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Viene sollevata periodicamente la questione delle scarse capacità di scrittura della media degli studenti italiani, in riferimento non solo ai più giovani ma anche agli universitari. Qualche anno fa seicento docenti universitari hanno sottolineato la questione delle competenze di scrittura degli studenti italiani auspicando un intervento governativo. La diffusione dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale ripropone oggi il problema da una prospettiva inedita.

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Scrivere tuttavia può essere difficile, un misto di fatica e monotonia. Non stupisce quindi che molti studenti si lascino sedurre dall’attrattiva di ChatGPT, capace di produrre interi saggi in pochi secondi.

La facilità e immediatezza di utilizzo dell’intelligenza artificiale li libera dal rimandare un lavoro per non affrontare la fatica dell’impegno o dalle notti insonni pensando al compito in classe del giorno successivo, regalando magicamente più tempo per altre attività, che spesso però non vanno al di là dello scorrere le pagine dei social.

Nessuno però, è il dato di fatto, potrà mai diventare bravo nella scrittura se qualcun altro, tanto più una piattaforma di intelligenza artificiale, scrive al posto suo.

La vera domanda che si pongono gli studiosi che si stanno dedicando alla questione è se i chatbot possano trasformarsi in insegnanti o tutor di scrittura che gli studenti vogliano davvero consultare per migliorarsi, e non solo usare come scorciatoia.

Jennifer Meyer, professoressa associata all’Università di Vienna, studia da anni come i bot possano migliorare la scrittura degli studenti. In un recente intervento ha sostenuto che l’IA può essere utile, ma solo se usata con tempismo. Non conviene consultarla all’inizio del processo, dice. Meglio che gli studenti scrivano da soli una prima bozza: è lì che l’IA può dare il massimo, con feedback mirati ai bisogni specifici.

In un esperimento del 2024, la professoressa Meyer ha fatto scrivere un saggio in inglese a 200 liceali tedeschi. Alcuni hanno ricevuto un feedback dall’IA, altri no. I primi hanno rivisto i loro testi in modo più efficace e hanno dichiarato di sentirsi più motivati a riscrivere.

Senza revisioni, sottolinea la Meyer, non si diventa scrittori migliori. Tuttavia, un solo intervento non basta: quando gli studenti hanno affrontato un nuovo argomento, non si sono visti miglioramenti rispetto a chi non aveva mai usato l’IA.

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Uno studio del MIT, molto conosciuto, ha mostrato un’altra sfaccettatura: scrivere senza aiuti digitali stimola di più il cervello rispetto a usare l’IA o anche solo Google.

Tuttavia, quando gli studenti hanno usato ChatGPT in un secondo momento, per migliorare i testi già scritti, l’attività cerebrale è aumentata. Sembra dunque che il punto positivo sia usare l’IA dopo la prima stesura.

La professoressa Meyer si dice preoccupata per i giovani o i ragazzi molto deboli nella scrittura: introdurre troppo presto questi strumenti potrebbe essere dannoso. E avverte: chiedere a ChatGPT di scrivere un saggio da consegnare così com’è significa barare e non imparare nulla. Ma se si usa questa risorsa per analizzare lo scritto — per capire struttura, vocabolario, costruzione delle frasi — allora questo può diventare un buon esercizio.

L’importante è che ci sia sforzo cognitivo e pensiero critico.

Un altro aspetto riguarda gli elogi. ChatGPT tende a esagerare con i complimenti, che rischiano di frenare la motivazione a riscrivere. Per questo, nei suoi esperimenti, la Meyer ha chiesto al bot di saltare i complimenti e andare subito al sodo con critiche costruttive.

Sorprendentemente, il feedback senza lodi ha funzionato meglio: gli studenti hanno rivisto di più e con più attenzione i loro saggi.

Alla fine, la questione sembra potersi così riassumere: anche se un domani i chatbot diventeranno eccellenti coach di scrittura, gli studenti avranno la volontà di rinunciare a una scorciatoia comoda come un saggio pronto in pochi secondi? La natura umana, conclude la professoressa Meyer, dice di no.


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