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I social network vengono spesso raccontati come luoghi di conflitto, generatori di dipendenza e di interazioni superficiali, dalla cui frequentazione derivano spesso malumore e malessere, se non ansia e depressione. Eppure, per molti adolescenti e giovani adulti, lo spazio digitale è anche un ambiente quotidiano in cui si costruiscono relazioni positive, si offre sostegno e si prende posizione su ciò che conta.

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Il bene, oggi, passa sempre più spesso dallo schermo di uno smartphone. Lo afferma un gruppo di ricercatori, che in uno studio di recente pubblicazione hanno esplorato proprio questa dimensione meno visibile ma cruciale della vita online: i comportamenti prosociali in adolescenza e nella prima età adulta.

Gli psicologi dello sviluppo sanno da tempo che l’adolescenza è una fase decisiva per imparare a prendersi cura degli altri e a sentirsi parte di una comunità più ampia. Tradizionalmente, questi processi sono stati studiati soprattutto offline: aiutare un amico, sostenere un familiare, impegnarsi nel volontariato. Ma negli ultimi quindici anni lo scenario è cambiato radicalmente. Messaggi, chat, storie e post sono diventati canali imprescindibili attraverso cui i giovani esprimono empatia, solidarietà e impegno civico.

Capire come e quando questi comportamenti emergono online è essenziale per comprendere lo sviluppo sociale delle nuove generazioni, questo l’intento dei ricercatori.

Lo studio ha coinvolto quasi mille ragazze e ragazzi tra i 12 e i 24 anni, seguendoli in una fase della vita segnata da grandi trasformazioni identitarie e relazionali. L’obiettivo non era semplicemente contare quante “buone azioni” avvengono online, ma distinguere forme diverse di prosocialità digitale e osservare come variano con l’età e con il genere.

Da questo lavoro emerge una distinzione fondamentale, tanto semplice quanto potente: da una parte il sostegno emotivo online, dall’altra l’attivismo online.

Il sostegno emotivo online riguarda i gesti quotidiani di cura rivolti a persone conosciute: un messaggio per consolare un’amica, parole di incoraggiamento dopo una giornata difficile, la disponibilità ad ascoltare qualcuno che sta male. È una prosocialità intima, relazionale, spesso privata, che risponde al bisogno di appartenenza e vicinanza.

L’attivismo online, invece, ha uno sguardo più ampio: significa condividere informazioni su cause sociali, prendere posizione contro le ingiustizie, difendere qualcuno vittima di attacchi online, parlare di clima o diritti. È un comportamento più pubblico, orientato al cambiamento sociale e al senso di efficacia personale.

Queste due forme di fare del bene online sono collegate, ma non coincidono. Lo studio mostra che misurarle separatamente è fondamentale per capire davvero cosa accade nella vita digitale dei giovani.

Chi offre spesso sostegno emotivo online tende anche a essere generoso offline, soprattutto con gli amici. Non si tratta solo di parole: nei giochi economici utilizzati dai ricercatori, queste persone erano più propense a condividere risorse con qualcuno di vicino. L’attivismo online, invece, racconta un’altra storia. È meno legato alla generosità verso i pari conosciuti e più connesso all’uso intenso dei social media, come se richiedesse una presenza costante negli spazi pubblici digitali.

Un altro risultato centrale riguarda le differenze di genere. Le ragazze, in media, riferiscono livelli più alti di sostegno emotivo online. Questo dato rispecchia quanto già noto nel mondo offline: fin dall’infanzia, le ragazze vengono spesso socializzate a esprimere empatia, cura e attenzione alle relazioni. Online, queste tendenze non scompaiono, ma trovano nuovi canali di espressione. Il digitale non cancella le differenze di genere, piuttosto le riorganizza.

I ragazzi, invece, mostrano livelli leggermente più alti di attivismo online. Anche qui, il risultato non va letto in modo semplicistico. L’attivismo digitale implica esporsi, prendere parola in pubblico, affrontare il rischio di critiche o disapprovazione. Sono comportamenti che, culturalmente, vengono più spesso incoraggiati nei maschi, associati all’idea di appartenenza e azione.

