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Nell’acceso dibattito sull’intelligenza artificiale, soprattutto pensando ai giovani, una delle questioni più rilevanti non riguarda tanto ciò che le macchine possono fare, quanto ciò che gli esseri umani rischiano di smettere di fare.

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L’adozione sempre più diffusa di strumenti basati sull’AI promette efficienza, velocità e accesso immediato all’informazione, ma solleva interrogativi profondi sul destino delle capacità cognitive, in particolare del pensiero critico. Uno studio del professor Michael Gerlich della SBS Swiss Business School, integrato con riflessioni recenti sul fenomeno del cosiddetto “cognitive offloading”, offre un quadro complesso e per certi versi inquietante.

Il pensiero critico rappresenta una delle competenze fondamentali dell’agire umano: implica la capacità di analizzare informazioni, valutare argomentazioni, individuare bias e costruire giudizi fondati. Non si tratta di una semplice abilità tecnica, ma di un processo cognitivo articolato che richiede esercizio, tempo e confronto con la complessità. In questo contesto, l’intelligenza artificiale introduce una trasformazione radicale: consente di delegare una parte significativa di tali operazioni a sistemi esterni.

Questo fenomeno, definito “cognitive offloading”, consiste nell’esternalizzazione di processi mentali verso strumenti tecnologici. Come evidenziato nello studio, tale pratica può liberare risorse cognitive e migliorare l’efficienza, ma al tempo stesso riduce l’impegno attivo nei processi di analisi e riflessione . La disponibilità immediata di risposte pronte, infatti, può scoraggiare l’approfondimento e la costruzione autonoma del sapere.

Una prima distinzione cruciale emerge quando si osservano le differenze tra fasce d’età, sottolinea lo studioso. I dati mostrano una correlazione negativa tra uso frequente di strumenti AI e capacità di pensiero critico, con un impatto più marcato nei soggetti più giovani . Tuttavia, questa correlazione non può essere interpretata in modo semplicistico come una differenza generazionale. Piuttosto, essa sembra riflettere una distinzione più profonda tra due modalità di utilizzo dell’AI.

Gli adulti, in molti casi, spiega l’esperto, utilizzano l’intelligenza artificiale per delegare attività che già padroneggiano. In questo senso, l’offloading rappresenta una scelta strategica: si rinuncia a un certo grado di esercizio cognitivo in cambio di maggiore efficienza. La capacità sottostante non scompare, ma si indebolisce per mancato utilizzo, in un processo assimilabile all’atrofia muscolare. Tuttavia, essa rimane potenzialmente recuperabile.

Diversa è la situazione dei più giovani. Quando l’AI viene utilizzata per sostituire processi cognitivi che non sono mai stati sviluppati, non si verifica un’atrofia, bensì una mancata formazione. In questo caso, non esiste una capacità latente da recuperare, perché il processo cognitivo non è mai stato costruito. Questo fenomeno, definibile come “preclusione” dello sviluppo, rappresenta una delle implicazioni più critiche dell’uso precoce e non mediato dell’intelligenza artificiale.

Un ulteriore elemento di complessità riguarda la capacità di valutare l’output dell’AI, sottolinea lo studio. L’interazione efficace con questi strumenti richiede competenze di “audit”, ovvero la capacità di verificare, contestualizzare e criticare le risposte generate. Tuttavia, tale capacità presuppone conoscenze pregresse. Non è possibile valutare una spiegazione se non si possiedono già gli strumenti concettuali per comprenderla. Di conseguenza, i soggetti in fase di apprendimento rischiano di accettare passivamente le risposte dell’AI, senza sviluppare un’autonoma capacità di giudizio.

Le implicazioni si estendono anche alla formazione dell’identità cognitiva. L’uso diffuso di modelli linguistici tende a produrre una standardizzazione delle risposte: testi simili, argomentazioni ricorrenti, strutture logiche uniformi. Se negli adulti ciò si traduce principalmente in una certa genericità espressiva, nei giovani può avere effetti più profondi. Il modello non si limita a supportare il pensiero, ma finisce per sostituirlo, diventando la matrice stessa del ragionamento.

