È una concezione diffusa che la capacità di affrontare e superare eventi traumatici o periodi di difficoltà sia un tratto individuale di personalità, che possa eventualmente essere rafforzato da interventi specifici ma sempre aventi di mira il singolo. Non appartiene piuttosto alla comunità più in generale questa forza che protegge dalle avversità?

È quello che sostiene uno studio di recente realizzazione, Resilience is action taken together, il quale rivela che la resilienza non è un tratto individuale ma un impegno condiviso tra giovani e adulti, volta ad esempio a contrastare il suicidio giovanile, quarta causa di morte tra i bambini e seconda tra gli adolescenti in Canada.
Attraverso dialoghi profondi con 31 partecipanti – dai ragazzi di scuola ai fornitori di servizi – emerge un'idea rivoluzionaria: le comunità resilienti si costruiscono coltivando appartenenza, connessione e un clima sociale positivo, spostando l'attenzione da interventi individuali a strategie collettive da realizzarsi “a monte”.
Un dialogo che rompe il silenzio
Immaginate, indicano i ricercatori, di sedervi intorno a un tavolo virtuale, con forbici e riviste in mano, per creare collage che rappresentino la resilienza. È così che gli studiosi del progetto CLARITY, in British Columbia, hanno coinvolto giovani tra i 15 e i 25 anni, adulti empatici e professionisti della salute mentale.
"La resilienza non è una frase, è un'azione continua che richiede lo sforzo di tutti" ha affermato un ragazzo, evocando l'arte giapponese del Kintsugi: vasi rotti riparati da molte mani, simbolo di forza rinata dalla cura collettiva.
Questi dialoghi, guidati da pedagogie critiche, hanno centrato le voci dei giovani, spesso escluse da ricerche che li dipingono come "portatori di rischio" invece che come persone che hanno esperienza di contesti complessi.
I partecipanti hanno descritto comunità resilienti come spazi dove il senso di appartenenza persiste oltre momenti occasionali, dove ci si sente "visti" e parte di un gruppo che sostiene tutti.
Giovani e adulti in questi ultimi anni hanno condiviso storie di gioia e attività realizzate in gruppo ma anche periodi di isolamento amplificato dalla pandemia, con pressioni scolastiche e crisi internazionali che hanno spento l’ottimismo.
"Trovare la “tua” gente rende lo stress meno opprimente" riflette un giovane partecipante allo studio, sottolineando come l'assenza di appartenenza – gerarchie scolastiche, meme esclusivi sui social – generi solitudine corrosiva.
Genitori e operatori hanno confessato la loro stessa “fame di comunità”, sentendosi isolati nel supportare i figli in un mondo molto cambiato, dove la vergogna impedisce in molti casi di chiedere aiuto.
Relazioni e contatti che costruiscono speranza
La connessione emerge quando esistono interazioni reali, in luoghi e tempi specifici, che rinforzano l'appartenenza in un clima percepito come accogliente.
I giovani, sostengono i ricercatori, desiderano avere relazioni a livello intergenerazionale: non consigli calati dall'alto, ma collaborazioni dove le loro idee contano, contro l'idea che l’essere più giovani sia solo "una fase" da non prendere in eccessiva considerazione.

I social media sono una lama a doppio taglio, offrono conforto ma producono anche un senso di alienazione in chi non ne padroneggia con adeguato distacco le dinamiche, spesso aggressive, e il rischio che comportano di isolamento dal mondo fisico.
"Il mio unico compito è far incontrare i miei figli con quanti più adulti premurosi possibile" confida una madre, immaginando spazi accoglienti con luci soffuse e piante, dove i giovani possono trovare adulti interessanti pronti ad ascoltare.
Adulti e giovani concordano: la resilienza si sviluppa in laboratori d'arte aperti, gite scolastiche o competizioni amichevoli, di danza o sportive, dove "essere se stessi" bilancia la vulnerabilità e produce un sano umorismo. La pandemia aveva interrotto queste reti, lasciando dietro di sé un senso di pressione scolastica e di solitudine, ma anche evidenziando il bisogno di spazi non giudicanti, accessibili senza qualificarsi come fragili e “bisognosi".
Un clima sociale che ripara le crepe
Il clima sociale, determinato anche dai messaggi e dai toni della politica oltre che dai comportamenti quotidiani di chi vive in una certa comunità, si percepisce e assorbe da ogni cosa che si vede attorno e, spesso, simboli e messaggi alimentano discriminazione e contrapposizioni.
I giovani nelle loro dichiarazioni per lo studio, denunciano una “tolleranza all'intolleranza”, chiusure e mancanza di comunicazione inter-generazionale e messaggi divisivi che erodono la fiducia, aggravati da crisi climatiche e costi della vita che minacciano il loro futuro.
Lo studio sposta il paradigma della prevenzione della cura: la resilienza diventa una possibile azione collettiva, misurabile a livello comunitario attraverso solidarietà e fattori sociali determinanti come la qualità dell'acqua o dell’aria, intrecciati a fattori relazionali che attraversa il genere, ridimensionano la distanza tra città e campagna.
Le comunità possono diventare, secondo i ricercatori, “laboratori” dove promuovere equità, dove prosperare insieme e prevenire traumi, creando benessere per tutti. Una nuova via plurale alla prevenzione della sofferenza e del malessere interiore individuale.






