Negli ultimi anni la solitudine è uscita dall’ambito delle esperienze private per diventare una questione di salute pubblica. Un problema che riguarda anche i giovani. Indagini recenti indicano che quasi la metà dei giovani adulti italiani si sentono spesso soli e un adolescente su quattro addirittura sempre.

Organizzazioni internazionali, governi e sistemi sanitari considerano la solitudibe ormai un fattore di rischio comparabile ad altri determinanti sociali della salute. Da qui risulta importante chiedersi: gli interventi pensati per ridurre la solitudine funzionano davvero?
A questa domanda prova a rispondere una delle più ampie revisioni sistematiche mai condotte sul tema: Are Loneliness Interventions Effective for Reducing Loneliness? A Meta-Analytic Review of 280 Studies, pubblicata su American Psychologist. Il lavoro ha analizzato 280 studi quantitativi per valutare in modo rigoroso l’efficacia degli interventi contro la solitudine lungo tutto l’arco della vita.
Il risultato generale, affermano gli autori, è incoraggiante ma non trionfalistico: gli interventi contro la solitudine funzionano, ma con effetti di entità moderata e con una qualità delle prove ancora migliorabile.
Che cos’è davvero la solitudine?
La solitudine non coincide con l’isolamento sociale, spiegano gli studiosi. Una persona può avere pochi contatti e non sentirsi sola, oppure essere circondata da relazioni e vivere comunque un profondo senso di disconnessione. La definizione più influente descrive la solitudine come una risposta emotiva negativa alla discrepanza tra le relazioni sociali desiderate e quelle effettivamente vissute.
Questa distinzione è cruciale, perché implica che intervenire sulla solitudine non significa semplicemente “aumentare il numero di contatti”, ma affrontare percezioni, aspettative, competenze relazionali e qualità delle interazioni.
Le conseguenze della solitudine cronica sono ampiamente documentate: aumento del rischio di mortalità precoce, malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, depressione, ansia sociale, ideazione suicidaria, oltre a ricadute su rendimento scolastico e opportunità lavorative. Contrastare la solitudine significa quindi prevenire una cascata di esiti negativi per la salute fisica, mentale e sociale.
Perché serviva una nuova meta-analisi
Nel 2011 una meta-analisi di riferimento aveva esaminato 50 studi pubblicati tra il 1980 e il 2009, trovando effetti piccoli o moderati degli interventi. Da allora, però, il numero di ricerche è cresciuto in modo esponenziale, soprattutto dopo la pandemia.
Il nuovo studio pubblicato su American Psychologist rappresenta la prima revisione davvero comprensiva dopo oltre un decennio, includendo studi pubblicati fino al marzo 2024. Sono stati identificati 312 studi idonei, di cui 280 con dati sufficienti per essere inclusi nella meta-analisi quantitativa.
Questa scelta “inclusiva” permette di avere una visione ampia del campo, ma introduce anche un problema: non tutti gli studi hanno la stessa robustezza metodologica, affermano gli autori.
Gli interventi funzionano? I risultati principali
Effetti a breve termine
Dall’analisi condotta si riscontra in sintesi che gli interventi producono una riduzione reale e statisticamente significativa della solitudine nel breve periodo.
Tuttavia, l’eterogeneità tra gli studi è elevata. Gli intervalli di predizione mostrano che in alcuni contesti gli effetti possono essere molto benefici, mentre in altri possono risultare modesti o addirittura nulli. Questo significa, spiegano i ricercatori, che non esiste una “ricetta universale”.
Effetti a lungo termine
Un aspetto interessante è che gli effetti a medio termine (tra uno e sei mesi) risultano comparabili a quelli a breve termine. Non si osserva un rapido “svanire” dei benefici, almeno nei mesi immediatamente successivi alla conclusione degli interventi. È un dato incoraggiante, anche se mancano ancora studi con follow-up più lunghi.
Funzionano per tutte le età?
