I benefici dell’esercizio fisico e degli sport non solo individuali per il benessere anche psicologico dei giovani sono noti, in quanto promuovono consapevolezza sociale e capacità di comprendere gli altri, sulle quali si fonda l’empatia. In questa direzione, l’allenamento nelle arti marziali si rivela particolarmente significativo.

Gli esperti spiegano infatti che favorisce il rilascio e la regolazione di ormoni sociali come l’ossitocina, tanto che queste discipline possono contribuire allo sviluppo di comportamenti associati alla pro-socialità.
L’interesse personale per le arti marziali può nascere anche da influenze culturali popolari, film di genere, attori che diventano modelli e che rappresentano per molti una porta d’ingresso a queste discipline.
Scene spettacolari e combattimenti interminabili, sebbene talvolta poco realistici, hanno saputo affascinare e stimolare curiosità nei più giovani. Tuttavia, al di là dell’intrattenimento, la pratica autentica delle arti marziali tradizionali si fonda su principi profondi, spiegano gli esperti. Una delle tradizioni del karate di Okinawa, ad esempio, si richiama al concetto di “yuishin”, che significa “solo il cuore e il carattere contano”, sottolineando come l’obiettivo dell’allenamento sia il miglioramento della persona nel suo insieme.
Da qui emerge una domanda centrale: è possibile misurare concretamente questi benefici? Le arti marziali rendono davvero una persona migliore? Uno studio recente pubblicato su Frontiers in Psychology ha cercato di rispondere, analizzando i meccanismi neurofisiologici dell’empatia incarnata nelle arti marziali.
L’empatia viene definita come la capacità di comprendere e, potenzialmente, identificarsi con gli stati cognitivi, emotivi e sensoriali degli altri, favorendo interazioni sociali positive e comportamenti prosociali profondamente legati alla compassione.
Secondo lo studio, le arti marziali tradizionali integrano codici morali e valori etici accanto alla pratica fisica. Disciplina, coraggio e rispetto sono elementi centrali, ma soprattutto viene enfatizzata la responsabilità sociale e la cura verso gli altri. Non si tratta quindi solo di apprendere tecniche di combattimento, ma di sviluppare una consapevolezza relazionale e morale.
L’allenamento marziale è, infatti, un’attività profondamente radicata nel corpo, e l’empatia si manifesta attraverso l’interazione diretta con il partner, fatta di contatto fisico e movimenti sincronizzati. Durante la pratica, si sviluppa una forma di comunicazione non verbale che si costruisce attraverso il gesto, il ritmo e la coordinazione reciproca, sottolinea lo studio.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda il ruolo del contatto fisico. Le arti marziali prevedono interazioni attentamente controllate, come lo sparring, il grappling e gli esercizi a coppie, ciascuno con obiettivi specifici che possono spaziare dall’autodifesa alla consapevolezza sensoriale. Se i colpi rappresentano contatti brevi e intensi, le tecniche di lotta e gli esercizi condivisi creano un contatto prolungato che può essere interpretato come una vera e propria “conversazione incarnata”. In questo scambio, il corpo diventa mezzo di comunicazione e comprensione reciproca.
A ciò si aggiunge l’importanza di elementi come il tempismo, il ritmo e il flusso condiviso, che implicano processi di imitazione e sincronizzazione tra i praticanti.
Tali dinamiche sono strettamente correlate allo sviluppo dell’empatia. Dal punto di vista neuroscientifico, affermano i ricercatori, entrano in gioco diverse reti cerebrali: la rete autonomica centrale, legata alle sensazioni corporee, la rete del “default mode”, che integra le informazioni nella narrazione del sé e dell’altro, e la rete della salienza, che valuta la rilevanza degli stimoli. Anche i sistemi dei neuroni specchio contribuiscono a questo processo, facilitando la comprensione delle azioni altrui.

Un ulteriore elemento chiave è rappresentato dall’ossitocina, spesso definita “ormone sociale”, il cui rilascio è stimolato dal contatto fisico. Una ricerca condotta da studiosi tra Israele e Los Angeles e pubblicata a suo tempo su Scientific Reports, ha dimostrato che l’allenamento nel jiu-jitsu comporta un aumento significativo dei livelli di ossitocina subito dopo sessioni di sparring ad alta intensità. Questo incremento risulta ancora più marcato nelle attività di lotta rispetto a quelle basate sui colpi, probabilmente a causa della diversa natura del contatto fisico.
Lo stesso gruppo di ricerca ha osservato che i giovani a basso rischio presentano livelli di ossitocina più elevati sia a riposo sia durante l’allenamento rispetto ai giovani ad alto rischio. Inoltre, sono state rilevate differenze nella reattività dell’ossitocina e del cortisolo, associate a cambiamenti positivi sul piano cognitivo e comportamentale. Questi dati suggeriscono che l’allenamento marziale può influenzare in modo significativo non solo il corpo, ma anche i processi emotivi e sociali.
A differenza delle attività puramente sportive, le arti marziali tradizionali si svolgono in contesti sociali strutturati e sicuri, che stanno ricevendo crescente attenzione per il loro potenziale nel promuovere il benessere complessivo. Esse rappresentano una forma di attività fisica caratterizzata da livelli variabili e regolati di attivazione fisica e mentale, strettamente collegati allo sviluppo dell’empatia.
Dalle ricerche emerge con forza l’idea che le arti marziali offrono un tipo unico di interazione sociale, capace di promuovere l’empatia in modo unico. Una pratica costante può portare a modificazioni funzionali e strutturali nel cervello, creando uno stato neurofisiologico favorevole al trasferimento dell’empatia anche in altri contesti sociali.
In definitiva, l’allenamento marziale, concludono i ricercatori, pur svolgendosi per periodi limitati e in contesti specifici, si riflette nella vita quotidiana, dove le interazioni con gli altri sono continue.
Se applicate correttamente, le arti marziali tradizionali possono diventare una pratica incarnata che favorisce lo sviluppo dell’empatia e della considerazione verso gli altri, sia all’interno dell’allenamento sia nelle relazioni sociali più ampie.
Riferimento bibliografico
Shpak G.
Neurophysiological mechanisms of embodied empathy in martial arts.
Frontiers in Psychology (2026).






