I giovani vivono forme di socializzazione sempre più influenzate dall’uso della tecnologia, dai social, dalle interazioni virtuali che molto spesso precedono quelle della vita reale, le quali, quando poi avvengono, offrono molte volte sorprese imprevedibili e smentite di quello che gli scambi online facevano prevedere.

Capita infatti spesso di scriversi e comunicare online per giorni con qualcuno che sembra davvero interessante: simpatico, intelligente, brillante, aperto, piacevole.
Le sue battute fanno ridere, le sue parole sembrano piene di senso e anche di profondità, tanto che ci si ritrova a pensare che forse si è finalmente trovato qualcuno con cui esiste una connessione speciale. Ma poi, arriva il momento dell’incontro vero, e improvvisamente tutta quella magia svanisce.
Una trappola soprattutto per i giovani che stanno entrando nell’età più matura e che in genere vorrebbero arrivare a conoscenze che possano consolidarsi in un’amicizia o in una relazione vera e non occasionale. Qualcosa di più, in altre parole, di un contatto superficiale pronto a svanire dopo pochi incontri.
Quando si ritrovano di fronte, nella realtà, al compagno o alla compagna non più solo “virtuale, le conversazioni non scorrono, le battute non mettono più allegria e quella scintilla che sembrava esserci nel contatto online sembra non essere mai esistita davvero.
Forse è successo quello che viene oggi definito come “chatfishing”.
Il termine deriva da quello inglese “catfishing”, che può essere tradotto come “falsa identità”, e si riferisce a quello che accade quando qualcuno finge di essere un’altra persona online per ottenere attenzione, magari soldi o semplicemente vuole manipolare e rendersi attraente e interessante.
Ma nel chatfishing l’inganno è più sottile e non subito smascherabile. Non si tratta di inventarsi una falsa identità, ma di fingere una vera e propria personalità digitale.
In pratica, qualcuno può scrivere messaggi che sembrano sinceri e originali, ma che in realtà sono creati o corretti da un’intelligenza artificiale, come ChatGPT o altri strumenti simili.
Questa pratica sta diventando sempre più comune, secondo quanto affermano gli studiosi della realtà virtuale. Oggi chiunque può usare l’intelligenza artificiale per migliorare le proprie conversazioni, correggere errori, sembrare più interessante o più profondo.
All’inizio tutto questo può sembrare innocuo — un piccolo aiuto per rompere il ghiaccio — ma il confine tra un supporto tecnologico e un inganno vero e proprio può diventare molto sottile e anche pericoloso.
Quando una persona si presenta come autentica ma in realtà usa parole generate da un algoritmo, sta mentendo. E quella menzogna, anche se digitale, può avere conseguenze reali.

Il problema principale del chatfishing non è solo la delusione che poi si prova quando la persona “reale” non corrisponde a quella con cui si era parlato online. È anche il fatto che chi mente in chat potrebbe mentire in altri modi, e che dietro quelle comunicazioni perfette potrebbero esserci secondi fini: manipolazione, raggiri o addirittura tentativi di truffa e anche possibili violenze e abusi.
L’essenza di un legame autentico, soprattutto tra giovani che si stanno aprendo alla vita sociale e alle relazioni, dovrebbe risiedere nella sincerità. Fingere, anche solo un po’, toglie valore a qualsiasi connessione con gli altri.
Le intelligenze artificiali poi non sono infallibili, spesso danno consigli sbagliati o fanno sembrare tutto troppo artificiale, creando solo più distanza.
Riconoscere un caso di chatfishing non è sempre facile, per un ragazzo o una ragazza. Esistono però, a detta degli esperti, alcuni segnali possibili — messaggi perfetti, risposte troppo formali o tempi di risposta sospettosamente lunghi — ma nulla, tuttavia, di sicuro che possa rivelare immediatamente l’inganno.
L’unico modo per capire davvero chi c’è dall’altra parte è incontrarsi, almeno con una chiamata o una videochat. Restare per troppo tempo nella fase dei messaggi “velati” dalla sola identità digitale, può trasformare una conoscenza promettente in un’illusione.
In un mondo dove la tecnologia è sempre più parte della vita quotidiana, è importante ricordare ai giovani che le connessioni più vere nascono da ciò che è reale: uno sguardo, una voce, un’emozione condivisa.
Gli strumenti digitali dovrebbero aiutare a comunicare meglio, ma non possono sostituire le relazioni, come purtroppo accade per molti giovani, che rischiano di restare prigionieri nella distanza e irrealtà creata dalla rete.
L’educazione digitale guidata dagli adulti dovrebbe, in altre parole, puntare da un lato a far sviluppare loro competenza e sensibilità nell’uso della tecnologia e del suo linguaggio, dall’altro a spingerli a fare un passo indietro e a uscire più spesso da quel mondo, per fare esperienza di quello reale che potrà consentire loro di costruire una vera vita sociale.






