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Numeri e equazioni per molti studenti sono una “bestia nera”, sinonimo di fatica, oscurità, noia e perfino mancanza di senso o di utilità. Per sostenere la loro motivazione allo studio della matematica sono state elaborate diverse metodologie alternative di insegnamento. Una di queste, da poco esplorata, si fonda su una domanda posta da un gruppo di ricercatori particolarmente inventivi. Cosa succede se chiediamo agli studenti di scappare da una stanza virtuale per riscoprire il senso della matematica?

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Può sembrare un paradosso, eppure è proprio da questa intuizione che nasce uno studio recente che unisce psicologia educativa, teoria della motivazione e videogiochi.

Il risultato è una ricerca rigorosa, ma anche una storia a suo modo affascinante su come si possa creare un rapporto positivo tra adolescenti e matematica, materia appunto vissuta spesso con distanza, ansia o disinteresse.

Al centro dello studio c’è un’idea semplice e potente: la motivazione non è un tratto fisso degli studenti, ma un processo che può essere coltivato. In particolare, sostengono i ricercatori, la motivazione dipende da due grandi fattori: quanto uno studente crede di poter avere successo e quanto considera importante, utile o interessante ciò che sta imparando.

Quando queste due dimensioni si rafforzano insieme, l’impegno cresce, la perseveranza aumenta e anche i risultati migliorano.

Perché la motivazione in matematica è un problema cruciale

Numerose ricerche mostrano che, con il passaggio alla scuola secondaria, la motivazione per la matematica tende a diminuire. Gli studenti iniziano a dubitare delle proprie capacità, percepiscono questa materia come astratta o lontana dalla vita reale e faticano a trovare un senso nello sforzo richiesto.

Questo calo di interesse non è solo emotivo: ha conseguenze concrete sull’apprendimento, sulle scelte scolastiche future e persino sulle opportunità professionali.

Secondo la teoria dell’aspettativa-valore, gli studenti si impegnano soprattutto quando pensano di poter riuscire e quando attribuiscono valore al compito. Se anche solo uno di questi elementi manca, la motivazione si indebolisce. Credere di “non essere portati per la matematica” o non vederne l’utilità equivale spesso a rinunciare in partenza.

È proprio qui che possono essere attivati i cosiddetti “interventi motivazionali”: attività progettate non per insegnare nuovi contenuti, ma per modificare il modo in cui gli studenti pensano alla disciplina, alle proprie capacità e al significato dell’apprendimento.

Un’escape room per cambiare mentalità

Lo studio ha coinvolto oltre cinquecento studenti del primo anno della scuola secondaria inferiore, suddivisi in un gruppo che ha partecipato all’intervento e in un gruppo di controllo. L’attività è stata realizzata sotto forma di un serious game, cioè un videogioco con finalità educative, strutturato come un’escape room online.

Gli studenti venivano immersi in una narrazione: dopo aver accettato di partecipare a un misterioso esperimento sul pensiero matematico, si ritrovavano chiusi in una clinica virtuale. Per uscire, dovevano esplorare le stanze, risolvere enigmi e completare attività. Ma, a differenza dei classici giochi di matematica, le sfide non riguardavano formule o calcoli. Piuttosto, chiedevano di riflettere su come funziona il cervello, sul ruolo dell’impegno, sull’utilità della matematica nella vita quotidiana e su come affrontare errori e difficoltà.

Il gioco combinava video, testi brevi, domande interattive e momenti di scrittura personale. Tutti gli studenti seguivano lo stesso percorso, ma potevano procedere con i propri tempi. In meno di un’ora, l’esperienza si concludeva, lasciando dietro di sé non un voto, ma una serie di stimoli cognitivi ed emotivi.

Mentalità di crescita e valore della matematica

Uno degli obiettivi principali dell’intervento era contrastare la cosiddetta “mentalità fissa”, l’idea secondo cui le capacità matematiche sarebbero innate e immutabili. Questa convinzione porta molti studenti a interpretare le difficoltà come prove di incapacità, invece che come occasioni di apprendimento.

