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È possibile intravedere, molti anni prima, il rischio che un adolescente diventi autore di reati gravi, addirittura di un omicidio? È una domanda delicata, quasi provocatoria, carica di implicazioni etiche e sociali, ma anche una delle più urgenti per chi si occupa di prevenzione della violenza e di educazione.

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Uno studio longitudinale pubblicato su Scientific Reports prova ad affrontarla con strumenti nuovi, combinando dati clinici, neuroimaging e algoritmi di apprendimento automatico. Il risultato non è una profezia infallibile, né una scorciatoia deterministica, avvertono gli autori, ma un passo importante verso una comprensione più profonda dei fattori che, intrecciandosi nel tempo, possono portare all’esito più estremo della violenza umana.

Lo studio ha seguito per sedici anni 202 ragazzi detenuti in un carcere minorile di massima sicurezza nel New Mexico. Al momento dell’ingresso nello studio, durante l’adolescenza, questi giovani erano già considerati ad altissimo rischio: tutti avevano alle spalle una storia di comportamenti antisociali gravi. Nel corso del lungo follow-up, 35 di loro hanno commesso almeno un omicidio dopo la scarcerazione. Gli altri 167 no. Questa distinzione, apparentemente semplice, è il punto di partenza per un’analisi che cerca di capire che cosa differenziasse quei due gruppi molto prima che i fatti accadessero.

I ricercatori hanno esaminato due grandi famiglie di dati raccolti all’inizio: da un lato le caratteristiche cliniche e comportamentali, dall’altro la struttura del cervello, misurata tramite risonanza magnetica. Sul piano clinico, una differenza emerge con particolare chiarezza: i ragazzi che in età adulta avrebbero commesso un omicidio mostravano, già da adolescenti, punteggi più elevati nei tratti psicopatici, misurati con la Psychopathy Checklist – Youth Version.

Non si tratta di una generica “cattiveria”, ma di un insieme articolato di caratteristiche che includono freddezza emotiva, scarsa empatia, manipolatività, impulsività e una marcata tendenza a violare le regole. La psicopatia, in questo campione, si conferma uno dei segnali più forti di rischio futuro.

Accanto a questo, emerge un altro elemento cruciale: l’età del primo arresto. I futuri autori di omicidio avevano iniziato a entrare in contatto con il sistema giudiziario più precocemente rispetto ai loro coetanei. Questo dato rafforza una distinzione classica in criminologia tra chi manifesta comportamenti antisociali limitati all’adolescenza e chi, invece, segue una traiettoria persistente lungo tutto l’arco della vita. In quest’ultimo caso, la violenza tende a intensificarsi e a diventare sempre più grave.

Ma è sul piano neurobiologico che lo studio introduce l’elemento più innovativo – e anche più delicato, sottolineano gli autori. Le immagini cerebrali raccolte durante l’adolescenza mostrano che i ragazzi che in seguito avrebbero commesso un omicidio presentavano un volume ridotto di materia grigia in alcune regioni chiave del cervello, in particolare nell’amigdala bilaterale e nei poli temporali. Queste aree sono profondamente coinvolte nella regolazione delle emozioni, nell’elaborazione della paura, nell’apprendimento emotivo e nella comprensione delle relazioni sociali. Non si parla di “lesioni” o di anomalie grossolane, ma di differenze sottili e statistiche, che diventano significative solo a livello di gruppo.

L’amigdala, in particolare, è da tempo al centro delle ricerche sulla violenza e sulla psicopatia. Una sua ridotta integrità strutturale è stata associata a difficoltà nel riconoscere la sofferenza altrui e nel modulare le risposte aggressive. I poli temporali, invece, sono implicati nella costruzione del significato sociale delle esperienze e nella regolazione del comportamento in contesti interpersonali complessi. Insieme, queste regioni formano una rete che aiuta a “sentire” le conseguenze emotive delle proprie azioni.

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Il passo successivo dello studio è forse il più noto al grande pubblico, affermano gli autori: l’uso del machine learning. I ricercatori hanno addestrato un algoritmo di classificazione, basato su support vector machine, per distinguere tra chi avrebbe commesso un omicidio e chi no, utilizzando esclusivamente i dati raccolti durante l’adolescenza.

Il modello più efficace combinava tratti psicopatici e misure neuroanatomiche e raggiungeva un’accuratezza complessiva del 76%. Ancora più rilevante è la sensibilità: l’algoritmo identificava correttamente l’86% dei futuri autori di omicidio. In altre parole, riusciva a intercettare sei casi su sette.

Questi numeri, letti isolatamente, potrebbero sembrare straordinari o inquietanti. È fondamentale però interpretarli con cautela, avvertono gli autori. Non si tratta di uno strumento da usare per “prevedere il destino” di un singolo individuo, né tantomeno per giustificare decisioni punitive preventive. Gli stessi autori sottolineano che siamo ancora lontani da un’applicazione clinica o giudiziaria diretta. Il valore dello studio sta piuttosto nell’indicare che l’integrazione tra dati psicologici e cerebrali fornisce informazioni più ricche di quelle ottenibili da ciascun dominio preso singolarmente.

Un risultato particolarmente interessante è che i modelli basati solo su dati clinici erano meno efficaci di quelli che includevano anche il cervello. Questo suggerisce che le misure neurobiologiche possano catturare aspetti latenti del funzionamento individuale, difficili da rilevare con questionari o interviste. Il cervello, in questo senso, non spiega tutto, ma aggiunge un livello di lettura complementare.

Le implicazioni più promettenti dello studio riguardano la prevenzione. L’adolescenza è una fase di grande plasticità cerebrale, in cui interventi mirati possono ancora modificare traiettorie di sviluppo problematiche. Programmi intensivi di trattamento psicologico e educativo, come quelli già sperimentati in alcuni contesti statunitensi, hanno dimostrato di ridurre drasticamente la violenza futura, fino ad azzerare i casi di omicidio in specifici gruppi trattati. Se i fattori di rischio identificati – psicopatia elevata e specifiche alterazioni neuroanatomiche – vengono riconosciuti per tempo, è la riflessione degli autori, possono diventare bersagli prioritari per interventi personalizzati, anziché etichette stigmatizzanti.

Naturalmente, lo studio presenta anche limiti importanti, avvertono i ricercatori. Il campione è composto esclusivamente da maschi detenuti in un contesto specifico, e i risultati non possono essere generalizzati automaticamente ad altri gruppi o ad altre culture. Inoltre, alcuni omicidi potrebbero non essere stati rilevati o potrebbero verificarsi in futuro, modificando le classificazioni. E resta aperta la questione etica: come utilizzare queste conoscenze senza trasformarle in strumenti di esclusione o controllo?

In definitiva, questa ricerca non ci dice chi diventerà un assassino. Ci dice qualcosa di più sottile e, forse, più utile: che il rischio di violenza estrema nasce dall’interazione complessa tra storia personale, tratti psicologici e sviluppo del cervello, e che intervenire presto su questi fattori può fare la differenza. È una prospettiva che sposta l’attenzione dalla punizione alla prevenzione, dalla colpa al trattamento, senza negare la responsabilità individuale ma riconoscendo la profondità dei processi in gioco.


Riferimento bibliografico

Rodriguez S. N., Gullapalli A. R., Stephenson D. D., Maurer J. M., Harenski K. A. et alii.
Machine learning of clinical and neural data predicts future homicide in high-risk youth.
Scientific Reports, (2026).

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