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In Italia l’abbandono precoce dei percorsi formativi o il permanere nel sistema scolastico senza però acquisire competenze essenziali, con bocciature e difficoltà — quello che viene riassunto con l’espressione “dispersione scolastica”  —  è ancora un problema che incide sul destino di molti giovani, comportando il rischio di difficoltà nel trovare lavoro, devianza, esclusione sociale.

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Oltre ai ragazzi che non proseguono o completano gli studi, già alla fine della scuola primaria emerge un fenomeno di fragilità negli apprendimenti. Uno scenario che rende urgente una riflessione sul modo con cui il sistema scolastico affronta la disaffezione allo studio, i disturbi di apprendimento e la mancata frequenza, che vanno ridotti non tanto con la “punizione” quanto con la relazione coinvolgente e il sostegno.

Quando uno studente mostra comportamento insofferente, discontinuità nello studio o assenze ripetute non giustificate, la reazione istintiva della scuola può essere quella di isolarlo, marginalizzarlo, non considerarlo più parte attiva del gruppo.

La logica sottostante è pragmatica: si tutela l’ambiente d’apprendimento dei compagni, gli insegnanti e il regolare svolgimento delle lezioni. Ma questo approccio non indaga le ragioni profonde del disagio, e finisce per trattare quello studente come un problema da allontanare.

Il bisogno del singolo passa in secondo piano, ma i danni che derivano da questa marginalizzazione possono essere profondi e duraturi. Le difficoltà comportamentali, il calo improvviso nel rendimento, le assenze ricorrenti non nascono dal nulla: sono manifestazioni di un disagio che va ascoltato, che può derivare da tensioni familiari, fragilità emotive, problemi relazionali, mancanza di comprensione del contesto scolastico. E se la risposta è quella di escludere, i problemi si possono solo aggravare.

Quando un ragazzo non viene più considerato parte integrante della classe, la sua percezione di sé come “non appartenente” cresce, e di conseguenza diminuisce la sua fiducia nel valore dell’istruzione.

Le scuole che lo accolgono dopo un’espulsione spesso ospitano altri giovani già marginalizzati, rischiano di rappresentare solo una sorta di ghetto in cui i ragazzi non crescono, non imparano, non si predispongono al futuro ma semplicemente “galleggiano” in attesa di un titolo di studio che non li porterà da nessuna parte.

Sono ambienti che rinforzano il senso di marginalità anziché contrastarlo. La compromissione dell’identità scolastica apre la porta al totale disinteresse, alla ricerca di appartenenze esterne (di solito negative), a una deriva verso l’abbandono totale del sistema scolastico.

Non è un fenomeno equamente distribuito: l’esclusione scolastica colpisce più spesso studenti poveri, con disabilità, o provenienti da contesti fragili. Questi ragazzi subiscono più frequentemente la marginalizzazione, contribuendo alle diseguaglianze già presenti nel loro contesto di crescita.

Durante la delicata fase delle medie e il biennio delle superiori, molti processi di sviluppo — identità, relazioni con i pari, instabilità emotiva — si intrecciano con contesti scolastici non sempre attrezzati per contenerli.

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In questa fase, l’isolamento scolastico precoce aumenta il rischio che uno studente perda motivazione e senso di appartenenza, senza possibilità di recupero.

Un paradigma alternativo: dall’esclusione al rinforzo del legame scolastico

Sospendere o marginalizzare può sembrare una “pausa utile” per ripristinare ordine, di fronte a comportamenti contrari alle regole e indisciplinati ma spesso rende ancora più debole il filo che lega uno studente all’istituzione.

Le scuole rappresentano l’unico contesto in cui tutti i giovani sono accolti e risultano socialmente visibili: proprio per questo hanno un’enorme responsabilità e potenzialità per cogliere i segnali di difficoltà precoce su cui intervenire da un punto di vista educativo.

Una strategia diversa — che non significa semplicemente lasciar correre e non intervenire — punta a rafforzare il legame con ciascuno studente, ad offrire spazi di ascolto, mediazione, sostegno psicologico e relazionale.

Investire in figure di supporto (educatori, psicologi scolastici, mediatori), formare docenti a rilevare segnali precoci di disagio e sofferenza,  intervenire prima che la distanza diventi abisso, promuovere approcci inclusivi e personalizzati, mette al centro la costanza e il ricostruirsi della relazione, non l’allontanamento.

Marginalizzare uno studente perché “stia buono” e non disturbi il normale corso scolastico, è un potente incentivo alla sua disaffezione, l’esclusione è spesso l’inizio di una rottura, l’origine di comportamenti devianti, distruttivi e autodistruttivi.

Al contrario, accogliere il disagio senza cancellarlo, trattarlo come sintomo, non come colpa, trasmette dignità e può fare della scuola non un “luogo di selezione”, ma un presidio di comunità, come mostrano i migliori esempi e le migliori pratiche che sono state messe in atto per ripristinare e rinsaldare il contatto e l’interesse nei giovani apparentemente più difficili.


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