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La questione della sicurezza stradale resta drammaticamente attuale nel nostro paese. I giovani tra i 18 e i 29 anni rappresentano una delle fasce più colpite, sono sia vittime che autori di molti degli incidenti più gravi. L’alcol e le sostanze continuano a essere uno dei principali fattori di rischio. Molto meno indagato, però, è un fenomeno che non compare nei controlli con etilometro ma che può avere conseguenze altrettanto pericolose: mettersi alla guida la mattina dopo aver bevuto, quando l’alcol nel sangue è rientrato nei limiti ma persistono i sintomi della sbornia.

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Il rischio non finisce quando il tasso alcolemico torna sotto 0,5 g/l: può continuare sotto forma di stanchezza, mal di testa, rallentamento dei riflessi e difficoltà di concentrazione.

È p su questo aspetto che si concentra lo studio Exploring the predictors and experiences of hangover driving in young adults, pubblicato nel Journal of Safety Research e condotto da Michelle Nicolls e Lisa Buckley della University of the Sunshine Coast.

La ricerca, articolata in due studi complementari, esplora un comportamento tanto diffuso quanto sottovalutato: la guida in stato di postumi da alcol (hangover driving) tra i giovani adulti.

Quando la sbornia guida al posto nostro

La letteratura scientifica aveva già dimostrato che la sbornia non è solo un fastidio passeggero. I sintomi tipici — sete intensa, disidratazione, mal di testa, nausea, affaticamento — si accompagnano a un deterioramento delle funzioni cognitive: memoria a breve e lungo termine, attenzione sostenuta, velocità psicomotoria. In simulatori di guida, chi è in stato di hangover mostra maggiori deviazioni dalla corsia, tempi di reazione più lenti, oscillazioni nella velocità e maggiore difficoltà nel mantenere il controllo del veicolo.

In altre parole, anche senza superare i limiti legali di alcolemia, il conducente può essere oggettivamente meno sicuro.

Se questo vale per tutti, il problema diventa ancora più delicato nel caso dei giovani. Numerosi studi indicano che gli under 25 sperimentano postumi più frequenti e più intensi rispetto agli adulti più maturi. A ciò si aggiunge un dato strutturale: minore esperienza di guida, maggiore esposizione a contesti sociali in cui il consumo di alcol è elevato e, talvolta, una percezione del rischio ancora in fase di consolidamento.

Primo studio: cosa pensano davvero i giovani?

Il primo segmento della ricerca ha coinvolto 23 giovani tra i 18 e i 23 anni, intervistati in profondità sulle loro esperienze di guida con postumi da alcol.

Dalle interviste emergono due grandi temi: consapevolezza e strategie, da un lato; giustificazione, dall’altro.

Molti partecipanti riconoscono che la sbornia influisce sulla loro capacità di concentrazione. Raccontano di “distrarsi di più”, di “non essere concentrati come al solito”, di sentirsi rallentati. Qualcuno ammette che il tempo di reazione potrebbe essere più lento in caso di frenata improvvisa. Tuttavia, quasi nessuno descrive esplicitamente il comportamento come pericoloso in senso oggettivo.

La percezione dell’effetto c’è, ma la percezione del rischio è sorprendentemente debole

Solo pochi dichiarano di modificare attivamente il proprio stile di guida quando sono in hangover: guidare più lentamente, essere più prudenti. Altri, invece, sostengono di non notare alcuna differenza significativa nelle proprie capacità. In alcuni casi emerge una sorta di automatismo: si guida “senza pensarci troppo”, quasi dimenticando che i sintomi potrebbero avere un impatto.

Interessante è anche l’insieme delle strategie dichiarate per evitare il problema: pianificare in anticipo, restare qualche ora in più prima di mettersi in viaggio, organizzare un passaggio alternativo se si prevede di bere molto. Tuttavia, queste strategie non sembrano sistematiche, ma episodiche.

Le giustificazioni: “Non è come guidare ubriachi”

Il secondo grande filone riguarda le giustificazioni. I giovani intervistati tendono a distinguere nettamente tra guida in stato di ebbrezza e guida con postumi. La prima è percepita come chiaramente pericolosa e socialmente inaccettabile; la seconda come una zona grigia.

Molti sostengono che “non è la stessa cosa”, perché l’alcol non è più in circolo nel sangue. Altri minimizzano in base alla distanza: “Era solo un tragitto di due minuti”, oppure richiamano la necessità pratica: “Dovevo tornare a casa”.

