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Le giovani donne alla guida di organizzazioni e imprese fanno la differenza. È quanto emerge da ricerche e studi svolti a livello mondiale. Viene in particolare sottolineato l’impatto del loro operato su fenomeni deteriori come la corruzione.

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Lo studio delle Nazioni Unite sul benessere globale ha evidenziato, nel corso di oltre venticinque anni, una forte correlazione tra la presenza di donne in posizioni elettive e livelli più bassi di malgoverno.

Fino al 2025, però, la domanda sul “perché” e sul “come” questo accada è rimasta in gran parte senza risposta, confinata soprattutto all’ambito della psicologia. Durante un seminario di ricerca svolto nel corso del 2025, la politologa Lena Wängnerud ha riassunto i risultati coerenti emersi da diversi studi, offrendo finalmente un quadro più chiaro e utile anche per le giovani donne che guardano al proprio ruolo nella società.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la posizione delle donne come “esterne” ai sistemi di potere tradizionali. La dottoressa Wängnerud osserva che, se da un lato un numero maggiore di donne in politica coincide con una diminuzione della corruzione, dall’altro alti livelli di corruzione rappresentano un ostacolo alla loro elezione.

Le donne spesso non partecipano alla corruzione semplicemente perché ne sono escluse, poiché tali pratiche si sviluppano all’interno di reti chiuse e consolidate. Ma questo stesso meccanismo si ritorce contro di loro: nei contesti più corrotti, proprio perché escluse da queste reti, vengono elette meno frequentemente. Si crea così un circolo complesso, che rende ancora più importante la loro presenza.

Un altro elemento chiave riguarda le priorità politiche. I dati confermano che le donne, più dei loro colleghi uomini, tendono a promuovere servizi pubblici essenziali come sanità ed educazione. Questo orientamento riflette una visione dello Stato come strumento capace di garantire benessere collettivo. Le donne mostrano una maggiore attenzione al funzionamento efficace delle istituzioni, soprattutto nei settori che incidono direttamente sulla vita quotidiana, anche perché spesso portano con sé esperienze legate alla cura e alla gestione familiare.

Analizzando dati raccolti in 128 parlamenti regionali europei tra il 2010 e il 2021, emerge un legame significativo tra la presenza femminile e l’esperienza dei cittadini rispetto alla corruzione. In particolare, la corruzione nei servizi pubblici diminuisce più rapidamente nelle regioni dove aumenta la rappresentanza femminile, soprattutto quando si passa da una presenza marginale a una più consistente. Questo effetto è particolarmente evidente nei settori della sanità e dell’istruzione.

La dottoressa Wängnerud sottolinea un punto importante: non è sempre vero che meno donne significhi automaticamente più corruzione, ma è costante il contrario, ovvero che più donne al potere corrispondono a livelli più bassi di corruzione. Questo suggerisce che la presenza femminile non è solo simbolica, ma produce effetti concreti.

Un’altra spiegazione riguarda la propensione al rischio. Diversi studi indicano che le donne tendono a essere più caute rispetto alla corruzione, anche perché spesso subiscono sanzioni più severe rispetto agli uomini. Dopo scandali politici, le donne vengono spesso percepite come figure in grado di “ripulire” il sistema. Questa percezione, pur influenzata da stereotipi, si basa anche su esperienze reali.

Uno studio del 2021, condotto su 64.000 persone in 27 Paesi europei, mostra che in situazioni di forte corruzione una candidata donna ha una probabilità di elezione tre volte e mezzo superiore rispetto a un uomo. In questi contesti, gli elettori tendono a preferire candidati prudenti, attenti e orientati a istruzione, sanità e sviluppo economico, piuttosto che profili più rischiosi focalizzati su infrastrutture. È interessante notare, sottolineano gli analisti, che sia uomini sia donne tendono a preferire candidate femminili quando la corruzione è diffusa, anche se gli uomini risultano generalmente più soddisfatti da candidati del proprio genere.

Guardando al quadro generale, emerge anche una nota positiva, dall’analisi. I livelli di corruzione non sono immutabili: possono migliorare nel tempo. Confronti tra Paesi europei tra il 2000 e il 2015 dimostrano che la corruzione può diminuire e non segue necessariamente cicli inevitabili. In molti casi, questo cambiamento è legato anche all’aumento della presenza femminile nelle istituzioni. Tra 21 Paesi analizzati, la maggior parte ha registrato stabilità o miglioramenti, e diversi tra quelli con meno corruzione hanno anche visto crescere il numero di donne in politica. Non a caso, molti di questi Paesi figurano anche tra i più felici al mondo.

L’influenza delle donne, però, non si limita alla politica elettiva. La dottoressa Wängnerud evidenzia effetti indiretti anche sul comportamento dei funzionari pubblici. Le donne tendono a promuovere valori come inclusività, equità e trasparenza, contribuendo a creare un clima meno tollerante verso la corruzione. Con l’aumento della presenza femminile, cresce anche l’aspettativa di integrità all’interno delle istituzioni, influenzando positivamente il rapporto tra cittadini e amministrazione.

Infine, emerge una percezione condivisa: molte donne vedono altre donne come figure capaci di portare cambiamento e pulizia nei sistemi corrotti. Anche se questo non vale in tutti i settori, come ad esempio nelle forze di polizia, resta un elemento significativo.

In sintesi, il “perché” dell’impatto collettivo delle donne sulla corruzione sembra risiedere soprattutto nella loro capacità di influenzare sistemi e comportamenti. Le donne promuovono servizi pubblici più efficaci, stabiliscono standard più elevati e contribuiscono a diffondere una cultura dell’integrità. Per le giovani donne adulte, questo rappresenta non solo un dato da conoscere, ma anche una prospettiva concreta: la partecipazione attiva alla vita pubblica può davvero trasformare la società, conclude la politologa.


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