Negli ultimi anni il tema della solitudine è tornato con forza al centro dell’attenzione pubblica, con particolare riferimento e preoccupazione per i giovani adulti. Si è parlato addirittura di un’“epidemia” di isolamento con effetti significativi sul loro benessere psicologico e fisico.

Di fronte a questo modo di presentare il problema si rischia spesso di assumere un’immagine unilaterale: giovani sempre più soli, sempre più distaccati, sempre più incerti. Un grande studio condotto su oltre 4.800 americani racconta una storia più complessa e per certi versi molto più interessante.
Questa ricerca mostra infatti che i giovani adulti—quelli che vivono la fase denominata “emerging adulthood”, tra i 18 e i 29 anni—non sono solo più soli. Sono anche più connessi. E, soprattutto, vivono una condizione che gli autori definiscono di “ambivalenza sociale”: alti livelli di benessere sociale e, allo stesso tempo, alti livelli di malessere sociale. È come se la loro esperienza relazionale oscillasse continuamente tra entusiasmo e smarrimento, tra abbondanza di amicizie e mancanza di stabilità.
Una socialità rilevante, ma fragile
Il primo dato che colpisce in questa ricerca è che i giovani adulti riportano livelli elevati di connessione, compagnia, supporto percepito e numero di amici.
In altre parole, incontrano molte persone, intrecciano molte relazioni, vivono una quotidianità ricca di interazioni significative, legate al lavoro, agli interessi, allo studio. Nonostante ciò, si sentono soli più spesso degli adulti di mezza età e degli anziani.
Questa convivenza apparentemente contraddittoria passa attraverso un meccanismo ben descritto dagli autori della ricerca: la solitudine non nasce dall’assenza di legami, ma dall’assenza di continuità.
La giovinezza è infatti il periodo della vita più segnato dai cambiamenti: si inizia o si conclude un percorso di studi, si trasloca, si sperimentano lavori diversi, si intrecciano relazioni che si trasformano rapidamente, si rompono equilibri e se ne aprono di nuovi. Tutto questo, da un lato, moltiplica le occasioni di incontro; dall’altro, impedisce che queste occasioni si trasformino in routine, abitudini, relazioni consolidate.
È la struttura stessa dell’esperienza, più che la quantità dei legami, a determinare la percezione di solitudine.
Gli autori parlano di ontological security, la “sicurezza ontologica”, un concetto elaborato dal sociologo Anthony Giddens: la sensazione, per ciascuno di noi, che il mondo sia stabile, prevedibile, comprensibile. Questa sicurezza nasce dal ripetersi dei gesti quotidiani, dal riconoscere gli stessi volti nei medesimi luoghi, dall’avere relazioni che durano nel tempo.
Per i giovani adulti, invece, l’esistenza è fatta di deviazioni continue, di inizi e di finali, di relazioni che fioriscono rapidamente e altrettanto rapidamente svaniscono.
In questo senso, la solitudine dei giovani non è un vuoto, ma un eccesso: un eccesso di movimento, un eccesso di possibilità, un eccesso di novità. È lo spaesamento di chi si sente continuamente in viaggio verso una vita che non ha ancora preso forma definitiva.
L’ambivalenza: la condizione sociale più diffusa
Uno degli aspetti più rivelatori dello studio è che la maggior parte del campione—quasi due terzi degli intervistati—ricade nel sottogruppo definito “ambivalente”: persone che vivono contemporaneamente un forte benessere sociale e un discreto malessere sociale.
Il fenomeno non riguarda quindi solo i più giovani, anche se tra loro è più comune. Riguarda un’intera società in costante trasformazione.
Le persone del gruppo ambivalente hanno molte amicizie, provano soddisfazione nelle relazioni che mantengono e hanno la percezione di poter stringere nuovi legami con facilità. Allo stesso tempo, però, vivono più cambiamenti degli altri, perdono contatto più spesso con i vecchi amici e sperimentano livelli di stress solo moderati, forse perché si sono abituate alla mutabilità come condizione normale.
È interessante notare che questo profilo è anche più femminile: le donne tendono a investire molto nella qualità delle relazioni e a percepire con maggiore intensità i momenti di lontananza o discontinuità.
Un’aspettativa relazionale più alta può tradursi in una vulnerabilità maggiore, soprattutto in un periodo in cui la continuità è difficile da garantire.

La stabilità come forma di benessere
All’estremo opposto dello spettro si colloca il gruppo più socialmente “sano”, caratterizzato da alti livelli di benessere e bassi livelli di malessere. Qui ritroviamo persone più adulte, con meno cambiamenti recenti, meno stress e uno stile di vita più stabile. È il regno del “business as usual”, come scrive Giddens: non un’assenza di relazioni, ma la presenza di routine.
È significativo che queste persone abbiano, in media, meno amici dei giovani adulti. Il loro benessere non deriva dalla quantità delle relazioni, ma dalla loro solidità. E, soprattutto, dalla loro prevedibilità. Le relazioni diventano punti fermi, strutture portanti dell’esperienza quotidiana.
Solitudini diverse, storie diverse
All’altro estremo, il gruppo con il più alto malessere sociale e il più basso benessere è composto da persone meno istruite, più stressate e più isolate.
Qui solitudine e mancanza di relazione coincidono, in modo più netto. Questo gruppo rivela un’altra faccia della solitudine: quella strutturale, spesso legata a condizioni socioeconomiche difficili che limitano la possibilità di coltivare relazioni stabili.
Giovani soli o giovani in transizione? La conclusione dello studio ribalta la narrativa dominante: non si può comprendere la solitudine dei giovani adulti osservandola come un problema individuale. È, piuttosto, un fenomeno legato a una fase della vita sempre più lunga e sempre meno definita.
Molti dei “traguardi” tradizionalmente associati all’età adulta—lavoro stabile, casa propria, famiglia, relazioni durature — vengono raggiunti sempre più tardi, o non vengono raggiunti affatto. Questo prolungamento dell’incertezza espone molti giovani a una forma di vulnerabilità relazionale che convive con una grande ricchezza sociale.
Non sono soli perché non hanno relazioni; sono soli perché le loro relazioni non hanno ancora un luogo dove fermarsi.
In un’epoca in cui i percorsi di vita sono diventati multipli e personalizzati, questa ambivalenza potrebbe diventare la condizione dominante. Riconoscerla, spiegano i ricercatori, significa capire che la solitudine non è un fallimento personale, ma un effetto collaterale di una società in movimento.
Significa anche valorizzare il fatto che i giovani, pur tra mille cambiamenti, costruiscono reti dense, cercano sostegno reciproco e inventano nuove forme di famiglia e comunità.
In fondo, la domanda da porsi non è se i giovani siano più soli, concludono gli autori dello studio. La domanda è se la nostra società sia in grado di offrire loro non solo connessioni, ma continuità; non solo incontri, ma radicamenti; non solo possibilità, ma punti fermi. Perché la vera cura della solitudine non è aggiungere contatti, ma costruire routine che diano forma e stabilità alle relazioni.






