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Chicago è tormentata da terribili livelli di violenza: migliaia di sparatorie e centinaia di omicidi ogni anno. Più di 500 persone sono state uccise nel 2018. Questa tragedia non può essere attribuita a mancanza di aggressività e determinazione da parte delle forze dell'ordine.

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Se le guerre contro la criminalità e la droga, militarizzazione della polizia, le condanne pesanti, la tortura dei sospettati, il monitoraggio e la sorveglianza perpetua delle comunità più povere e più colpite dalla criminalità, concorressero efficacemente nel mantenere le persone al sicuro, Chicago sarebbe una delle città più sicure del mondo.

È quello che sostiene un recente articolo del New York Times, che affronta la questione della diffusione della violenza nella società e delle politiche di contrasto, offrendo interessanti riflessioni sulla giustizia riparativa come via alternativa e efficace di lotta e contenimento della criminalità.

Nonostante il palese fallimento di strategie "rigorose" per spezzare i cicli di violenza in città come Chicago, i riformatori del sistema di giustizia penale statunitense negli ultimi anni hanno in gran parte evitato il tema della violenza, concentrando invece energie e risorse sulla revisione delle leggi sulla droga e nel ridurre le pene per i reati nonviolenti.

Non è difficile capire perché, sostiene l’articolista. Dopotutto, il crimine violento è stato utilizzato dai politici per decenni per razionalizzare la retorica della "durezza", le dichiarazioni di guerra al crimine, le severe sentenze minime e il boom della costruzione di carceri, come in nessun’altra parte al mondo.

Eppure, se la violenza non viene affrontata nelle comunità onestamente, coraggiosamente e con profonda compassione per le vittime sopravvissute - molte delle quali sono a loro volto autori di reato – non si aprirà mai un futuro differente per la società.

Il 54% delle persone attualmente detenute nelle carceri statunitensi è stato condannato per un crimine classificato come violento. Non verrà mai ridotta la popolazione carceraria senza affrontare l'unico problema che la maggior parte dei riformatori evita: la violenza.

Danielle Sered, autrice del libro “Fare i conti con la violenza”, attingendo alla sua esperienza di lavoro con centinaia di vittime e di autori di crimini violenti a Brooklyn e nel Bronx, spiega che la carcerazione non è solo uno strumento inadeguato; è spesso enormemente controproducente – lasciando le vittime e le loro comunità in una situazione peggiore.

Anche le vittime ne sono consapevoli. Questo è il motivo per cui il 90 percento delle vittime di reati violenti a New York, quando viene data loro la possibilità di scegliere se vogliono che la persona che li ha colpiti sia messo semplicemente in carcere o inserito in un processo giudiziario riparativo, che offra supporto alle vittime e le aiuti a decidere come i perpetratori di violenza possano riparare al danno che hanno fatto – scelgono quest’ultima soluzione, utilizzando i servizi offerti dall'organizzazione non profit della Sered, Common Justice.

L’organizzazione offre come programma di giustizia riparativa un processo di responsabilizzazione centrato sulle vittime, dando a coloro che sono stati direttamente interessati da atti di violenza, l'opportunità di definire la “riparazione” e, per le parti responsabili, di eseguire tale riparazione anziché andare in prigione.

"Le persone che scelgono di partecipare sono vittime di gravi crimini violenti - persone che sono state colpite con armi da fuoco, pugnalate o derubate - le quali decidono di avere risposte da chi li ha danneggiati, di essere ascoltate in un gruppo di giustizia riparativa, di concorrere a ideare un piano di responsabilità e ricevere un’assistenza completa in quanto vittime, piuttosto che il colpevole venga semplicemente inviato in prigione.

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Il novanta per cento è una percentuale sbalorditiva considerando tutto ciò che siamo di solito portati a credere che le vittime vogliano. Per anni è stato detto che le vittime della violenza vogliono solo che gli autori di reati violenti vengano rinchiusi e trattati duramente. È vero che alcuni desiderano vendetta o punizione, specialmente nell'immediato dopo il crimine.

La Sered afferma che la rabbia non è patologica e che il desiderio di vendetta non è biasimevole; entrambi sono normali e possono essere importanti per il processo di “guarigione”, proprio come il rifiuto e la rabbia sono normali stadi del dolore.

Tuttavia, sottolinea l’esperta, il numero di persone interessate solo alla vendetta o alla punizione viene ingigantito.

