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Diventa sempre più dibattuta e urgente la questione di aumentare le forme di accesso alle cure per la salute mentale dei più giovani, a fronte di un disagio che sembra sempre più presente in molti paesi, compreso il nostro. Esistono però altre vie che possono sostenere il benessere dei giovani, già attive e disponibili nelle comunità, come indicano diversi studi di recente realizzazione.

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Sono forme di supporto per i giovani che sarebbero ancora più efficaci di quelle tradizionali e cliniche, presenti in luoghi che non sono quelli usuali della sanità. Si manifestano attraverso un ritmo condiviso in uno studio di danza, uno schizzo silenzioso condiviso con amici, o un cerchio di adolescenti che ascoltano concentrati la lettura di una poesia e che poi ne scrivono una da leggere a loro volta.

È quello che viene definito come “appartenenza creativa”: il potere dell’auto-espressione in spazi collettivi e culturalmente significativi che aiutano i giovani a sentirsi visti, sicuri e autentici, in connessione con gli altri.

I giovani di molte parti del mondo non stanno solo affrontando grandi difficoltà psicologiche, stanno raggiungendo un punto di crisi, secondo i dati di ricerca. Da una recente indagine è emerso che 51,4% dei ragazzi italiani soffre in modo ricorrente di stati di ansia o tristezza prolungati; il 49,8% lamenta un eccesso di stanchezza. Il 46,5% dichiara di provare nervosismo.

È un dato condiviso con molti altri paesi occidentali. In risposta, molti programmi di supporto e politiche pubbliche hanno puntato a espandere i servizi clinici: telemedicina, più terapisti nelle scuole, formazione alla pronta assistenza in salute mentale. Questi sforzi sono importanti, ma non raggiungono tutti i ragazzi e spesso trascurano i bisogni sociali, culturali e di sviluppo che influenzano l’esperienza reale della salute mentale dei giovani.

È poi importante sottolineare, per i ricercatori, che spesso ignorano il punto di vista dei giovani stessi, i quali affermano costantemente di volere spazi sicuri e disponibili per l’affermazione di sé, e per soddisfare i propri bisogni di interazione.

Uno di questi bisogni è l’appartenenza—non come ideale sociale vago, ma come necessità biologicamente radicata. L’appartenenza è la sensazione di contare e sentirsi al sicuro in uno spazio. Può contribuire a attenuare gli effetti di un trauma, migliorare l’impegno scolastico e sostenere la resilienza di fronte alle avversità. Quando i giovani si sentono appartenenti, sono più capaci di gestire, crescere e prosperare.

Tuttavia, per molti adolescenti, soprattutto chi affronta razzismo, omofobia o instabilità familiare, l’assenza di questi spazi può intensificare la sofferenza. Per esempio, quando un adolescente non eterosessuale subisce bullismo a scuola e non ha accesso a possibilità di relazione con coetanei o mentori di supporto, l’isolamento risultante non è solo doloroso: può peggiorare la sua salute mentale.

La neuroscienza spiega il perché: il cervello adolescenziale è altamente sensibile ai segnali sociali, dicono i ricercatori. Essere accettati dai pari attiva regioni cerebrali legate alla ricompensa e alla connessione emotiva, mentre l’esclusione sociale attiva aree coinvolte nella sofferenza emotiva. In altre parole, l’appartenenza non è solo emotivamente importante: è probabilmente protettiva, rendendo l’ambiente sociale un fattore chiave della salute mentale.

Per i giovani anche solo nell’affrontare barriere strutturali o stigma culturale, i costi della disconnessione e dell’isolamento sono più alti. Quando i servizi tradizionali di cura risultano inaccessibili o poco allineati all’esperienza vissuta, i giovani cercano spesso fonti alternative di cura—spazi dove la loro identità può essere affermata e la comunità costruita.

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È qui che entrano in gioco gli spazi creativi. Lontani dall’essere solo attività extracurriculari, questi ambienti possono funzionare come infrastruttura di salute mentale.

Nei teatri giovanili, nei collettivi di poetry slam e di produzione musicale, nei laboratori artistici e nei gruppi di danza, i giovani accedono a molti dei supporti che la terapia mira a fornire: sicurezza, regolazione e connessione.

In questi spazi gli adolescenti non solo possono sviluppare competenze, ma creano significato, costruiscono identità e si incontrano l’un l’altro.

La ricerca scientifica conferma quello che educatori e operatori giovanili sanno da tempo: l’attività creativa — che sia ritmo, narrazione, movimento o pittura — attiva sistemi neurali coinvolti nella regolazione emotiva, memoria e legami sociali.

 Queste esperienze abbassano il cortisolo, aumentano l’ossitocina (legata a fiducia e legami) e sostengono il tono vagale, un indicatore di rilassamento ed equilibrio emotivo).

La ricerca mostra che quando i giovani progettano e conducono programmi creativi, ne ricavano più autoefficacia, orgoglio culturale e resilienza emotiva.

Questi risultati, sottolineano i ricercatori, ricordano che l’appartenenza non è solo uno sfondo della salute mentale: è essa stessa salute mentale. E gli spazi creativi offrono una via rara e vitale al benessere. Permettono positive interazioni non verbale, interazione regolata con gli altri e espressione emotiva al di fuori della lente clinica.

Tuttavia, nonostante le evidenze, i programmi creativi sono ancora visti come degli “extra”, e questo ne limita l’impatto e rafforza le disuguaglianze, soprattutto all’interno di scuole e comunità sottofinanziate.

La ricerca afferma in definitiva che è tempo di riconoscere l’appartenenza creativa come infrastruttura essenziale per la salute mentale dei giovani. Questo significa: incoraggiare un lavoro comune tra esperti clinici e organizzazioni comunitarie, finanziare programmi culturali per l’affermazione di sé e sviluppare politiche che considerino gioia, sicurezza ed espressione come fattori protettivi.

L’appartenenza creativa non sostituisce la terapia, ma per molti giovani è il primo luogo dove rivolgersi e, come dicono gli autori delle ricerche, in alcuni casi l’unico.


Riferimenti bibliografici

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Child and Adolescent Social Work Journal, (2020).

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