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Mamma perché l’hai fatto? Non dirlo che lo hai fatto per me perché saresti ipocrita e se invece lo hai fatto per me hai sbagliato perché non si può rinunciare alla tua vita per il bene dei figli?
Bene dei figli poi, che bene è stato il mio se sono cresciuta con i litigi tra te e papà fino a notte fonda?
Davvero pensavi che non sentissi, che dormissi, ma caspita come facevo?

La violenza domestica, ancora oggi molto spesso rimane ermeticamente chiusa nella privacy delle abitazioni, in mura che sigillano un dentro da un fuori edulcorato, fatto di sorrisi, gentilezze, apparenze che agli occhi degli altri rendono quella famiglia speciale, unica, e soprattutto immune da agiti violenti che vengono celati e racchiusi in un silenzio assordante. Ma quando gli altri sono i propri figli, che sono cresciuti in un ambiente carico di tensione, di sorrisi strappati e di lacrime nascoste ai loro occhi, e che crescendo si fanno portavoce del fallimento della copertura che con tanto impegno si è cercato di costruire, allora tante donne crollano e tirano fuori finalmente il loro dolore.

Dolore, misto a liberazione nell’essere arrivate al traguardo tanto desiderato, nel poter finalmente dire mia figlia, mio figlio è cresciuto, non è più piccolo e finalmente può capire perché ho sopportato tanto, perché non ho affrontato, urlato, agito anche io e perché ora nell’essere fermata dal loro sguardo critico, sono costretta a fermarmi a pensare, a tracciare un tragico bilancio nel connubio tra le parole che mi hanno sempre accompagnata in questo percorso di costrizione/liberazione: protezione-silenzio, esplosione-rabbia.  Dolore che si carica delle accuse di chi si è cercato di proteggere e che una volta cresciuto lancia sassi di infrangibile violenza senza sapere chi e come colpire.

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Tra dolcezza e rabbia, vince la dolcezza, ma se dietro alla dolcezza e l’abbraccio c’è la paura, il timore, allora ci si dovrebbe fermare prima che negli occhi dei figli si riconosca lo stesso stato di allarme che ha alimentato il nostro silenzio, il nostro essere presenti-assenti in uno stato di congelamento emotivo in cui ci si annulla per mantenere la famiglia intatta o per salvaguardare la propria esistenza in un sepolcro di esistenza. I figli crescono e il tempo che scorre inesorabilmente permette di fare un bilancio, tra un prima, un dopo e un futuro segnato negli loro occhi che fanno da specchio ad un vissuto che forse si è creduto di essere in grado di nascondere e celare o che a volte non si è riusciti a nascondere.

Ci si illude per proteggere, per paura di affrontare, per timore delle minacce, delle ritorsioni, di non essere creduta, di essere abbandonata, di far vivere l’abbandono, di far crollare un ideale e di soffocare per mantenere quell’ideale che il tempo con molta probabilità porterà a sgretolarsi.

Nella ricerca spesso inconsapevole delle risposte dei tanti quesiti che alimentano la mente del bambino e che nell’aderire alla costruzione difensiva di un sistema familiare che copre e nasconde evita di fare domande ai grandi, sarà il bambino stesso ad elaborare uno schema interpretativo di vittima-carnefice che non perdona e non giustifica nessuno se non egli stesso depositario e testimone, a volte diretto altre indiretto, dell’incongruenza emotiva tra un dentro e un fuori a tratti visibilmente distinto.

Perché i bambini assorbono tutto, sanno distinguere se negli occhi della mamma o del papà c’è tristezza o gioia, lacrime o sorrisi, e anche se si cerca di proteggerli per il loro bene o di evitare il conflitto annullandosi in un fare compulsivo che toglie il fiato, loro sanno e da grandi potranno dire: mamma perché l’hai fatto? Perché non hai pensato a te e hai pensato a proteggere me? Ed ora a te chi ti protegge? L’unica risposta possibile allora è ammettere la propria debolezza nel non essere stata in grado almeno di dare spiegazioni all’inspiegabile della violenza domestica che ha bisogno di un ascolto e un supporto esterno per poter essere affrontata e forse il ricordare che gli occhi dei bambini vedono anche ciò che non si vorrebbe loro far vedere, può essere l’aggancio diretto per attivare in tempo quel processo di resilienza emotiva che tante donne pensano di non avere o di non aver mai avuto.

Fermiamoci un attimo: non si protegge nascondendo ma forse cercando di trovare le parole giuste per affrontare l’inspiegabile anche e soprattutto agli occhi dei figli prima che siano loro stessi a chiedere: perchè?

L'autore.
Psicologa, specialista in Psicologia clinica, Phd in Psicologia Dinamica e Clinica - collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza - Università di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP (Società Italiana di Ricerca, Clinica e Intervento sulla Perinatalità). È docente al Master biennale di II livello sul Family Home Visiting presso la Sapienza e dell’ Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica di Roma. È autrice di numerose pubblicazioni e articoli scientifici. Tra le sue pubblicazioni recenti: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (Tambelli, Volpi, 2015) e «Genitori Digitali» (Volpi, 2017). Per informazioni scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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