La meta-analisi ha distinto tre fasce d’età: 6-25 anni, 26-64 anni e 65+ anni.
Sorprendentemente, non sono emerse differenze statisticamente significative tra gruppi di età. Anche se negli anziani gli effetti appaiono talvolta leggermente più marcati, le differenze non raggiungono una significatività robusta.
Questo risultato suggerisce che la solitudine può essere affrontata efficacemente in ogni fase della vita, ma anche che non esiste un gruppo “privilegiato” che tragga benefici nettamente superiori.

Quali interventi funzionano meglio?
Gli autori hanno classificato gli interventi in cinque grandi strategie:
- interventi di supporto sociale (es. programmi di “befriending” o mentoring);
- interventi di ampliamento della rete sociale (es. gruppi, attività comunitarie);
- training di competenze sociali ed emotive;
- interventi psicologici (es. terapia cognitivo-comportamentale, mindfulness);
- psicoeducazione.
Il risultato più consistente riguarda gli interventi psicologici: sono quelli che mostrano gli effetti mediamente più elevati, soprattutto negli studi con gruppo di controllo. Questo dato è coerente con le teorie che vedono nella cognizione sociale – interpretazioni negative, ipervigilanza sociale, aspettative disfunzionali – un meccanismo chiave della solitudine cronica.
Gli interventi centrati esclusivamente sull’aumento delle occasioni sociali o sul supporto mostrano effetti più piccoli. Questo non significa che siano inutili, ma che modificare la quantità di interazioni non basta sempre a cambiare la qualità dell’esperienza soggettiva.
La psicoeducazione, in alcuni casi, mostra effetti ampi, ma questi risultati si ridimensionano quando si escludono studi anomali o metodologicamente deboli.
Meglio in gruppo o individuali? Digitali o in presenza?
Nei cosiddetti RCT (Randomized Controlled Trials, ovvero studi controllati randomizzati), gli interventi di gruppo tendono ad avere effetti maggiori rispetto a quelli individuali. Questo potrebbe dipendere dal fatto che il gruppo offre un contesto immediato di connessione reale, sperimentata “qui e ora”.
Quanto alla modalità di erogazione, il numero di interventi digitali è cresciuto rapidamente negli ultimi anni. La meta-analisi non mostra differenze drastiche tra interventi digitali e non digitali, ma l’eterogeneità è ampia. La tecnologia non è di per sé una soluzione, ma può rappresentare uno strumento utile se integrato in modo mirato.
Un’indicazione per le politiche pubbliche
Negli ultimi anni si è affermata una prospettiva di salute pubblica che vede la solitudine come un fenomeno multidimensionale, influenzato da fattori individuali, relazionali e strutturali. Gli autori sottolineano che un approccio “one size fits all” (una strategia o soluzione unica, pensata per adattarsi a tutti i casi o individui senza personalizzazioni) è inadeguato.
La solitudine è associata a determinanti modificabili (come competenze sociali o accesso a reti di supporto) ma anche a fattori meno modificabili (come condizioni socioeconomiche o status demografico). Questo implica che gli interventi devono essere mirati, flessibili e adattati ai contesti.
Il messaggio finale dello studio è equilibrato: le prove complessive indicano che intervenire sulla solitudine è possibile e produce benefici reali, ma la comunità scientifica deve investire in studi più rigorosi e meglio progettati.
La solitudine non è un destino
La solitudine fa parte dell’esperienza umana e può avere anche una funzione adattiva, segnalando il bisogno di connessione. Ma quando diventa cronica, si trasforma in un fattore di rischio per la salute e il benessere.
La più ampia meta-analisi mai realizzata sul tema mostra che intervenire è utile. Non esistono soluzioni miracolose, ma esistono strategie efficaci, soprattutto quando si lavora sui processi psicologici che alimentano il senso di disconnessione.
La solitudine, concludono i ricercatori, non è un destino immutabile: è un’esperienza che può essere compresa, affrontata e, almeno in parte, trasformata.






