La capacità di percepire e comprendere l’esperienza interiore di un’altra persona è uno dei fattori più importanti alla base del comportamento umano. Molte delle azioni, delle decisioni e delle scelte morali di ognuno dipendono e sono commisurate al grado di empatia provato nei confronti delle persone con cui si interagisce.

L’empatia, spiegano gli psicologi, è un processo sia emotivo, sia cognitivo e, in molti casi, diventa persino più determinante di sentimenti affini come la simpatia o la compassione.
Mentre queste ultime portano a provare dispiacere per qualcuno, l’empatia fa sentire insieme all’altro, attraverso una condivisione più diretta delle sue emozioni. Proprio per questo motivo può essere capace di orientare profondamente il proprio modo di agire.
La ricerca neuroscientifica ha mostrato che l’empatia non è un fenomeno semplice, ma coinvolge diversi processi emotivi e cognitivi che si sviluppano in varie aree del cervello, spiegano i ricercatori. Alcuni di questi meccanismi dipendono da strutture subcorticali molto antiche, evolutivamente parlando.
A partire dagli anni Novanta, gli studi sui primati hanno portato alla scoperta dei cosiddetti neuroni specchio, cellule cerebrali che si attivano sia quando un individuo compie un’azione sia quando osserva qualcun altro compiere la stessa azione. Questa scoperta ha suggerito che il cervello possiede un sistema naturale di “rispecchiamento” delle emozioni e dei comportamenti altrui.
Dopo decenni di ricerche, molti studi indicano che anche gli esseri umani possiedono neuroni specchio e che essi potrebbero costituire la base neurobiologica delle nostre risposte empatiche quando vediamo un’altra persona provare un’emozione o compiere un’azione.
L’empatia, tuttavia, non porta necessariamente solo a comportamenti positivi. Può diventare una forza motivante sia in direzione costruttiva sia distruttiva.
Un esempio evidente, spiegano gli esperti, si trova nel contesto giudiziario: durante un processo, i giurati possono essere spinti verso un verdetto di colpevolezza oppure verso l’assoluzione proprio in base a ciò che provano emotivamente per le persone coinvolte. Gli avvocati di entrambe le parti cercano spesso di suscitare empatia per il proprio assistito, nel tentativo di far sì che la giuria si identifichi con la vittima oppure con l’imputato.
Questa strategia retorica funziona anche attraverso un altro meccanismo: la tendenza a percepire la controparte come appartenente a un “gruppo esterno”, qualcuno diverso da “noi”. Più forte è l’identificazione con una persona percepita come simile, maggiore sarà l’empatia nei suoi confronti; allo stesso tempo, cresce la sensazione di giustizia o di soddisfazione quando si infligge una punizione severa a chi è ritenuto responsabile della sofferenza.
Quando invece l’empatia si orienta in senso positivo, può diventare una potente fonte di azione prosociale. Sentirsi emotivamente connessi a un gruppo o a una comunità può spingere ad aiutare, sostenere o difendere chi si trova in difficoltà. A volte questa identificazione nasce da esperienze personali simili; altre volte deriva da una comprensione più riflessiva e cognitiva delle condizioni vissute da persone appartenenti a gruppi diversi dal proprio. Tuttavia, quando si percepisce un gruppo come profondamente “altro” rispetto a sé, la probabilità di provare empatia diminuisce. In questi casi diventa più facile attribuire la responsabilità della sofferenza proprio a chi la sta vivendo.
Uno sguardo particolarmente significativo su questo fenomeno emerge dalle testimonianze di giovani che hanno commesso reati, come indicano diverse ricerche.

Molti ex autori di reato minorenni hanno raccontato cosa provavano nel momento in cui compivano i loro crimini, confermando rivelano quanto il modo in cui si percepiscono gli altri possa influenzare profondamente il comportamento.
In alcuni casi la vittima apparteneva a una banda rivale e veniva quindi percepita come un membro evidente di un gruppo nemico, qualcuno con cui non esisteva alcuna identificazione emotiva. In altri casi la vittima era vista come un ostacolo da eliminare o come una persona che in passato aveva inflitto sofferenza e che quindi meritava una forma di vendetta. Altri giovani, invece, descrivevano una quasi totale assenza di emozioni: la vittima avrebbe potuto essere chiunque si fosse trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Molti di questi ragazzi, sottolineano i ricercatori, avevano vissuto infanzie segnate da eventi traumatici e dolorosi. Le esperienze di trauma durante l’infanzia possono interrompere o alterare lo sviluppo emotivo e cognitivo del cervello, influenzando anche il modo in cui una persona percepisce le minacce e reagisce a esse.
Queste interruzioni nello sviluppo possono ostacolare la formazione della capacità empatica. L’empatia, infatti, funziona come un promemoria emotivo che ricorda a ciascuno che sia noi stessi sia l’altra persona siamo esseri umani capaci di provare tristezza, paura o rabbia. Quando l’empatia manca, diventa molto più facile infliggere danno e ricorrere alla violenza.
Nonostante questo, la storia di molti ex giovani autori di reato mostra che l’empatia può emergere anche dopo il crimine. La capacità di immedesimarsi negli altri è per quasi tutti arrivata in un secondo momento. In alcuni casi accadde subito dopo l’atto violento, tanto che non sono pochi gli adolescenti che affermano di aver giurato a se stessi, dopo l’episodio, di non fare mai più del male a nessuno.
In altri casi la consapevolezza matura solo anni dopo, durante il periodo trascorso in prigione o in forme di pena alternativa. Quando questi giovani riescono finalmente ad affrontare il dolore e i traumi subiti nella loro infanzia, spiegano gli studiosi, la loro capacità di empatia inizia gradualmente a crescere.
Questo processo rappresenta un passaggio fondamentale sia per la guarigione personale sia per l’assunzione di responsabilità. Man mano che imparano a riconoscere e sentire le proprie ferite e quelle degli altri aumenta anche il loro senso di connessione con le persone che li circondano.
Per molti di loro questa nuova consapevolezza si è trasforma in un impegno concreto: l’identificazione empatica con altri giovani a rischio li porta a creare o a collaborare con organizzazioni dedicate ad aiutare adolescenti vulnerabili a evitare il percorso che conduce alla devianza e alla criminalità, come indicano molti percorsi di recupero basati sui fondamenti della giustizia riparativa.






