Tutti si ricordano cosa possa significare essere un adolescente a scuola, quanto possa pesare sentire di essere parte, oppure esserne esclusi, della gerarchia sociale scolastica. In classe si trovano spesso insieme i ragazzi “popolari”, i solitari e quelli che passano da un gruppo di amici all’altro.

Queste gerarchie non sono solo un fenomeno passeggero. Le reti sociali e le posizioni che gli adolescenti occupano al loro interno possono influenzare la salute mentale e avere conseguenze di lungo termine sulla personalità anche adulta.
In uno studio recentemente pubblicato, i ricercatori hanno scoperto che tali dinamiche si collegano anche a uno dei problemi più gravi per la salute dei giovani di oggi: l’autolesionismo.
L’autolesionismo – cioè il ferirsi intenzionalmente – è piuttosto comune durante l’adolescenza. Anche se molti casi non vengono riportati, circa il 16%-22% degli adolescenti dichiara di essersi fatto del male almeno una volta. Colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5 e, insieme all’ideazione suicidaria e ai tentativi di suicidio, è oggi tra le cause più frequenti di accesso in urgenza ai servizi di Neuropsichiatria Infanzia e Adolescenza (NPIA).
Questo comportamento sembra in aumento, in particolare tra le ragazze, e rappresenta un rischio serio per la salute e il benessere mentale, fino a esiti fatali come il suicidio.
Le motivazioni possono essere molteplici. Alcuni adolescenti si autolesionano per alleviare un dolore emotivo concentrandosi su una sensazione fisica (aspetto intra-personale); altri, invece, lo fanno in risposta a fattori sociali, come le relazioni con i coetanei.
Possono essere influenzati dal comportamento degli altri o usare l’autolesionismo come mezzo di comunicazione del disagio. Le ricerche confermano che le relazioni tra pari sono fondamentali in adolescenza e giocano un ruolo significativo nei comportamenti autolesivi.
Fino a poco tempo fa, poche ricerche avevano analizzato il legame tra le reti di amicizie scolastiche e l’autolesionismo. Per colmare questa lacuna, lo studio Resilience, Ethnicity and Adolescent Mental Health (Reach) ha raccolto dati su 4.000 adolescenti di 12 scuole secondarie di Londra sud, analizzando la loro salute mentale e le reti sociali nel tempo. Si tratta del più grande e recente studio di coorte sulla salute mentale giovanile condotto in aree urbane multiculturali del Regno Unito.
Nella prima fase, che ha coinvolto ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, il 14% ha dichiarato di aver “provato a farsi del male o a ferirsi”. Gli studenti hanno anche indicato i propri amici all’interno dell’anno scolastico, fornendo così la prima base di dati britannica che unisce informazioni su autolesionismo e reti di amicizie scolastiche.
Attraverso l’analisi delle reti sociali, i ricercatori hanno “mappato” le connessioni di amicizia e calcolato diverse misure per rappresentare la posizione sociale dei giovani. Queste includevano la popolarità (quante persone ti nominano come amico), la funzione di “ponte” tra gruppi scollegati, e l’isolamento sociale (avere uno o nessun amico). È stato inoltre analizzato se gli amici di un adolescente si fossero autolesi e in che modo tutto ciò si collegasse ai comportamenti autolesivi.
I risultati hanno mostrato che sia il tipo di amici scelti sia il modo in cui si è connessi a loro influenzano il rischio di autolesionismo.

Quasi la metà degli adolescenti aveva almeno un amico che si era autoleso, e ciò aumentava la probabilità di comportamenti simili, suggerendo un possibile effetto di influenza tra pari.
Alcune posizioni sociali si sono rivelate protettive, altre rischiose. Tra le posizioni rischiose figuravano l’isolamento sociale, ma anche, in parte, la popolarità e il ruolo dei cosiddetti “in-betweener” (chi fa da ponte tra gruppi diversi).
Essere popolari può comportare forti pressioni sociali, mentre il fare da collegamento tra gruppi può risultare emotivamente stancante.
Le posizioni più protettive includevano invece la sociabilità (indicare molti amici) e l’appartenenza a gruppi coesi, in cui gli amici sono anche amici tra loro. Tuttavia, i legami più forti emersi dallo studio erano tra isolamento sociale e avere amici che si autolesionano.
Gli studiosi hanno verificato se ci fossero differenze tra ragazzi e ragazze, ipotizzando effetti più forti per le seconde. Tuttavia, non sono emerse grandi differenze, suggerendo che le reti sociali influenzano l’autolesionismo in modo simile tra i generi.
È importante sottolineare che i dati sono stati raccolti in un singolo momento, quindi si tratta di associazioni, non di causalità: non è possibile stabilire se le reti sociali portino all’autolesionismo o se sia l’autolesionismo a modificarle.
Lo studio mette in luce che l’autolesionismo è una sfida cruciale per la salute degli adolescenti e che considerare le reti sociali scolastiche può essere essenziale per affrontarla.
Questo comportamento non va compreso in isolamento, ma come parte di un sistema di relazioni che può influenzarlo o amplificarlo.
Infine, poiché sia la connessione (avere amici che si autolesionano) sia la disconnessione (essere isolati) sono collegate al fenomeno, è chiaro che serve un approccio multiplo alla prevenzione. Non basta concentrarsi sugli isolati: occorre anche analizzare le dinamiche dei gruppi di amicizia e capire come l’autolesionismo di alcuni possa incidere sull’intera rete sociale.
In definitiva, le relazioni tra pari durante l’adolescenza hanno un impatto profondo e duraturo sulla salute mentale. Comprendere meglio le reti sociali dei giovani significa poterli sostenere in modo più efficace nel loro benessere emotivo.





