emulazioni nefaste.

Se ci sono e ti insegno partendo dal mio comportamento seguirai la strada valoriale che ho cercato di trasmettere e che reggerà lo scontro/verifica delle varie sfide che dovrai, dovremo affrontare.

 

BUONA GUIDA INDOOR E OUTDOOR!

 

 

© Riproduzione Vietata

 

L'autore.
Psicologa, specialista in Psicologia clinica, Phd in Psicologia Dinamica e Clinica - collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza - Università di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP (Società Italiana di Ricerca, Clinica e Intervento sulla Perinatalità). È docente al Master biennale di II livello sul Family Home Visiting presso la Sapienza e dell’ Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica di Roma. È autrice di numerose pubblicazioni e articoli scientifici. Tra le sue pubblicazioni recenti: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (Tambelli, Volpi, 2015) e «Genitori Digitali» (Volpi, 2017). Per informazioni scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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