Al contrario, una “mentalità di crescita” sostiene che le abilità possono svilupparsi con l’impegno e le strategie adeguate.

Accanto a questo aspetto, il gioco mirava a rafforzare diversi tipi di valore attribuiti alla matematica: il piacere di impararla, la sua utilità pratica e l’importanza personale di sentirsi competenti in questa materia.

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Non si tratta solo di convincere gli studenti che la matematica “serve”, ma di aiutarli a costruire un rapporto più ricco e meno difensivo con essa, spiegano i ricercatori.

I risultati mostrano che, dopo l’intervento, gli studenti hanno aumentato in modo significativo sia l’interesse intrinseco sia la percezione dell’utilità della matematica. Allo stesso tempo, le convinzioni legate alla mentalità fissa si sono ridotte più nettamente rispetto al gruppo che non aveva partecipato al gioco.

Non tutti gli studenti reagiscono allo stesso modo

Un aspetto particolarmente interessante dello studio riguarda le differenze individuali, spiegano gli autori. L’intervento non ha avuto effetti uniformi: ha funzionato meglio proprio per quegli studenti che partivano da livelli più bassi di motivazione o con convinzioni più rigide sulle proprie capacità. In altre parole, chi aveva più bisogno di un cambiamento è stato anche chi ne ha tratto maggiore beneficio.

Al contrario, fattori spesso ritenuti decisivi – come il genere o il livello iniziale di competenza matematica – non hanno influito sull’efficacia dell’intervento. Ragazze e ragazzi, studenti più forti e più deboli, hanno risposto in modo simile. Questo dato è particolarmente rilevante perché suggerisce che un approccio di questo tipo può essere inclusivo e adatto a contesti scolastici molto diversi.

È emerso invece che alcune caratteristiche personali, come la perseveranza, facilitano l’effetto del gioco. Gli studenti che tendono a non arrendersi di fronte alle difficoltà sembrano più pronti a integrare i messaggi dell’intervento. Anche una maggiore familiarità con i videogiochi ha mostrato un piccolo vantaggio, almeno per quanto riguarda il cambiamento di mentalità.

I limiti e le domande aperte

Non tutti gli obiettivi dell’intervento sono stati raggiunti. In particolare, non si sono osservati cambiamenti significativi nel valore attribuito alla matematica come parte dell’identità personale, né nella percezione dei “costi”, cioè dello sforzo emotivo e del sacrificio richiesto dallo studio. Questo suggerisce che alcune dimensioni della motivazione siano più resistenti al cambiamento e richiedano interventi più lunghi o più profondi.

Gli stessi autori sottolineano che la motivazione è un sistema complesso: intervenire su un aspetto può produrre effetti indiretti su altri, ma non tutto è modificabile con la stessa facilità. Un breve gioco può accendere una scintilla, ma non sostituire un percorso educativo continuo.

Un messaggio per la scuola

Al di là dei risultati specifici, questo studio offre un messaggio chiaro: è possibile progettare interventi brevi, sostenibili e basati su solide teorie scientifiche per migliorare il rapporto degli studenti con la matematica. L’uso di un serious game non è un semplice espediente ludico, ma un modo per catturare l’attenzione e favorire un coinvolgimento autentico.

In un’epoca in cui la scuola è chiamata a motivare studenti sempre più diversi, ripensare le modalità con cui parliamo di apprendimento, errore e impegno diventa fondamentale. La matematica, forse, non ha bisogno di essere semplificata, ma raccontata in modo diverso. E talvolta, per iniziare a capirla meglio, può essere utile provare a “scappare” da una stanza virtuale.

 

Riferimento bibliografico

Tanja Held, David W. Putwain, Tina Hascher.
A serious game-based social-psychological intervention to promote
mathematics motivation: Effects and individual differences
.
Contemporary Educational Psychology (2026).

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