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Fermo immagine:
team di donne che lavorano in sinergia, in una musica di collaborazione in cui non traspare competizione, né invidia, né centrature narcisistiche, dove prevale il bene, quel buono, quell’odore di pane appena sfornato, simbolo di nutrimento e calore che solo le donne sanno dare, nell’umiltà del gesto del dare, del dono che permette di nutrirsi e di crescere. Questo il senso del buono che l’esperienza digitale nel piccolo paese di Montevago in Sicilia è riuscita a realizzare, nella giusta connessione che dal NOI viene trasmessa al LORO potenziale.

Oggi ai tempi della rivoluzione digitale la parola connessione è una delle parole più gettonate nella classifica delle parole dette in un tempo che corre veloce, che sviluppa, che struttura una vera e propria trasformazione antropologica che parte dall’uomo e arriva all’uomo con nuovi codici simbolici, gesti, comportamenti da comprendere e interpretare. 

Mi connetto ad internet, cerco la connessione, non c’è campo, non posso connettermi, non posso vedere se Alicia ha pubblicato le foto del matrimonio, né se Mario è online, e allora faccio di tutto per essere in rete. Preso da una crisi simil-isterica da assenza di connessione, cerco un posto dove finalmente il web possa prendermi e catturarmi, fedele servitore che assicura e sigilla la mia presenza in uno spazio virtuale, che si carica in modo proiettivo e, a volte idealizzato, della mia essenza reale. Solo allora finalmente mi placo ho tutto sotto controllo, sono connesso, siamo connessi in un NOI che però per funzionare nella giusta connessione necessita sempre di essersi attivato su dei legami umani in cui l’essenza reale delle persone fa da legante ad uno spazio in cui traspaiono valori, comunioni, obiettivi, condivisioni, in uno scambio di rete partecipata che parte dal contatto umano per poi espandersi in modo capillare nella società digitalmente connessa.

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L’imprinting umano è quello del contatto e del tatto, a partire dal dito del bambino che stringe la nostra mano e che noi conduciamo con forza nelle tante connessioni che incontrerà nel mondo e che cementerà nella sua memoria implicita il giusto riconoscimento dell’essere con l’altro che funziona e agisce anche in spazio e tempo in cui il wi-fi non è garantito.

Solo allora non si ha bisogno della rete per assicurare la presenza e/o la fedeltà dell’altro, solo allora la macchina perfettamente sincronica delle interazioni umane sembra agire senza bisogno di verifica e controllo e questo assunto vale nelle esperienze relazionali e in quelle in cui un gruppo di persone lavora insieme per produrre un qualcosa di valore da trasmettere agli altri per aiutarli ad agire in campi semiotici distinti. 

Il team della vita, come il team del produrre insieme, il team working, funziona bene quando le persone hanno la fortuna o l’opportunità di scegliersi, di riconoscersi, e soprattutto di unirsi in una forza lavoro produttiva in cui il singolo scompare per pervenire ad un NOI trainante che arriva ad un LORO potenziale e potenziante. LORO potenziale che se lo leggiamo nei termini di bambini e ragazzi che devono crescere nell’era digitale e che devono essere aiutati a riconoscere le giuste connessioni, ad attivare quel codice binario on-of che apre lo spazio virtuale protetto da quella consapevolezza e responsabilità generata da un processo educativo nel quale le giuste connessioni permetteranno di fare la differenza. 

Un team working, al quale TUTTI NOI siamo tenuti a partecipare, a garantire e a produrre, centrato sull’educazione digitale che permetta di ai ragazzi di saper discriminare il pulsante del giusto e dello sbagliato, del sicuro e del pericoloso, del formativo e del passivizzante.

Solo allora i circuiti digitali potranno funzionare da amplificatori di giuste connessioni in cui predomina il bene, il valore, la presenza partecipata e connettiva che cementa i legami a vantaggio di una presenza connettiva che isola e disperde il sé.

La rivoluzione digitale ci fornisce questa nuova opportunità di lavoro, di connetterci insieme, adulti consapevoli e responsabili, attenti osservatori delle dinamiche dello sviluppo, per aiutare i nostri figli, i nostri ragazzi, i nostri alunni ad attivare la giusta connessione nel mondo a partire dall’esempio virtuoso di esperienze collaborative dove il NOI ha prevalso sull’IO.

Fermiamoci un attimo:

Molte volte basterebbe partire dal buon senso, dall’osservazione di gesti che connettivamente ci appartengono e ci indicano la via da seguire.

La giusta connessione parte da qui e sono stati proprio i bambini ad indicarla: dita tese alla ricerca della stretta di mano del genitore che conduce e la lascia solo quando è sicuro che il bambino può connettersi da solo e agire in modo costruttivo sul suo disegno di vita.

BUONA CONNESSIONE!

L'autore.
Psicologa, specialista in Psicologia clinica, Phd in Psicologia Dinamica e Clinica - collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza - Università di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP (Società Italiana di Ricerca, Clinica e Intervento sulla Perinatalità). È docente al Master biennale di II livello sul Family Home Visiting presso la Sapienza e dell’ Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica di Roma. È autrice di numerose pubblicazioni e articoli scientifici. Tra le sue pubblicazioni recenti: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (Tambelli, Volpi, 2015) e «Genitori Digitali» (Volpi, 2017). Per informazioni scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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