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Non so se si può dire. Alla prova dei fatti la didattica a distanza (per i congiunti, DAD) mi si è mostrata con pregi imprevedibili.

Ha reso più evidente quello che nel bene e nel male già sapevamo della scuola, ha portato in luce altro che prima stava sullo sfondo. Mi fa pensare a un’opera di Escher dove a un primo sguardo vedi solo gli uccelli ma tra loro stanno i pesci, te ne accorgi e provi a concentrarti sui pesci ma perdi di vista gli uccelli… o viceversa, ma il difficile è vederli entrambi, contemporaneamente.

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Di alcuni limiti della didattica a distanza hanno scritto in molti. Mi permetto di saltare il tema diseguaglianze, impegno dei docenti… già detto, ragiono come se tutto funzionasse per concentrarmi sui pregi e farlo fuori da ogni classifica meglio-peggio, come contributo alla lettura di una realtà complessa che in qualche misura probabilmente ci accompagnerà.

Uno spicchio di bellezza dipende dall’avere iniziato con la DAD quando già studenti e docenti si erano frequentati in carne e ossa, dunque non si trattava di iniziare una relazione ma di alimentarla. Ritrovarsi online è una soluzione emergenziale, in una fase drammatica, venata di nostalgia e desiderio per le lezioni – e la vita – in presenza.

Tanti bravi docenti hanno osservato, anche negli allievi ritenuti poco motivati, ogni sforzo per essere presenti. Dopo l’ebbrezza iniziale per la vacanza inattesa, mentre acquisivano consapevolezza sulla malattia, la scuola a distanza sta rappresentando per i ragazzi quel basso continuo che sorregge l’identità e non disperde relazioni e routine essenziali.

Nei racconti di amici e amiche insegnanti rintraccio vantaggi specifici, dati proprio dal fatto di vedersi attraverso uno schermo. Più di prima i bambini, i ragazzi si sentono guardati. Se è vero che “ognuno cresce solo se sognato”, non è una cosetta da poco. Anche prima l’insegnante era in mezzo agli allievi ma non è detto che loro si sentissero oggetto di attenzione, o in momenti strategici facevano di tutto per evitarlo trafficando sotto il banco e via inventando. In videoconferenza, se la telecamera funziona, vedono la propri faccia insieme a quelle degli altri e del prof, si guardano, sanno di essere guardati. In alcune piattaforme il volto di chi ha la parola si sposta, ingrandito, al centro dello schermo, impossibile sottrarsi all’attenzione. E se poi c’è un dispositivo per prenotare l’intervento si parla a turno e non sovrapposti, il che toglie naturalezza ma aggiunge possibilità, mentre – più o meno, ma era così anche prima – gli altri ascoltano. Con l’aggiunta che mettersi in coda è uguale per gli spocchiosi, gli esuberanti e i timidi, ed è più difficile che i soliti due o tre riescano a monopolizzare la lezione.

Con la didattica a distanza ci si vede da casa, l’insegnante entra nell’intimità dei ragazzi e loro nella sua. Si inquadrano tinelli e camerette, genitori, gatti, fratelli piccoli. Qualcuno si presenta in pigiama: provocazione, imbarazzo o un modo per dire sinceramente qualcosa di sé? Dipende, probabilmente, da come è costruita la scena e dal rapporto preesistente, il problema per me è quando gli insegnanti optano a priori per la mancanza di rispetto, senza farsi domande su quello che i ragazzi stanno dicendo di sé. Mi raccontano lezioni di scuola superiore che sanno di maternage, ma quanto possono far bene a adolescenti spiazzati dall’imprevisto! Dicono a ognuno: m’importa di te, perciò non mi disturba la tua sorellina che ci vuole salutare, la mamma o il papà che passa in fretta dietro le tue spalle. La scuola è a distanza ma si è avvicinata alla casa e alla vita degli allievi.

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A loro volta i ragazzi sono ingordi di notizie sugli insegnanti. “Sa prof, abbiamo letto tutti i preferiti che ha sul desktop”. Gli studenti sono curiosi, i professori si svalutano inutilmente quando pensano di essere irrilevanti.

Faccio un passo in più. Con la DAD si entra in casa cioè nelle case, che sono tutte diverse. Le diseguaglianze c’erano anche prima ma adesso si vedono meglio. Un conto è sapere che da Giovanni si vive in tanti in una casa inadatta, un altro è vedere che cosa significa per Giovanni studiare in una stanza piccola dove sono sempre presenti tre fratelli, una nonna e un genitore a turno. Se in aula poteva sembrare equità trattare tutti allo stesso modo, può darsi che entrando nelle case equità diventi porre obiettivi alti ma non disgiunti dalla vita e dalla storia dei ragazzi. Un’altra amica e ottima insegnante mi racconta di come raggiunge i più sfuggenti con telefonate mirate, per te che hai la maturità e non sai come prepararla, per te che non hai ancora il tablet e hai paura di essere tagliato fuori. Non dico che date le condizioni contrattuali ecc. il mestiere dell’insegnante debba essere questo – è sforare qualsiasi orario di servizio, davvero – ma è quanto tanti docenti stanno facendo, non per oblazione ma perché intendono così la loro professione.