La differenza non è enorme, ma sufficiente a suggerire che online si riflettano – almeno in parte – modelli di socializzazione più ampi.

Ancora più interessante, sottolineano gli studiosi, è osservare come questi comportamenti cambiano con l’età. Il sostegno emotivo online resta relativamente stabile nelle ragazze lungo l’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta. Nei ragazzi, invece, segue una curva particolare: cresce e raggiunge un picco nella tarda adolescenza, intorno ai 17–18 anni, per poi diminuire. È come se, in quel momento, i ragazzi sperimentassero una finestra privilegiata di apertura emotiva e attenzione alle relazioni.

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L’attivismo online segue una traiettoria diversa. È più frequente nelle età più giovani e tende a diminuire con il passare degli anni, sia nei ragazzi sia nelle ragazze. Questo dato può sorprendere, soprattutto se pensiamo ai giovani adulti come più consapevoli e politicamente informati. Ma l’attivismo online adolescenziale ha caratteristiche specifiche: spesso è impulsivo, reattivo, legato all’indignazione del momento e facilitato dalla struttura stessa dei social, che premiano la condivisione rapida e la visibilità. Con l’età, molti giovani potrebbero spostare il loro impegno verso forme diverse di partecipazione o diventare più selettivi nel prendere posizione pubblicamente.

Un aspetto cruciale dello studio è il legame tra online e offline

I comportamenti prosociali digitali non sembrano sostituire quelli faccia a faccia, ma piuttosto intrecciarsi con essi. Chi è prosociale online tende a esserlo anche offline, soprattutto nella sfera delle relazioni strette. Allo stesso tempo, non tutte le forme di prosocialità online hanno lo stesso significato psicologico. Il sostegno emotivo appare radicato in disposizioni relazionali stabili, mentre l’attivismo online sembra più sensibile al contesto, alle piattaforme e all’intensità dell’uso dei social.

È importante notare anche ciò che non emerge: i comportamenti prosociali online non sono associati all’aggressività. Questo dato sfida una narrazione diffusa secondo cui chi è molto attivo online oscillerebbe facilmente tra aiuto e ostilità. Al contrario, la prosocialità digitale appare come una dimensione distinta, non semplicemente l’altra faccia di comportamenti problematici.

Naturalmente, scrivono gli autori, lo studio ha dei limiti. È stato condotto in un contesto specifico, durante il periodo della pandemia, e si basa in gran parte su autovalutazioni. Inoltre, l’attivismo online è stato misurato con pochi indicatori, necessariamente semplificati. Ma proprio per questo i risultati vanno letti come un punto di partenza, non come una conclusione definitiva. La vita morale online dei giovani è più ricca e sfaccettata di quanto spesso immaginiamo.

Le implicazioni pratiche sono rilevanti. Se vogliamo promuovere ambienti digitali più sani, non basta ridurre i rischi: occorre valorizzare e sostenere le competenze prosociali. Programmi educativi e iniziative di alfabetizzazione digitale potrebbero aiutare i ragazzi a riconoscere il valore del sostegno emotivo online e a trasformare l’attivismo digitale in un impegno consapevole e sostenibile. Le piattaforme stesse potrebbero fare di più per rendere visibili e premianti le interazioni di cura, non solo quelle conflittuali o sensazionalistiche.

In definitiva, questo studio invita a cambiare prospettiva. Gli adolescenti non sono semplicemente utenti passivi o vittime dei social media. Sono anche attori morali, capaci di empatia, solidarietà e impegno, che utilizzano gli strumenti digitali per rispondere a un bisogno profondo: contribuire alla vita degli altri e della società. Riconoscere e comprendere queste dinamiche è un passo fondamentale per accompagnarli nella crescita, online e offline.


Riferimento bibliografico

Suzanne van de Groep, Ilse H. van de Groep, Eveline A. Crone.
Online prosocial behaviors in adolescence and young adulthood:
Differential age and gender patterns for online emotional support and online activism
.
Computers in Human Behavior Reports (2026).

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