Entrare nel mondo del lavoro non è mai stato semplice, ma per molti giovani adulti di oggi il passaggio dagli studi all’occupazione stabile somiglia sempre più a un percorso accidentato, segnato da contratti temporanei, incertezze e forte competizione.

Non tutti, però, partono dallo stesso punto. C’è chi può contare su reti familiari, risorse economiche e titoli riconosciuti; c’è chi invece deve accettare qualsiasi impiego pur di pagare l’affitto; e c’è chi attribuisce il proprio percorso alla “fortuna”, come se il successo o l’insuccesso dipendessero soprattutto dal caso.
In Italia, l'occupazione complessiva è ai massimi storici (tasso al 62,6-62,7% a fine 2025), ma i giovani adulti mostrano trend negativi con cali nel tasso di occupazione e aumenti di inattività e precarietà. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) oscilla intorno al 19-20,5% nei dati 2025, tra i più alti in UE. Circa 1,4 milioni di NEET (15-29 anni) non lavorano né studiano.
Il 34% dei giovani under 35 ha contratti non standard (tempo determinato, collaborazioni occasionali, partite IVA parasubordinate), contro il 15% degli adulti; oltre il 40% per le donne.
Uno studio qualitativo pubblicato su Equality, Diversity and Inclusion: An International Journal nel 2026, condotto da Meghan Crouch e colleghi dell’Institute for Work & Health di Toronto, ha indagato la questione delle difficoltà dei giovani a trovare un lavoro soddisfacente e ha messo in luce che non solo le disuguaglianze esistono, ma vengono anche raccontate e interpretate in modi profondamente diversi dai giovani stessi. Attraverso 47 interviste a giovani tra i 18 e i 35 anni residenti in Ontario (Canada), appartenenti a gruppi sociali diversi per genere, origine etnica, orientamento sessuale, status migratorio, disabilità e livello socioeconomico, la ricerca ha indagato come essi “mettono in parola” le loro prime esperienze lavorative.
L’obiettivo non era misurare le disuguaglianze con statistiche, ma capire come vengono vissute e narrate. Il risultato è un quadro complesso, articolato attorno a tre grandi modalità discorsive: il privilegio, il bisogno e la fortuna.
Il privilegio riconosciuto (e talvolta taciuto)
Alcuni giovani adulti, in particolare uomini bianchi provenienti da contesti socioeconomici medio-alti, descrivono il proprio ingresso nel lavoro come facilitato da risorse disponibili fin dall’inizio. Non parlano necessariamente di “merito” o di talento personale, ma riconoscono di aver potuto contare su reti familiari, conoscenze, sostegno economico.
Un giovane consulente finanziario racconta di aver ottenuto il primo colloquio grazie ai contatti della famiglia. Un’altra partecipante, donna bianca con disabilità, sottolinea come il fatto di avere “soldi su cui contare” le abbia permesso di rifiutare impieghi in condizioni inaccettabili. In questi casi, il privilegio viene esplicitamente nominato: l’essere bianchi, l’avere accesso all’istruzione superiore, il poter contare su una famiglia solida diventano fattori riconosciuti di vantaggio.
Il privilegio, in queste narrazioni, non cancella eventuali ostacoli, come il sessismo o l’assenza di disabilità, ma li rende più gestibili grazie alla disponibilità di risorse. Una donna bianca che lavora nel settore finanziario riconosce di essere avvantaggiata dal punto di vista razziale, pur sapendo che il suo genere può rappresentare una barriera. Il privilegio, dunque, non è un’etichetta fissa: è una posizione relativa, che può convivere con altre forme di svantaggio.
Lo studio mostra che l’accesso a capitale economico, sociale e culturale continua a essere decisivo nelle transizioni iniziali verso il lavoro. Chi può permettersi tirocini non retribuiti, percorsi formativi costosi o trasferimenti geografici amplia enormemente il proprio ventaglio di opportunità. La possibilità stessa di “scegliere” è già un indicatore di privilegio.
Il bisogno: lavorare per sopravvivere
All’estremo opposto emergono le narrazioni del bisogno. Qui il lavoro non è uno spazio di realizzazione personale, ma una necessità immediata. Alcuni partecipanti – in particolare donne, persone non binarie, migranti, persone con disabilità o con responsabilità di cura – descrivono un percorso segnato da scelte obbligate.
Una madre single con disabilità racconta di sentirsi “bloccata” in lavori ripetitivi e mal pagati, perché senza laurea le alternative sono scarse. Una donna immigrata con una formazione da ingegnere nel Paese d’origine si vede costretta ad accettare un impiego nel servizio clienti perché le sue qualifiche non vengono riconosciute. In questi racconti, la necessità economica domina la scena.
Il bisogno riduce lo spazio dell’autonomia: non si tratta di scegliere il lavoro migliore, ma di accettare quello disponibile. La precarietà non è un passaggio temporaneo, ma una condizione strutturale che si autoalimenta. Bassi salari, contratti instabili e scarse reti di sostegno rendono più difficile migliorare la propria posizione.