Questo processo di omogeneizzazione non riguarda solo il linguaggio, ma anche le prospettive interpretative. I sistemi di AI, addestrati su grandi quantità di dati prevalentemente occidentali e mainstream, tendono a riprodurre determinati schemi cognitivi e culturali. Di conseguenza, l’uso sistematico di tali strumenti può ridurre l’esposizione a punti di vista alternativi, limitando la capacità di confronto e la diversità del pensiero.

Dal punto di vista cognitivo, l’impatto dell’AI si manifesta su diverse dimensioni. Per quanto riguarda la memoria, si osserva un fenomeno noto come “effetto Google”: gli individui tendono a ricordare dove trovare le informazioni piuttosto che le informazioni stesse. Questo può aumentare l’efficienza, ma al prezzo di una minore interiorizzazione del sapere. Analogamente, l’attenzione risulta frammentata dalla continua interazione con sistemi digitali, con conseguenze sulla profondità dell’elaborazione cognitiva.

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Anche le capacità di problem solving e decision-making risultano influenzate. L’automazione di tali processi da parte dell’AI può migliorare l’accuratezza e la rapidità delle decisioni, ma riduce le occasioni di esercizio delle competenze analitiche. Si rischia di diventare esecutori di decisioni altrui piuttosto che autori delle proprie. Nel lungo periodo, ciò può tradursi in una perdita di autonomia cognitiva e in una maggiore dipendenza tecnologica.

Lo studio evidenzia inoltre il ruolo della fiducia nell’AI come fattore determinante del cognitive offloading. Maggiore è la fiducia nello strumento, maggiore è la tendenza a delegare. Tuttavia, una fiducia non accompagnata da capacità critica può portare a un’accettazione acritica delle risposte, con il rischio di errori non rilevati e interpretazioni distorte.

In ambito educativo, queste dinamiche assumono particolare rilevanza. Le tecnologie basate su AI offrono opportunità significative per la personalizzazione dell’apprendimento e il supporto agli studenti. Tuttavia, l’eccessiva dipendenza da tali strumenti può ostacolare lo sviluppo del pensiero autonomo. Gli studenti possono diventare abili nell’utilizzare l’AI, ma meno capaci di comprendere profondamente i contenuti.

Le evidenze empiriche mostrano che un uso intensivo dell’AI è associato a una minore capacità di analisi, valutazione e inferenza. In particolare, gli studenti che delegano sistematicamente compiti cognitivi all’AI tendono a mostrare una ridotta capacità di problem solving e una minore partecipazione attiva ai processi di apprendimento. Ciò suggerisce la necessità di un approccio equilibrato, sottolinea lo studioso, che integri l’uso dell’AI con pratiche didattiche volte a stimolare il pensiero critico.

Emerge una distinzione fondamentale tra due forme di interazione con l’intelligenza artificiale. Da un lato, l’uso consapevole e strategico da parte di individui già competenti, che comporta un rischio di atrofia ma anche la possibilità di recupero. Dall’altro, l’uso sostitutivo da parte di giovani in fase di sviluppo, che può portare a una vera e propria preclusione delle capacità cognitive.

Le implicazioni sono profonde e riguardano non solo i singoli, ma la società nel suo complesso. Una generazione che cresce delegando sistematicamente il pensiero rischia di non sviluppare le competenze necessarie per affrontare la complessità del mondo contemporaneo. Non si tratta di diventare meno brillanti, ma di non diventarlo affatto, sottolinea il professor Gerlich.

Non si tratta di limitarne l’uso dell’AI, ma di definirne le condizioni in cui esso possa sostenere, anziché compromettere, lo sviluppo cognitivo dei giovani. Questo richiede un impegno congiunto da parte di insegnanti, istituzioni, utilizzatori e, per gli adolescenti, dei genitori, volto a preservare lo spazio necessario per l’esercizio del pensiero.


Riferimento bibliografico

Gerlich, M..
AI Tools in Society: Impacts on Cognitive Offloading and the Future of Critical Thinking.
Societies (2025).

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