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Oggi più che mai la mente ha bisogno di silenzio, dell’ascolto diretto di sé stessa senza lasciarsi inficiare da pensieri altrui, da suggestioni, da commenti che entrano nel nostro armamentario cognitivo senza averne consapevolezza.

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C’è la consapevolezza del ritmo frenetico, del passare da un’informazione all’altra, del cercare di essere produttivi nel minor tempo possibile a scapito di una qualità temporale che fino ad oggi ha rappresentato il nostro miglior alleato per generare conoscenza, insight, creatività.

Tutto scorre veloce nell’era digitale, e in questa velocità si è perso il valore del silenzio, di quel silenzio interiore volto alla ricerca del sé, in cui l’aggancio comunicativo con la vita ci permette di tracciare il filo dorato di ciò che siamo, di ciò che eravamo, di ciò che abbiamo bisogno e nel contempo di ciò che siamo, che rappresentiamo, che doniamo all’altro.

Si velocizza tutto in una sorta di story telling digitale teso al plauso esterno piuttosto che all’ascolto interiore di una narrazione autobiografica in cui si riavvolge il gomitolo della nostro essere al mondo.  Mi racconto, perdo parole, aggiungo immagini e dirigo lo sguardo al consenso che raggiungo, ai commenti, ai like. A volte mi riconosco nell’immagine che torna indietro di me, altre mi confondo e mi perdo in una spirale estenuante di me-altro.

Sono digitale, tecnologicamente orientato, ma in realtà faccio nulla di nuovo se non ripetere, in modo sorprendentemente simile, i primi passi di conoscenza di me stesso. Specchio digitale che ripercorre l’azione istintiva del bambino di essere visto, osservato, e rispecchiato dagli occhi della madre, in un dialogo comunicativo fatto di gesti, di incontri affettivi, di sintonia, di poche parole. 

Silenzio che rispecchia incontro e che rimanda la dignità e il valore del silenzio.   

Specchio digitale che non è lo sguardo affettivo del genitore e che rimanda confusione, paura della solitudine, ricerca di voci e sguardi che allontanano dal vero sé, se non debitamente strutturato. 

Velocità digitale, siamo sempre connessi, desiderosi di cercare informazioni che il più delle volte cestiniamo, di vedere alias controllare, di renderci visibili, di lasciare la nostra impronta nel suolo digitale per non essere dimenticati e per contribuire a dare la nostra voce al coro digitale. 

Velocità digitale che mi impedisce di fermarmi, di sospendere l’attimo e riflettere, in un rimbalzo di immagini, voci, commenti, accelerazioni, mi fornisce in modo repentino, scevro da riflessività, l’illusione di allontanare la solitudine e il silenzio ad essa connesso.

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Più corro veloce e più non vengo colpito dal fantasma della solitudine anche perché oggi, gli strumenti digitali ci permettono di avere un valido supporto per allontanarla, per rifugiarci in un mondo così tanto popolato che il nostro habitat naturale, il nostro vicinato, la nostra periferia, il nostro bar sotto casa, ci sembrano piccolissimi e poverissimi di informazioni. Molto meglio il grande villaggio globale dove posso trovare tutto, subito, senza dovermi sforzare più di tanto, e soprattutto dove il silenzio mentale, la paura del vuoto, l’emergere delle mie paure, dei miei timori, delle mie ansie viene delegata alla tastiera che diventa la spugna assorbente del mio voler andare fuori di me, del mio non pensare e non al centro di me. 

Più mi allontano nelle peregrinazioni mediatiche, più perdo la centratura su di me, sul mio assetto mentale che ha bisogno del qui ed ora relazionale, dell’abbraccio reale, dello sguardo sullo sguardo, di un silenzio fatto di incontri e riconoscimenti epidermici, che riempie il vuoto di parole, di ricordi, di immagini veritiere che nulla hanno a confronto con il rumore mediatico di video, di selfie, di confusione mediatica che toglie brio e brillantezza al ritiro solipsistico mentale. 

Nell’incontro reale con l’altro che si prende cura di me, la via implicita persiste e nel tempo solca circuiti cerebrali di imprinting veritieri in cui lo stare fermo, porta dritto a cuore affettivo del sé, carico di dialoghi intrapsichici e relazionali, che non fanno temere il poco rumore, in quanto ci riconnetteranno con la parte affettiva del nostro sé plasmato nell’amore e nella considerazione dell’altro. 

Il silenzio allora non è solitudine ma incontro e quando invece nella solitudine non incontriamo l’altro, ne abbiamo timore e la evitiamo, cerchiamo di non cadere nella trappola della mediazione affettiva della velocità digitale che nasconde e esacerba alla lunga solitudini più profonde e ancora più difficile da gestire ed affrontare.

In tal caso dal silenzio emerge un bisogno affettivo che deve essere riparato da incontri e abbracci reali. 

Buone vacanze e buon ascolto del vostro silenzio interiore!

 

L'autore.
Psicologa, specialista in Psicologia clinica, Phd in Psicologia Dinamica e Clinica - collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza - Università di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP (Società Italiana di Ricerca, Clinica e Intervento sulla Perinatalità). È docente al Master biennale di II livello sul Family Home Visiting presso la Sapienza e dell’ Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica di Roma. È autrice di numerose pubblicazioni e articoli scientifici. Tra le sue pubblicazioni recenti: «Gli adolescenti e la rete» (Carocci, 2014) e per il Mulino «Family Home Visiting» (Tambelli, Volpi, 2015) e «Genitori Digitali» (Volpi, 2017). Per informazioni scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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A tutti i lettori, auguriamo buone vacanze!

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