Poi succedono piccoli fatti straordinari. A fine aprile alcuni quotidiani (es. Repubblica Milano) hanno raccontato di una maestra che ha allertato le forze dell’ordine perché, durante la lezione in terza elementare, ha sentito che nella casa di un alunno il papà maltrattava la mamma. Il bimbo non ha spento il microfono, sarebbe bello sapere se per scelta o per caso, e dispiace per lo spavento dei compagni, ma è fantastico che l’insegnante non abbia perso tempo. Episodio a lieto fine con arresto in flagranza dell’uomo che, peraltro, era già stato denunciato in passato dalla signora ma per qualche ragione a noi sconosciuta (denuncia ritirata da lei, lungaggini della giustizia, tenuità dei fatti precedenti…) non era stato allontanato.

Ma io insisto, insisto sulla relazione e non penso realmente alla didattica! Tanti bravi insegnanti sono stati scippati di ciò che nel tempo avevano costruito in termini di attività laboratoriali, apprendimento cooperativo, sottogruppi, coralità. È una perdita molto seria. Non questo, ma altro in rete si può e si potrà fare, via via che ci si addestra, perché la lezione non sia necessariamente frontale o la comunicazione radiale, dal centro (insegnante) ai punti della circonferenza (gli alunni) attraverso i raggi, appunto. Intanto hanno iniziato davvero, adulti e ragazzi insieme, a utilizzare la rete con competenza crescente. Si è scoperto che i nativi digitali possono essere imbranati come i loro genitori se si tratta di cercare, di selezionare e scartare, verificare fonti e cercarne altre. Fare ricerca, approfondire nel web sterminato, visionare incontri con autori, letture, spettacoli o film e poi discuterli assieme potrebbe diventare più semplice. Altri suggerimenti utili si trovano in questo articolo di Stefano Stefanel.

Certo, i bravi docenti non possono farlo ignorando ciò che i ragazzi stanno vivendo. In questi mesi è diverso insegnare a Bergamo o a Ferrara; avere allievi con genitori infermieri, impiegati o improvvisamente disoccupati qualche differenza la fa, ancor più perché entrando nelle case è più intenso il rapporto con le famiglie.

Abusando della pazienza vorrei dare la parola ad un’altra brava insegnante ferrarese, Emanuela Cavicchi, che mi è cara per come fa scuola e per come scrive di scuola. Questo brano, tratto da un post più ampio comparso sul suo profilo Facebook, è luminoso.

10 giorni di ridicoli tutorial, videocall con studenti e famiglie in tutte le lingue conosciute e a gesti, recuperare credenziali, fare assistenza telefonica che neanche in un call-center, per far capire loro come fare queste videolezioni e tutto il resto. E adesso ci siamo (…).
La pezza che ci stiamo mettendo, ed ognuno cuce la sua con quello che trova a disposizione, non riguarda quanto siamo bravi noi docenti a fare la scuola a distanza, quanto è figo usare le nuove tecnologie e strumenti digitali, quanto siamo performanti a fare video, tutorial, produrre materiale da caricare, continuare a mettere voti, non perdere l’anno…
Molti di noi ormai sono connessi ore e ore per partorire un topolino, dovremmo esserne ben coscienti ed evitare il narcisismo autoreferenziale. Non lo si fa, o non lo si dovrebbe fare, per il programma o per la nostra coscienza, ma perché non li vogliamo mollare. Niente sentimentalismi, non c’è una ragione più professionale di questa. Il punto non è perdere l’anno o perdere tempo, 
il punto è non perdere loro, non perderci noi stessi, non lasciare solo nessuno.
Se l’approccio alla scuola è socializzante e relazionale, allora funziona anche a distanza, pur zoppicante. E non funziona se dobbiamo dibattere delle ore sul mettere dei voti e quali voti a foto sfocate e monche di compiti rovesciati. Funziona se le riceviamo, quelle foto sfocate e monche, perché intanto ci stanno provando, e sono entrati in contatto con noi. Funziona quando Julia ci mostra la sorellina in braccio che vuole salutarci, Diana ci presenta il suo gatto, Andrea e sua mamma ci sorridono, seduti vicini, e si scherza sul ciuffo anti-gravità di Samir. Noi non perdiamo loro, loro non ci fanno perdere.
Tutto il resto è noia, ma veramente.
p.s. Carlo Magno poi l’abbiamo fatto. Anche l’Iliade. Per vostra conoscenza, sappiate che la guerra di Troia è durata 3220 anni. Non hanno tutti i torti, visto che se ne parla ancora.
p.p.s. Naturalmente questi non sono i veri nomi delle mie alunne e dei miei alunni.


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.