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Volenti o nolenti siamo nell’era digitale, dell’iperconessione costante, della rapidità del trasferimento delle informazioni, siano esse amicali, sentimentali, ludiche o lavorative. Comunicazioni di lavoro che si alternano ad emoticòn, foto, video che si mescolano nel ginepraio di “frammenti di noi” che dal nostro pensiero arrivano alle nostre dita e touch su touch vengono immessi nella rete digitale, che sappiamo, quanto può catturare e rapire. Immettiamo, trasmettiamo, e come tutte le entrate nel flusso dell’informazione attendiamo risposta.

 

Dall’inizio delle nostre giornate fino alla loro conclusione, il nostro aprire e chiudere gli occhi sii circonda e si carica dell’alito della tecnologica che ci ricorda narcisisticamente, sbeffeggiandoci un pò, quanto è ormai onnipresente ed indispensabile nelle nostre attività quotidiane. Chi mi segue sa che cerco sempre di coniugare l’aspetto teorico della psicologia con l’aggancio pratico delle situazioni concrete e reali, che da una parte possiamo giornalmente osservare e dall’altra prendere come spunto di riflessione per addentraci con maggiore riflessività verso la comprensione di automatismi compulsivi.

Veri e propri acting out digitali che, soprattutto per gli adolescenti ma non solo, sono dietro e alla base di un uso disfunzionale delle applicazioni tecnologiche a partire dalla loro iniziale fascinazione, che abbiamo visto può travolgerci facendoci correre il rischio di inglobarci in un trading emozionale online.

Il buongiorno si vede dal mattino, e la diffusione della tecnologia nelle nostre case ci fa sentire tutti molto più vicini e uniformati. A partire dalla sveglia, il nostro caffè ordinario è segnato dalla presa in mano dello smartphone che con suonerie personalizzate, alcune molto originali altre canoniche per cercare colorare l’uniformità di un gusto personale, ci ricorda che dobbiamo alzarci dal letto ed affrontare la giornata.

 Mamma, papà, figli, compagni, nonni [forse loro, per l’aggancio emotivamente trainante del rimanere fedeli ed ancorati alle abitudini del tempo che fu conservano  una sveglia retrò], ognuno nelle loro stanze ha a portata di mano la tecnologia posta sul comodino [otto smartphone su dieci restano accesi durante la notte con la scusa della sveglia mattutina secondo un sondaggio Ofcom], bypassando gli allarmismi che periodicamente diffondono la possibilità di potenziali effetti nocivi sulla salute cerebrale [ ancora in fase di esplorazione] e sottovalutando invece i risultati ormai consolidati della nocività della luce degli schermi sulla vista e sul ritmo circadiano. Ognuno si calibra sulle sue abitudini, genitori rigorosi che allontano i device dal loro comodino e che nel ring innovativo o canonico delle loro rispettive sveglie si alzano per bloccare la suoneria [assicurando, forse di non riaddormentarsi], adolescenti che si sono addormentati con lo smartphone sotto il cuscino in modalità silenziosa  perché hanno ricevuto notifiche, chattato, di rado parlato sussurrando fino a notte tarda, addormentandosi sfiniti senza ricordarsi di rimettere la suoneria], bambini che si svegliano prima per poter “rubare” il tablet al fratello che ancora dorme ed iniziare trionfanti la giornata.

Sveglia, caffè per i grandi e controllo immediato delle notifiche per gli adolescenti, il cui controllo dispositivo-device è come testare la messa alla prova dei piedi in funzionalità on di cammino.

Tutti ormai, chi prima chi dopo, nel rispetto delle abitudini/momenti specifici del ciclo di vita o del momento/situazione di vita [anche cinquantenni ormai cresciuti possono assumere atteggiamenti adolescenziali sotto l’effetto dell’utilizzo regressivo della tecnologia], prendendo in mano lo smartphone per un monitoraggio/reset di quello che si trova, di notifiche, informazioni, controllo di inizio di giornata altrui [l’ultimo accesso di Whatsapp per coloro che non lo hanno tolto] e …..pronti e via si inizia a mettere i piedi nel mondo reale, con il pensiero volto al report digitale mattutino che riporta sin dalle prime luci del mattino l’interconnessione real-digital life.