Alle vittime, di fatto, non vengono quasi mai offerte scelte reali. Di solito quando si chiede loro "Vuoi che i responsabili vengano messi in carcere?", quello che si chiede davvero è "Vuoi qualcosa o niente?". E quando qualcuno è stato ferito, quando famiglie e comunità stanno facendo pressione, si vuole qualcosa piuttosto che niente.

 In molte parti disagiate della comunità, le terapie farmacologiche, le buone scuole, gli investimenti economici, la formazione professionale, la cura del trauma e il sostegno al dolore non sono opzioni disponibili. La giustizia riparativa non è un'opzione concreta. L'unica cosa disponibile sono le carceri, i pubblici ministeri e la polizia.

Ma cosa succede, si è domandata la signora Sered, se invece di chiedere "vuoi qualcosa o niente?" si inizia a chiedere "vuoi questo intervento o la prigione?". Si scopre, quando viene data una vera scelta, che per pochissime vittime la prigione è la risposta preferita.

Questo non perché le vittime, come gruppo, siano particolarmente misericordiose. Al contrario, sono pragmatiche. Sanno che il sistema di giustizia penale quasi certamente non riuscirà a fornire quello che vogliono e di cui hanno più bisogno per superare il loro dolore e trauma. Più del 95 percento dei casi finisce con patteggiamenti negoziati dagli avvocati dietro le quinte. Per come è fatto il sistema statunitense, le vittime sanno che questo sistema non è in grado per accogliere la loro sofferenza, di dare loro risposte o anche un'opportunità significativa per essere ascoltati. Né è in grado di mantenere loro o altri al sicuro.

Di fatto, molte vittime trovano che la carcerazione li faccia sentire meno sicuri. Si preoccupano di chi si potrebbe arrabbiare con loro per aver denunciato il crimine, o temono per quello che potrebbe accadere quando alla fine della pena il colpevole tornerà a casa. Molti credono, con buona ragione, che l'incarcerazione probabilmente renderà la persona peggiore, non migliore - una prospettiva che spaventa, in quanto è probabile che lo incontrerà di nuovo quando tornerà nel quartiere.

Come una volta ha spiegato alla Sered una donna il cui figlio di 14 anni era stato gravemente picchiato e derubato. "Quando l'ho saputo, le ha detto, volevo che quel giovane morisse affogato. E subito dopo volevo che bruciasse vivo. E poi mi sono resa conto, come madre, di non volere nessuna di quelle cose soltanto: avrei voluto che annegasse in un fiume di fuoco". Quando però ha riflettuto sul fatto che il giovane che aveva aggredito suo figlio sarebbe poi tornato a casa dalla prigione e avrebbe incrociato di nuovo i suoi ragazzi, ha fatto un altro pensiero. "Ho domandato a me stessa: Quando arriverà quel giorno, vorrò che quel giovane sia stato in prigione o piuttosto che sia stato rieducato e reinserito tra tutti gli altri?"

Il cerchio riparativo, un incontro durante il quale le parti responsabili siedono con coloro che hanno fatto del male, con un mediatore e con persone che sostengono entrambe le parti, è centrale in questo processo. Offre alle persone colpite da un crimine il potere e l'opportunità di porre domande, nonché di descrivere i loro bisogni e i modi in cui sono stati danneggiati.

In definitiva, le parti si sforzano di raggiungere un accordo su ciò che il responsabile del reato può fare per far sì che le cose si rimettano nel miglior modo possibile. Il cerchio può essere trasformativo sia per le vittime che per i colpevoli. Nell'esperienza della Sered, le vittime non vogliono solo risposte a domande concrete, vogliono il riconoscimento della loro sofferenza e dei torti morali subiti. Vogliono essere in grado di poter dire cose come: "Come osi? Mio fratello è stato ucciso l'anno prima che tu mi pugnalassi”.

Il conoscere il dolore e l'angoscia delle vittime e l'assumersi la piena responsabilità di quello che hanno fatto, impegnandosi in azioni specifiche per riparare, ha un impatto molto maggiore su coloro che hanno commesso dei reati gravi di quanto si possa immaginare.

