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Dipendo 1a

Non faccio altro che pensare a lui, a quello che sta facendo, a quello che vuole dirmi, a come mi devo comportare per farlo felice. Ho sempre paura di sbagliare e che mi lasci per qualcosa che non ho capito, per una frase detta male, per un mio comportamento che lo ha fatto arrabbiare. A volte quando mi urla addosso o sparisce per giorni e giorni penso che me lo merito, che è colpa mia per non aver capito qualcosa, mentre altre, quando passano un po' di giorni di silenzio, comincio ad essere più razionale e a pensare che forse non è come dice lui. Poi però prevale la paura che non torni e allora faccio di tutto per cercarlo, per parlarci e chiedergli scusa. Fino all’ennesimo silenzio”.

Dietro ogni forma di dipendenza c’è sempre un vuoto, un silenzio a volte così profondo e assordante che la mente, nelle sue rocambolesche via di fuga si dirige verso altro.

Verso l’altro nel caso della dipendenza affettiva, verso una sostanza nel caso della droga, verso un uso compulsivo di un oggetto o di un’attività che porta lontano nella terra illusoria del non pensiero o almeno di non pensare a quel vuoto, quell’assenza, quel dolore.

Nel suo viaggio verso la distanza, nella stessa mente, vittima e carnefice delle sue stesse scelte, si crea il paradosso di fuggire da per arrivare ad essere intrappolata in una relazione malata, un uso patologico sine o con substantia, dove predomina l’oblazione del pensiero per sedarsi e sedare un tormento interiore che non si riesce a gestire, a tollerare e a vivere. Allora si preferisce rifugiarsi in altro, trovare un luogo protetto, impermeabile, in cui il dolore non può entrare o perlomeno viene censurato e lasciato fuori.

L’occhio attento ed empatico di un osservatore esterno, vuoi che sia un genitore, un insegnante, un compagno, un amico, può cogliere che dietro alla ricerca compulsiva di questa apparente ed illusoria  “bolla di spensieratezza”, si cela il bisogno primario di essere considerato, visto, ascoltato, compreso da un qualcuno che affettivamente non c’è, non c’è più, non c’è mai stato e, nella sostituzione mentale viene deformato in qualcos’altro o in qualcun altro che, beffa della mente, ci fa male e annulla il nostro sé.

Dipendo 1

La via di fuga allora corre il rischio di trasformarsi in una prigione mentale in cui, il paradosso dell’evasione prende la forma di catene invisibili che slegano l’oblazione del pensiero iniziale in tanti pensieri frammentati che hanno bisogno sempre più di vie di fuga e si trovano imprigionati nel labirinto mentale in cui si fuggono pensieri e si ritrovano pensieri che vengono deformati e ristrutturati in un pensare ad altro o fare altro che fa male e ci fa del male. 

Fermiamoci un attimo:

Se nessuno coglie questo circuito paradossale, se non impariamo ad ascoltare che dietro al dipendere da si fugge da un dolore interno che ci ha portato a scegliere, nel riconoscimento della mente di note sinfoniche già ascoltate e diffuse nel corso della propria traiettoria di sviluppo, allora corriamo il rischio di dare giudizi, colpe, accettazione di fatto che la dipendenza sia il frutto di una scelta consapevole che legittima la nostra impotenza e/o la nostra volontà di non far nulla per salvare quella persona.

È colpa sua se si fa trattare così, è colpa sua se ha dilapidato il suo patrimonio nel gioco, è colpa sua se si è ritirato dalla scuola e si è chiuso in casa a giocare. O ancora è colpa della droga, del digitale, del gioco.

La colpa se di colpa vogliamo parlare di colpa è di non aver colto che dietro alla ricerca di fuga c’era il desiderio di cercare l’altro ignaro del bisogno affettivo lanciato in quel momento.

Sempre di sguardi parliamo ed è da lì che dobbiamo ripartire per comprendere ed aiutare. 

Buona osservazione!

L'autore.
Psicologa, specialista in Psicologia clinica, Phd in Psicologia Dinamica e Clinica - collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza - Università di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP (Società Italiana di Ricerca, Clinica e Intervento sulla Perinatalità). È docente al Master biennale di II livello sul Family Home Visiting presso la Sapienza e dell’ Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica di Roma. È autrice di numerose pubblicazioni e articoli scientifici. Tra le sue pubblicazioni recenti: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (Tambelli, Volpi, 2015) e «Genitori Digitali» (Volpi, 2017). Per informazioni scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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