La brevità del tragitto e la necessità diventano argomenti di autoassoluzione.

Queste narrazioni rivelano una combinazione di percezione di controllo (“sono comunque in grado di guidare”) e riduzione del rischio percepito. È un meccanismo psicologico noto anche per altri comportamenti pericolosi: la convinzione che il pericolo riguardi soprattutto gli altri o situazioni estreme.

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Secondo studio: chi è più a rischio di guidare con i postumi?

Il secondo studio amplia lo sguardo con un questionario somministrato a 252 giovani tra i 18 e i 25 anni. I risultati sono sorprendenti: quasi la metà del campione (48%) ha dichiarato di aver guidato nell’ultimo anno mentre sperimentava almeno un sintomo di hangover.

Le analisi statistiche individuano alcuni fattori predittivi significativi. I maschi risultano quasi tre volte più propensi rispetto alle femmine a mettersi alla guida con i postumi. Anche chi possiede una patente “definitiva” (non più soggetta alle restrizioni dei neopatentati) mostra una maggiore probabilità rispetto a chi ha una patente provvisoria.

Vivendo in aree non metropolitane, inoltre, la probabilità aumenta. In contesti meno urbanizzati possono incidere minori alternative di trasporto pubblico, minore percezione di controlli e strade percepite come meno trafficate.

Infine, due elementi legati all’esperienza personale con l’alcol risultano decisivi: aver sperimentato numerosi sintomi di hangover nell’ultimo anno e aver avuto almeno un episodio di sbornia nel mese precedente. Più frequenti sono i postumi, maggiore è la probabilità di guidare in quelle condizioni.

Un rischio sottovalutato anche culturalmente

Lo studio suggerisce che la guida con i postumi sia un comportamento relativamente normalizzato tra i giovani. Non è percepito come una violazione grave, né come un comportamento stigmatizzato al pari della guida in stato di ebbrezza.

Eppure, i dati sulle funzioni cognitive sono chiari: attenzione, memoria e velocità di risposta possono essere compromesse. In un contesto come quello italiano, dove gli incidenti stradali rappresentano ancora una delle principali cause di morte tra i giovani adulti, ignorare questo aspetto significa lasciare scoperta una zona critica della prevenzione.

Il paradosso è evidente: si teme l’etilometro, ma non si teme la stanchezza, la disidratazione e il rallentamento dei riflessi.

Questo scarto tra legalità e sicurezza reale merita attenzione. Le campagne di sensibilizzazione, finora concentrate giustamente sulla guida in stato di ebbrezza, potrebbero integrare un messaggio più ampio: non basta “essere sotto il limite”, occorre essere nelle condizioni psicofisiche adeguate.

Implicazioni per la prevenzione

Le autrici sottolineano che una maggiore consapevolezza del rischio potrebbe essere uno strumento chiave di prevenzione. Studi precedenti mostrano che una percezione elevata del pericolo è associata a comportamenti di guida più prudenti.

Nel caso dell’hangover driving, invece, la percezione appare attenuata. Interventi educativi mirati potrebbero lavorare su tre fronti: chiarire gli effetti cognitivi dei postumi, smontare le giustificazioni più comuni (come la brevità del tragitto) e promuovere strategie preventive concrete, come pianificare il rientro prima di bere.

In Italia, dove il dibattito pubblico è spesso centrato sul rispetto dei limiti di alcolemia, potrebbe essere utile ampliare la prospettiva. La sicurezza stradale non dipende solo dal numero indicato sull’etilometro, ma dallo stato complessivo del conducente.

Oltre la norma, verso una cultura della responsabilità

La ricerca di Nicolls e Buckley apre una finestra su un comportamento poco visibile ma potenzialmente rilevante per la sicurezza stradale. Pur essendo stata condotta in Australia, le dinamiche psicologiche e sociali individuate appaiono facilmente trasferibili al contesto europeo e italiano.

In un Paese dove ogni fine settimana si contano giovani vittime della strada, riflettere su ciò che accade “il giorno dopo” può fare la differenza. La vera sfida non è solo impedire di guidare ubriachi, ma evitare di guidare quando non si è davvero in condizioni di farlo.

Riferimento bibliografico

Nicolls, M., & Buckley, L.
Exploring the predictors and experiences
of hangover driving in young adults
.
Journal of Safety Research (2026).