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Un giovane, che era stato membro di una gang da quando aveva otto anni, non poteva lasciare l'edificio dopo aver partecipato a un circolo di riparazione con Common Justice, perché stava tremando dopo aver compreso fino in fondo il danno che aveva fatto. Ha chiesto ai membri del personale: "Posso restare nel tuo ufficio per qualche minuto prima di andarmene?". Quando gli è stato chiesto di spiegarsi, ha confessato: "Sai, per tutto quello che ho fatto e per tutto ciò che è stato fatto a me, non avevo detto nulla, mai chiesto scusa prima. Pensi che lo abbia fatto nel modo giusto? Questa è l'esperienza più spaventosa che abbia mai vissuto".

Un crescente corpo di ricerca sostiene fortemente l'evidenza aneddotica che i programmi di giustizia riparativa aumentano le probabilità di sicurezza, riducono la recidiva e alleviano i traumi. In "Finché non faremo i conti"  si citano studi che mostrano che le vittime riportano tassi di soddisfazione dall’80 al 90% con i processi di riparazione, rispetto al 30% in riferimento ai sistemi giudiziari tradizionali.

Il tasso di efficacia dell’organizzazione Common Justice è elevato: solo il 7% dei colpevoli è stato espulso dal programma per aver commesso un nuovo crimine. Sono numerose le organizzazioni che svolgono questo servizio, operando nelle comunità, nelle scuole e nelle strutture della giustizia penale.

Nel 2016 “Alliance for Safety and Justice”, organizzazione che opera per la sicurezza sociale, ha condotto il primo sondaggio nazionale sulle vittime di crimini violenti, e i risultati sono coerenti con il favore crescente nei confronti della giustizia riparativa. La maggioranza ha affermato di "ritenere che il tempo trascorso in carcere renda le persone più inclini a commettere un altro crimine piuttosto che rendere questo meno probabile". Il sessantanove per cento preferisce che i colpevoli partecipino a programmi esterni al carcere, che abbiano trattamenti di salute mentale, trattamenti per l'abuso di sostanze, reinserimento, supervisione della comunità e si dedichino a servizi di pubblica utilità.

Il consenso delle vittime alle alternative all’incarcerazione era persino più alto che nell’opinione pubblica in generale.

Le vittime, sostiene la Sered, hanno ragione a mettere in discussione l'incarcerazione come strategia efficace per la riduzione della violenza. La violenza è generata dalla vergogna, dall'esposizione alla violenza, dall'isolamento e dall'incapacità di soddisfare le proprie esigenze economiche, tutte caratteristiche fondamentali della detenzione.

"Quasi tutti quelli che hanno commesso violenza, in precedenza sono state a loro volta vittime" e gli studi indicano che essere colpiti dalla violenza è il fattore predittivo più grande che la si commetterà. Incarcerare e isolare una persona che è già stata, a sua volta, danneggiata dalla violenza non è certo una via per una ottenere un suo cambiamento positivo.

Detto questo, la signora Sered chiarisce che non crede che l’esser stati vittime di un crimine scusi poi gli atti di violenza in qualsiasi modo: "Quando facciamo del male a qualcuno, incorriamo in un obbligo. Punto".

A suo giudizio, il sistema statunitense di incarcerazione di massa non prende seriamente in considerazione la responsabilità. Non obbliga le persone a rispondere alle domande delle vittime, ad ascoltarle, ad onorare il loro dolore, a esprimere un sincero rimorso, o a fare tutto il possibile per riparare al danno che hanno fatto. Non sono tenuti ad adottare misure per rieducare se stessi o affrontare il loro trauma, affinché diventino meno propensi a danneggiare gli altri in futuro.

L'unica cosa che la prigione richiede è che le persone rimangano nelle loro gabbie e in qualche modo sopportino l'isolamento e la violenza della prigionia. La prigione depriva tutti gli interessati - le vittime e coloro che hanno compiuto il reato, tanto quanto le famiglie colpite e le comunità – dell’opportunità di “guarire”, onorare la loro umanità, e rompere il circolo della violenza che tante vite distrugge.

La signora Sered riconosce che tutti, come società, non siamo ancora pronti ad applicare i principi della giustizia riparativa e trasformativa ad ogni reato di violenza. Alcune persone hanno bisogno di essere tenute isolate per garantire la sicurezza degli altri. Ma se investiamo le nostre risorse nel recupero, nella riparazione e nella ricostruzione delle relazioni e della comunità - e smettiamo di fingere che incarcerare su larga scala renda più sicura la società - potremmo scoprire che siamo in grado di fare i conti l'uno l'altro, conclude l’esperta.