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Quando avvengono episodi di violenza giovanile, per cercare di trovarne una spiegazione di solito si osservano e analizzano i singoli casi e si “scava” per comprendere cosa può aver mosso quel certo ragazzo. Si esplora il contesto familiare, si valutano il rendimento scolastico, le condizioni economiche, la presenza di disagio sociale o psicologico.

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Negli ultimi anni, tuttavia, un filone di ricerca sempre più importante ha iniziato a porre una domanda diversa: che cosa accade se anziché guardare soltanto ai ragazzi, osserviamo le relazioni che li collegano?

È questa la prospettiva adottata da uno studio realizzato dall’Università di Cambridge e dall’Università di Exeter sulla violenza grave tra i giovani nella contea inglese del Cambridgeshire. L’indagine propone un cambio di sguardo significativo: non considera la violenza come il prodotto esclusivo delle caratteristiche individuali, ma come un fenomeno che prende forma anche attraverso le reti sociali nelle quali i singoli sono inseriti.

L’idea centrale è semplice ma molto forte, spiegano i ricercatori: chi frequenta chi, quanto sono estesi i legami sociali e quale posizione si occupa all’interno di una rete possono influenzare il rischio di diventare autori o vittime di violenza.

Lo studio si basa sui dati amministrativi della polizia del Cambridgeshire relativi al periodo compreso tra marzo 2018 e ottobre 2021. Sono stati analizzati oltre 200 mila eventi criminali e più di 14 mila giovani tra i 10 e i 18 anni coinvolti come sospetti, vittime o entrambi. L’attenzione principale è stata rivolta a circa seimila giovani già noti alle forze dell’ordine come sospettati di almeno un reato.

Uno degli aspetti più innovativi della ricerca, sottolineano gli studiosi, consiste nell’aver ricostruito le reti di co-partecipazione criminale. In pratica, ogni volta che due o più individui compaiono come sospettate nello stesso evento, viene registrato un legame tra loro. Da migliaia di episodi emerge così una mappa relazionale che permette di osservare non soltanto i comportamenti individuali, ma anche la struttura delle connessioni sociali.

I risultati mostrano che il 42% dei giovani sospettati aveva preso parte ad almeno un episodio insieme ad altre persone, mentre il restante 58% compariva soltanto in eventi commessi da solo. Questa distinzione si rivela tutt’altro che marginale. I giovani inseriti in una rete di relazioni criminali presentano livelli di rischio sensibilmente superiori rispetto a coloro che agiscono isolatamente.

Chi è collegato ad altri sospettati risulta infatti molto più frequentemente coinvolto in rapine, furti, reati legati alla droga e, soprattutto, episodi con presenza di coltelli. Inoltre, la probabilità di essere associati a gruppi criminali organizzati aumenta in modo considerevole.

La ricerca suggerisce quindi che la partecipazione a una rete rappresenta già di per sé un indicatore significativo. Non è soltanto il tipo di reato a fare la differenza, ma il fatto stesso di essere inseriti in un ambiente caratterizzato da connessioni multiple e frequenti.

Gli studiosi hanno utilizzato strumenti tipici dell’analisi delle reti sociali per misurare il numero di connessioni di ogni soggetto e la sua centralità rispetto agli altri membri del sistema.

I dati mostrano che i giovani coinvolti in episodi violenti tendono ad avere più collegamenti rispetto a quelli coinvolti esclusivamente in reati non violenti. Ma il dato più rilevante riguarda il piccolo gruppo dei ragazzi maggiormente connessi. Il 5% degli individui con il numero più elevato di relazioni presenta livelli di coinvolgimento nella violenza nettamente superiori alla media. Quasi due terzi di loro risultano implicati in reati violenti, oltre un terzo è stato segnalato per possesso di coltelli e più del 40% è coinvolto in attività legate alla droga.

Essere al centro della rete sembra dunque coincidere con una concentrazione di molteplici fattori di rischio. La struttura delle relazioni non appare come un semplice sfondo, ma come un elemento strettamente associato alla probabilità di partecipare a episodi di violenza.

Un altro risultato importante emerge dall’analisi della cosiddetta “prossimità relazionale”. Gli studiosi non si sono limitati a osservare i collegamenti diretti, ma hanno considerato anche la distanza che separa ciascun individuo da persone coinvolte in specifiche attività criminali. In altre parole, conta non soltanto con chi si è direttamente in contatto, ma anche chi si trova a pochi passaggi di distanza nella rete.

