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Lo tsunami virtuale che ci ha colpiti in seguito alla rivoluzione digitale ha stravolto il nostro concetto di SPAZIO e di TEMPO, coordinate ben strutturate e definite nelle peregrinazioni di ciascun vivere quotidiano, conquiste adulte e sperimentazioni formative infantili.

Nel Web lo SPAZIO si allarga e si espande oltre i confini, siamo TUTTI connessi in un eterno presente in cui il segno del passato, vuoi che sia rappresentato da foto, like, post, video, ci torna sempre indietro. Passato che rimbalza dalle pagine web che hanno una memoria indelebile, garanzia di efficienza computazionale, e che agiscono autonomamente, come nel caso di Facebook che sceglie per noi quando ricordare, come farlo e in quale forma ricostruire i segmenti delle nostre esistenze che nel fluire del tempo cambiano e mutano nel cineforum frenetico delle nostre vite.

Amici che si aggiungono, altri che si bloccano, altri ancora presenti virtualmente ma ancora non direttamente, altri ancora spiati, seguiti, stalkerati. In un tempo che corre veloce, lo SPAZIO coordinata di contenimento, confine-sicurezza per eccellenza, ne è uscito profondamente stravolto nella sua conformazione strutturale ed è diventato un LUOGO allargato, non definito, privo di confini e proprio questo, paradosso sul paradosso, difficile da contenersi e contenere.

Uno SPAZIO Web che non ha argini quindi, ma proprio per l’accezione intrinseca ad ogni spazio, più è VUOTO e più si cerca di riempirlo, di definirlo, di dargli un senso strutturale.

Ed ecco allora che ognuno a suo piacimento, ma sempre con l’occhio rivolto all’altro che ci suggerisce, ci indica i contenuti e gli andamenti di tendenza in cui predominano voci energiche, a volte rabbiose, che trasmettono sicurezza e potere, ha tentato e tenta di dare forma ad un luogo inizialmente indefinito e per questo ricco di potere attrattivo.

Voci forti, a volte estreme, altre provocatorie e massacranti, che si sono fatte strada tra voci più miti, più silenziose, più gentili per agire da contorno e confine e incasellare uno SPAZIO duttile e aleatorio per sua genesi costitutiva. SPAZIO che nel momento in cui si riempie di nostri contenuti, si conforma alle nostre preferenze, ai nostri desideri, ai nostri bisogni e alle nostre aspettative, dandoci a sua volta quella direttiva di CONFINE che nel vuoto iniziale poteva averci intimorito.

Si sa, l’indefinito, l’indefinibile, l’infinito, spaventa sempre perché ci riporta atavicamente al nostro timore del vuoto, della perdita, dell’assenza, del nulla, del non esserci.

Ecco allora che nello SPAZIO Web ci siamo, ci vogliamo essere, vogliamo lasciare il nostro segno, le nostre tracce, in preda forse al desiderio di poter finalmente sperimentare uno SPAZIO anche se virtuale [ma sappiamo ormai che il confine tra le due realtà è estremamente elastico e duttile], dove il nostro ESSERCI rimane tracciato per sempre.

Se da una parte infatti la raccomandazione di stare attenti a pubblicare ciò di cui ci si potrebbe pentire, nonché informazioni personali, video e foto in maniera anche compulsiva e poco elegante (perché l’eleganza nel web è una virtù estremamente velleitaria), per non parlare del monito agli adulti che dovrebbero essere esempio e guida per comportamenti virtuosi nel digitale viene ultimamente divulgato in incontri specifici sull’educazione alla digitalità, il lasciare un segno di sé sembra esserne uscito quasi indenne. L’istintivo gesto del lasciare la propria impronta indelebile nel Web per riempirlo di un contenuto proprio, a volte distintivo, più spesso uniformato alle influenze mediatiche (da qui il grande seguito che hanno gli influencer), potrebbe forse essere compreso proprio dalla tendenza inconsapevole di superare il vuoto, l’assenza, la perdita, la paura di non trovare e di non esserci più.

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È l’esserci infatti, piuttosto che il viversi, o scoprirsi, il conoscersi, il motto principale seguito dalle nuove generazioni e di rimbalzo dalle vecchie, che hanno cercato di superare anch’esse (e forse ancora di più nella considerazione del tempo che fugge), un eterno presente che nella permanenza di uno SPAZIO onnipresente rimane tale.

SPAZIO always present che comprime e accoglie dentro di sé, lo SPAZIO ormai più ristretto dell’ambiente in cui si è veramente, a volte travolgendolo in modo imperioso nel momento in cui quando si è al suo interno, a cena, ad una festa, tra amici si è dentro, si controlla, si segue con il touch screen il nuovo contenitore delle nostre vite.

Al di là della dipendenza, dello sviluppo di competenze e di sperimentare processi virtuosi dell’applicazione digitale come il sostegno e la ridefinizione dell’apprendimento che tiene conto dei nuovi modi di conoscere e di applicarsi, il nuovo modo di comunicare che si avvale della tecnologia deve essere ristrutturato tenendo in debita considerazione le caratteristiche psicologiche della personalità degli individui, vecchie coordinate che definiscono lo spazio vitale dell’esserci, di essere presenti a noi stessi e agli altri.

Forse quindi dovremmo FERMARCI UN ATTIMO a riflettere e comprendere che per rimanere aderenti alla realtà e non farci sorprendere dai paradossi dello SPAZIO virtuale. Il ME dovrebbe essere costituito nello scambio autentico del contatto reale, dal NOI che passa al TU, al ME, al TU, al LORO e ad un nuovo NOI e ad andare oltre l’illusione che dentro al WEB la realtà non può essere modificata, nella considerazione generale, forse cruda ma necessaria, che il TEMPO non si ferma e quando fuori non si è più l’essere dentro ha poco senso.

Accettazione di autenticità che riporta drasticamente al ME reale.

Spazio allargato che diventa ristretto nei gruppi chiusi, che fagocita lo spazio di vita, che disperde informazioni personali, riporta segreti, che non si controlla e ci controlla, che plasma ed è plasmato da nuovi modi di essere poco funzionali all’esserci e al viversi.

SPAZIO che va ridefinito e contenuto dai solidi pilastri costruiti nel mondo reale per essere funzionale alla qualità del nostro vivere quotidiano.

FERMIAMOCI UN ATTIMO:

assicuriamo spazi VERI alle nostre esistenze, spazi formali ma anche informali e ricreativi nelle scuole ad esempio per controbattere la tendenza a rifugiarsi in uno SPAZIO in cui tutto sembra apparentemente più facile, ma in realtà se non si alimenta il desiderio di viversi e di sperimentarsi nel contatto reale, ci si perde e ci si allontana nell’illusione di rimanerci sempre.

 

BUONO SPAZIO DI VITA!

 

 

 

 

L'autore.
Psicologa, specialista in Psicologia clinica, Phd in Psicologia Dinamica e Clinica - collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza - Università di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP (Società Italiana di Ricerca, Clinica e Intervento sulla Perinatalità). È docente al Master biennale di II livello sul Family Home Visiting presso la Sapienza e dell’ Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica di Roma. È autrice di numerose pubblicazioni e articoli scientifici. Tra le sue pubblicazioni recenti: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (Tambelli, Volpi, 2015) e «Genitori Digitali» (Volpi, 2017). Per informazioni scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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