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I social media sono ormai diventati uno spazio quotidiano di relazione, confronto e anche di costruzione e definizione dell’identità, soprattutto per i giovani adulti. Non si tratta più soltanto di piattaforme per condividere immagini o informazioni, ma di veri e propri “ambienti emotivi”, nei quali si cercano anche ascolto, riconoscimento e a volte conforto, per qualcosa di brutto o di doloroso che sia capitato.

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In questo scenario, una domanda cruciale attraversa il dibattito scientifico e pubblico: i social media aiutano davvero a stare meglio, oppure contribuiscono ad alimentare il disagio psicologico?

Lo studio di Renae A. Merrill e Chunhua Cao, pubblicato nel 2026 sulla rivista Psychiatry International, affronta questa questione concentrandosi su un tema specifico e spesso trascurato: il sostegno emotivo percepito attraverso i social media e la sua relazione con l’ansia e con alcuni tratti fondamentali della personalità.

Il lavoro, spiegano i ricercatori, si colloca all’interno di una letteratura ampia e talvolta contraddittoria, che negli anni ha associato l’uso dei social sia a esiti negativi, come l’aumento di ansia e depressione, sia a potenziali benefici legati al senso di connessione sociale.

L’ansia, ricordano gli autori, è oggi una delle principali cause di disabilità a livello globale e colpisce in modo particolare i giovani adulti, spesso già dall’adolescenza. Non è un fenomeno isolato, ma si intreccia con difficoltà scolastiche, lavorative, relazionali e con un maggiore rischio di depressione e comportamento suicidario. Comprendere quali fattori possano attenuare o amplificare l’ansia è quindi una priorità non solo clinica, ma anche sociale.

In questo contesto, il sostegno emotivo rappresenta da tempo un fattore protettivo riconosciuto. Tradizionalmente studiato nelle relazioni faccia a faccia, il sostegno emotivo include l’essere ascoltati, compresi e rassicurati. La novità è chiedersi se queste stesse dinamiche possano operare anche negli spazi digitali, dove la comunicazione è mediata da schermi, algoritmi e tempi asincroni.

Per rispondere a questa domanda, Merrill e Cao hanno analizzato i dati di un ampio campione nazionale statunitense composto da oltre 2400 giovani tra i 18 e i 30 anni. Ai partecipanti è stato chiesto di valutare il proprio livello di ansia recente, il grado di sostegno emotivo percepito sui social media e alcuni tratti della personalità secondo il noto modello dei Big Five: apertura all’esperienza, coscienziosità, estroversione, gradevolezza e nevroticismo.

I risultati offrono uno spunto di riflessione tutt’altro che scontato, sottolineano gli autori. Contrariamente a una delle ipotesi iniziali, un maggiore sostegno emotivo percepito sui social è associato a livelli più bassi di ansia.

In altre parole, chi sente di poter trovare ascolto e comprensione attraverso le piattaforme digitali tende a riportare meno sintomi ansiosi. Questo dato suggerisce che i social media non sono necessariamente un fattore di rischio in sé, ma possono funzionare, in alcune condizioni, come una risorsa.

L’associazione risulta particolarmente marcata nelle donne. All’aumentare dell’ansia, il sostegno emotivo percepito sui social diminuisce in entrambi i generi, ma il legame è più forte nel campione femminile. Questo indica che per molte giovani donne il sostegno emotivo online può avere un ruolo più centrale nel vissuto psicologico, forse anche in relazione a modelli di socializzazione che incoraggiano maggiormente l’espressione emotiva e la ricerca di supporto.

Lo studio non si limita però a osservare il legame tra social e ansia, ma esplora anche il ruolo della personalità. Qui emergono differenze interessanti. I partecipanti più aperti all’esperienza, più estroversi e più orientati alla cooperazione e all’empatia tendono a percepire un maggiore sostegno emotivo sui social media. Al contrario, livelli più elevati di coscienziosità – un tratto associato all’autodisciplina, all’ordine e al controllo – risultano collegati a una minore percezione di supporto.

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Questi dati suggeriscono che non tutti vivono i social allo stesso modo. Le piattaforme digitali non offrono un’esperienza uniforme, ma vengono interpretate e utilizzate attraverso le lenti della personalità. Chi è più estroverso e aperto potrebbe essere più incline a interagire, condividere e costruire reti di supporto, mentre chi è più rigido o orientato al controllo potrebbe vivere gli stessi spazi come meno accoglienti o meno utili sul piano emotivo.

Particolarmente interessante è il caso del nevroticismo, tradizionalmente associato a maggiore ansia e vulnerabilità emotiva. In questo studio, il nevroticismo non mostra una relazione significativa con il sostegno emotivo percepito sui social. Una possibile interpretazione è che le persone con alti livelli di nevroticismo tendano a interpretare le interazioni online in modo più negativo o ambivalente, rendendo il sostegno meno efficace o meno riconoscibile.

Gli autori sottolineano con chiarezza i limiti della ricerca. Si tratta di uno studio trasversale, basato su questionari autoriferiti, che non consente di stabilire un nesso causale. Non sappiamo se il sostegno emotivo sui social riduca l’ansia o se, al contrario, sia l’ansia a influenzare la percezione del sostegno. Inoltre, il campione riguarda esclusivamente giovani adulti e i risultati non possono essere automaticamente estesi a adolescenti o a persone più adulte.

Nonostante questi limiti, lo studio contribuisce a superare una visione semplicistica e polarizzata dei social media come “buoni” o “cattivi”. Piuttosto, emerge l’idea che il loro impatto dipenda da come vengono vissuti, dal contesto relazionale e dalle caratteristiche individuali. Il sostegno emotivo online può diventare una risorsa reale, soprattutto quando si integra – e non sostituisce – le relazioni offline.

I ricercatori spiegano che, dal punto di vista applicativo, i risultati invitano a ripensare gli interventi di educazione digitale e di promozione della salute mentale. Invece di demonizzare l’uso dei social, potrebbe essere più utile insegnare a riconoscere e coltivare forme di interazione empatica, autentica e solidale anche negli ambienti digitali.

In un’epoca in cui una parte crescente delle relazioni passa attraverso gli schermi, imparare a dare e ricevere sostegno emotivo online potrebbe rappresentare una competenza psicologica fondamentale.

Lo studio di Merrill e Cao apre quindi una prospettiva equilibrata e complessa: i social media non sono soltanto luoghi di esposizione e confronto, ma possono diventare spazi di cura, a patto di comprenderne i meccanismi e i limiti. In questa direzione, concludono gli autori, ulteriori ricerche longitudinali saranno essenziali per chiarire come queste dinamiche evolvano nel tempo e come possano essere orientate a favore del benessere psicologico.


Riferimento bibliografico

Merrill, R. A., & Cao, C..
Associations Between Young Adult Emotional Support
Derived from Social Media, Personality Structure, and Anxiety
.
Psychiatry International (2026).

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