I risultati indicano che ogni nuovo co-sospettato aumenta sensibilmente la probabilità di comportamenti violenti. Inoltre, la vicinanza a soggetti che sono stati contemporaneamente sospettati di reati e vittime di violenza è associata a un ulteriore incremento del rischio. Fenomeni analoghi emergono per la violenza con coltello, dove la prossimità a persone coinvolte in rapine, traffico di droga o altre attività criminali appare correlata a una maggiore probabilità di utilizzo della violenza armata.

Uno degli aspetti più interessanti dello studio, spiegano gli autori, riguarda il rapporto tra autori e vittime. Nella rappresentazione comune, queste due categorie vengono spesso considerate separate. I dati raccontano invece una realtà molto più complessa.

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Tra tutti i giovani registrati come vittime, circa il 22% compare anche come sospettato in altri episodi. Questa sovrapposizione cresce progressivamente con l’aumentare della gravità della violenza. Tra le vittime di aggressioni con coltello la quota di coloro che risultano anche sospettati supera il 40%, mentre nei casi più gravi si avvicina al 60%.

La distinzione tra vittima e autore appare quindi molto meno netta di quanto si possa immaginare. Una parte consistente dei giovani coinvolti nella violenza occupa entrambe le posizioni in momenti diversi della propria esperienza.

Anche nel caso delle vittime, la rete sociale svolge un ruolo importante. I giovani che subiscono forme più gravi di violenza risultano spesso inseriti in ambienti caratterizzati da una maggiore concentrazione di persone coinvolte in comportamenti rischiosi. Tra le vittime di violenza con coltello, quasi due terzi risultano collegati ad almeno una persona segnalata per possesso di coltello.

Secondo i modelli statistici sviluppati dagli autori, ogni nuovo collegamento all’interno della rete aumenta anche il rischio di vittimizzazione. La probabilità di subire episodi violenti cresce ulteriormente quando si è vicini a persone che hanno già sperimentato situazioni analoghe.

La violenza, in altre parole, tende a concentrarsi in specifici segmenti della rete sociale. Non si distribuisce casualmente, ma segue percorsi relazionali riconoscibili.

Lo studio dedica attenzione anche alla dimensione territoriale. Contrariamente all’idea di una mobilità elevata, la maggior parte degli episodi di violenza giovanile risulta fortemente localizzata. Oltre il 90% dei giovani coinvolti in reati violenti opera in una sola area geografica, mentre gli spostamenti tra territori differenti rappresentano una minoranza dei casi.

Anche le reti di relazioni mostrano una forte tendenza alla concentrazione locale. I legami si sviluppano prevalentemente all’interno degli stessi contesti territoriali e solo una quota ridotta di individui collega gruppi appartenenti ad aree diverse.

Un ulteriore elemento emerso riguarda i rapporti tra giovani e adulti. Sebbene molti ragazzi tendano a raggrupparsi con coetanei, gli studiosi hanno individuato diversi casi nei quali giovani sospettati risultano inseriti in reti dominate da adulti. Il rapporto sottolinea come tali configurazioni possano esporre i minori a forme di apprendimento criminale, a squilibri di potere e a possibili dinamiche di sfruttamento.

Il risultato basilare della ricerca è in sostanza che la violenza giovanile non può essere compresa esclusivamente attraverso le caratteristiche dei singoli individui. Le relazioni sociali, la posizione occupata nelle reti e la vicinanza a persone esposte a rischio rappresentano elementi centrali per comprendere come la violenza si sviluppa e si diffonde.

In questa prospettiva, la rete non è soltanto il contesto in cui la violenza si manifesta. È una parte integrante del fenomeno stesso.

La violenza giovanile, concludono i ricercatori, è profondamente sociale, alimentata dalle relazioni e dai gruppi di pari. Intervenire quando i giovani entrano per la prima volta in contatto con reti criminali, a prescindere dalla gravità del reato iniziale, potrebbe prevenire crimini gravi e la perdita di vite umane in futuro.


Riferimento bibliografico

Campana, P., Corsini, N., & Meneghini, C..
Breaking Networks of Youth Serious Violence:
Evidence from Cambridgeshire
.
Cambridge: Violence Research Centre, University of Cambridge (2026).

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