Un caso emblematico è quello di un giovane con disabilità che mantiene due lavori: il primo, mal pagato ma con adeguamenti per la salute; il secondo, serale, per integrare il reddito. Lasciare il primo impiego significherebbe rischiare di non trovare un ambiente altrettanto accomodante. Qui il bisogno non è solo economico, ma anche legato alla sicurezza e alla salute.
Lo studio mette in luce come le identità si intersechino: essere donna, migrante e appartenente a una minoranza etnica può moltiplicare le barriere. L’approccio adottato dai ricercatori si ispira alla teoria dell’intersezionalità elaborata da Kimberlé Crenshaw, secondo cui le disuguaglianze non si sommano semplicemente, ma si intrecciano producendo effetti specifici. Non è la singola identità a determinare lo svantaggio, ma la loro combinazione all’interno di strutture di potere storicamente radicate.
La fortuna: tra normalizzazione della precarietà e invisibilità del privilegio
La terza modalità narrativa è forse la più sorprendente, spiegano gli studiosi: molti giovani, indipendentemente dalla loro posizione sociale, parlano del proprio percorso in termini di “fortuna”. Sono stato fortunato a trovare lavoro durante la pandemia. Sono stata fortunata a ottenere un contratto a tempo pieno. Sono fortunata ad avere questo tirocinio.
Questa retorica della fortuna ha effetti ambivalenti. Da un lato, può mettere in discussione l’idea meritocratica secondo cui il successo dipende esclusivamente dall’impegno individuale. Riconoscere la fortuna significa ammettere che fattori esterni – il momento storico, le opportunità disponibili, le decisioni altrui – giocano un ruolo importante. In questo senso, il discorso della fortuna incrina il mito della meritocrazia assoluta, spiegano i ricercatori.

Dall’altro lato, però, la fortuna può diventare un modo per rendere invisibili sia il privilegio sia lo svantaggio. Chi gode di risorse familiari e opportunità formative tende talvolta a definirsi “fortunato” senza nominare il proprio vantaggio strutturale. Una giovane che può permettersi un costoso percorso universitario grazie ai risparmi accantonati dai genitori parla di sé come di una persona “fortunata”, ma non usa la parola “privilegio”. Così facendo, le condizioni strutturali che hanno reso possibile quella traiettoria restano sullo sfondo.
Allo stesso modo, giovani provenienti da contesti svantaggiati definiscono “fortunato” l’aver ottenuto un contratto temporaneo o precario. In questi casi, la fortuna diventa un linguaggio che normalizza la precarietà: ci si sente fortunati semplicemente per avere un lavoro, anche se instabile o mal retribuito. La soglia delle aspettative si abbassa.
In alcune interviste, la fortuna finisce persino per sminuire l’impegno personale. Una giovane donna che ha inviato candidature per tre anni prima di ottenere uno stage coerente con i suoi studi attribuisce il risultato alla fortuna, non alla perseveranza. Il lavoro invisibile della ricerca attiva, delle candidature ripetute, dell’accumulo di esperienze viene messo tra parentesi.
Oltre il mito della meritocrazia
Un aspetto rilevante emerso dallo studio è l’assenza, o la marginalità, del linguaggio meritocratico classico. I partecipanti non insistono sull’idea che “chi si impegna ce la fa”. Piuttosto, parlano di risorse, di vincoli, di fortuna. Il successo lavorativo appare come qualcosa di parzialmente fuori dal controllo individuale.
Questo non significa che l’impegno non conti, ma che viene percepito come insufficiente in un mercato del lavoro segnato da precarietà e competizione. In un contesto in cui anche i laureati faticano a trovare stabilità, la convinzione che basti il talento personale perde credibilità.
Lo studio suggerisce che i giovani adulti sono consapevoli – in modo più o meno esplicito – delle strutture che influenzano le loro traiettorie. Tuttavia, il modo in cui le nominano varia: alcuni parlano di privilegio, altri di bisogno, altri ancora di fortuna. Ogni linguaggio illumina certi aspetti e ne oscura altri.
Implicazioni e prospettive
Comprendere come i giovani raccontano il proprio ingresso nel lavoro non è un esercizio puramente teorico, sottolineano i ricercatori. Le narrazioni influenzano le aspettative, le scelte e anche le politiche pubbliche. Se la precarietà viene percepita come “normale” o come frutto del caso, diventa più difficile rivendicare cambiamenti strutturali.
Gli autori sottolineano l’importanza di programmi di supporto che tengano conto delle identità e delle condizioni sociali dei giovani nella fase iniziale della carriera. Non tutti hanno bisogno delle stesse risorse, e trattare le disuguaglianze come questioni individuali rischia di rafforzarle.
Le transizioni lavorative non sono semplicemente tappe biografiche: sono snodi in cui si consolidano vantaggi e svantaggi destinati a durare nel tempo. Le difficoltà incontrate all’inizio possono avere effetti “cicatriziali” lungo l’intera vita lavorativa.
In definitiva, concludono gli autori, questo studio invita a guardare oltre le statistiche e ad ascoltare le parole con cui i giovani descrivono le proprie esperienze. È in quelle parole – privilegio, bisogno, fortuna – che si riflettono le tensioni di un mercato del lavoro sempre più diseguale.






