L’intelligenza artificiale è sempre più presente nella vita di tutti e in particolare dei più giovani, che sono cresciuti in un mondo digitalizzato e ipertecnologico. Le piattaforme online aiutano a scrivere email, consigliano film, elaborano testi, leggono esami medici e arrivano anche a diagnosticare malattie. Eppure, non tutti la accettano con entusiasmo e in molti rimane un comprensibile sospetto.

Alcuni trovano l’ intelligenza artificiale interessante e utile, mentre altri si sentono a disagio, sfiduciati o perfino raggirati.
Il motivo non è solo legato a come funziona l’intelligenza artificiale, spiegano i ricercatori, ma soprattutto a come viene percepita. Non capire bene come prende decisioni questa tecnologia fa sentire insicuri e diffidenti.
I più giovani sembrano più disposti a fidarsi e corrono rischi di manipolazione oltre che di pericolose scorciatoie nei loro percorsi di apprendimento e crescita cognitiva, scaricando le “fatiche” scolastiche sui chabot. Alcuni di loro mantengono però un “salutare” sospetto.
Gli strumenti tradizionali sono chiari nel loro funzionamento. Si accende un’automobile e questa è in condizioni di partire, si preme un pulsante e dopo un po’ arriva un ascensore. L’intelligenza artificiale, invece, sembra ancora una scatola nera: si inseriscono domande e si ottengono una risposta, senza sapere cosa succede dentro.
Questo genera una sensazione di disagio perché, spiegano gli psicologi, è naturale per gli esseri umani voler avere la possibilità di capire le cause di quello che accade e di poter chiedere spiegazioni.
Quando questo non è possibile, ci si sente impotenti. Ecco perché spesso si preferisce affidarsi a decisioni e spiegazioni “umane”, anche se a volte gli interlocutori, anche esperti, possono sbagliare, piuttosto che a un algoritmo.
In più, capita di proiettare emozioni e intenzioni umane sull’ intelligenza artificiale, anche sapendo che non è un essere vivente: quando un programma risponde in modo troppo gentile o sembra invadente, possiamo percepirlo come inquietante o manipolatorio, anche se non ha coscienza.
Molti giovani cadono nel trucco, altri invece riescono a provare il fastidio di una possibile manipolazione.
Un altro aspetto, spiegano gli psicologi, è che si è naturalmente più tolleranti con gli errori umani rispetto a quelli delle macchine. Se una persona sbaglia, si cerca di capire e si può accettarlo, ma se un algoritmo fa un errore, soprattutto quando ci si aspetta che sia perfetto e imparziale, ci si può sentire traditi.

La differenza, a livello psicologico, sta nelle aspettative: ci si aspetta che le macchine siano logiche e precise, e quando non lo sono, la delusione è più forte.
Per molti, l’intelligenza artificiale rappresenta anche una minaccia all’identità. Artisti, insegnanti, avvocati e tanti altri vedono queste tecnologie come una sfida e un pericolo per i loro talenti e alle loro competenze. È la paura di perdere il proprio ruolo e la propria unicità che può scatenare resistenza e sfiducia, una forma di difesa e di resistenza psicologica.
Inoltre, continuano gli psicologici, la fiducia umana si basa su segnali emotivi: lo sguardo, il tono di voce, le esitazioni.
L’intelligenza artificiale non possiede questi elementi, e questo crea un senso di freddezza o di sospetto, simile a quello che si prova con cose molto vicine all’umano ma non del tutto, e proprio per questo ancora più inquietanti.
Infine, concludono i ricercatori, la diffidenza verso l’intelligenza artificiale non è sempre ingiustificata. Gli algoritmi spesso riflettono pregiudizi delle persone che li hanno creati e possono portare a dei risultati non equilibrati, “tendenziosi”.
Non basta, in sostanza, dire di “fidarsi” della tecnologia, nel caso dell’intelligenza artificiale, poiché la fiducia si costruisce con trasparenza, possibilità di verificare le decisioni e considerazione per chi usa una certa tecnologia, come indicano anni e anni di “attenzione al cliente” in rapporto alla qualità dei prodotti.
Solo quando avverrà questo anche per l’intelligenza artificiale, concludono gli esperti, questa potrà passare dall’essere vista come una misteriosa “scatola nera” a essere considerata uno strumento con cui interagire e di cui avvalersi senza più diffidenze.