Colazioni saltate, zaini fatti alla rinfusa, vestiti non trovati, confusione, disarmonia paradossalmente hanno invaso le nostre case dopo l’avvento della tecnologia, che invece dovrebbero aiutarci a vivere meglio, ed incrementare la qualità delle nostre vite.

Tanti Buongiorno e Buonanotte che si leggono e che non si sentono e che nella rincorsa delle cose da fare e da sistemare per inseguire la puntalità dell’inizio delle proprie attività, siano esse l’ingresso a scuola, o l’entrata in ufficio, non si scambiano i famiglia, perché non si ha tempo per farlo, o ci si è ammutoliti leggendo un commento cattivo su facebook che mi riguarda e di cui non riesco a parlare con i miei, o perché sono talmente stanco che non riesco a mettere i piedi per terra dato che ieri sera ho controllato se Mario o Ilaria erano online.

Nel web invece è tutto ordinato, tutto conosciuto e facilmente reperibile, tutto funzionale e allora meglio rifugiarsi in questo luogo, paese dei balocchi, colorato in cui la tazzina del caffè fumante mi arriva sotto forma di immagine con sottofondo colorato ma non è la stessa cosa perché poi non si può rimanere solo online ma bisogna partire e vivere davvero, confrontarsi davvero e guardarci negli occhi davvero, cercando di evitare che il controllo, la ricerca, e l’attesa delle informazioni dal totem comunicativo del web cancelli o faccia vacillare il nostro passo nella vita reale.

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Il buongiorno si vede dal mattino, e nei rituali familiari i si fonda anche e soprattutto l’uso della tecnologia. Sveglie diverse, caffè fumanti, colazioni in cui ci si incontra assonanti e speranzosi di prendere per mano la giornata e baci della buonanotte, contorniati fin da piccolissimi di momenti di scambio di coccole, e lettura di fiabe.

Sembra strano ma è scientificamente provato, la corretta educazione digitale inizia da qui, dai rituali familiari che cementano la base sicura reale, che scannerizzata e riproposta nel digitale evita la formazione di icerberg mediatici e/o il loro evitamento.

Provare per credere: sorrisi, parole, sguardi, musica e armonia e la sveglia digitale ci servirà per godere di momenti insieme prima di mettere le nostre impronte nel mondo.

 Il Buongiorno si vede dal mattino:

iniziamo bene la giornata con l’insegnamento dei più piccoli che preferiranno una mamma allegra e gioiosa ad un app digitale.

BUON CAFFE DELLA PEPPINA

 

Il caffè della Peppina
Non si beve alla mattina
Né col latte, né col thè
Ma perché, perché, perché

La Peppina fa il caffè
Fa il caffè con la cioccolata
Poi ci mette la marmellata
Mezzo chilo di cipolle
Quattro o cinque caramelle
Sette ali di farfalle
E poi dice: «Che caffè!»

Il caffè della Peppina
Non si beve alla mattina
Né col latte, né col thè
Ma perché, perché, perché

La Peppina fa il caffè
Fa il caffè col rosmarino
Mette qualche formaggino
Una zampa di tacchino
Una penna di pulcino
Cinque sacchi di farina
E poi dice: «Che caffè!»

Il caffè della Peppina
Non si beve alla mattina
Né col latte, né col thè
Ma perché, perché, perché

La Peppina fa il caffè
Fa il caffè con pepe e sale
L’aglio no,

 

 

© Riproduzione Vietata

 

L'autore.
Psicologa, specialista in Psicologia clinica, Phd in Psicologia Dinamica e Clinica - collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza - Università di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP (Società Italiana di Ricerca, Clinica e Intervento sulla Perinatalità). È docente al Master biennale di II livello sul Family Home Visiting presso la Sapienza e dell’ Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica di Roma. È autrice di numerose pubblicazioni e articoli scientifici. Tra le sue pubblicazioni recenti: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (Tambelli, Volpi, 2015) e «Genitori Digitali» (Volpi, 2017). Per informazioni scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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