Nel nostro paese la permanenza dei giovani nella casa dei genitori dei genitori è sempre stata piuttosto alta rispetto agli altri paesi europei, ma negli ultimi tempi sta aumentando, per una forte incidenza della precarietà economica e dell’emergenza abitativa. È in crescita, inoltre, il fenomeno “boomerang generation”, cioè dei giovani che, dopo un periodo di autonomia, tornano a vivere con i genitori per difficoltà finanziarie.

Recenti indagini dicono che tra i 20 e i 29 anni circa il 79% dei giovani italiani vive ancora con i genitori, uno dei valori più alti tra i Paesi Ocse, superato solo dalla Corea del Sud (82%). La media Ocse si attesta intorno al 50%, mentre quella dell’Ue è circa al 55%, quindi l’Italia si trova nettamente al di sopra degli altri Paesi sviluppati.
In Italia i giovani lasciano la casa dei genitori in media a circa 30 anni. La permanenza è particolarmente marcata tra i 20–24enni (intorno al 94%) e diminuisce solo a partire dai 25–29 anni, dove circa il 67% resta ancora in famiglia.
Ritorno a casa per motivi economici
Studi e indagini recenti indicano che circa il 20–21% dei giovani adulti che avevano già lasciato la casa dei genitori torna a vivere con loro, spesso per difficoltà economiche legate a lavoro precario, affitti elevati o esclusione dal mercato residenziale.
Questo fenomeno, definito appunto come “boomerang generation”, dovuto a stipendi bassi, contratti instabili e difficoltà ad accedere a mutui o affitti sostenibili.
Negli ultimi decenni, inoltre, anche nel nostro paese sarebbe cambiato in modo profondo il modo in cui gli uomini partecipano al mondo del lavoro. Non si tratterebbe solo di disoccupazione o di crisi economiche: sempre più uomini in età lavorativa scelgono, o finiscono per scegliere, di non lavorare affatto.
Uno studio recente realizzato negli Stati Uniti propone una lettura originale e forte di queste due tendenze apparentemente distinte: il non lavorare e il fare ritorno nella casa dei genitori. L’idea centrale, spiegano gli autori, è semplice e originale: la casa dei genitori non è solo un rifugio nei momenti difficili, ma una vera e propria alternativa economica al lavoro.
Il cambiamento nascosto dietro i numeri
Se si osservano i dati nel lungo periodo, emerge un quadro chiaro, affermano i ricercatori. La partecipazione al lavoro degli uomini tra i 25 e i 54 anni è diminuita in modo significativo, soprattutto tra coloro che non hanno una laurea. Nello stesso arco temporale, la quota di uomini che vivono con i genitori è più che raddoppiata.
Non si tratterebbe di una coincidenza. Gli uomini che vivono con i genitori lavorano molto meno rispetto a quelli che vivono da soli, e questa differenza si è ampliata nel tempo. Ciò suggerisce che il luogo in cui si vive non è una semplice conseguenza della situazione lavorativa, ma un elemento che la influenza direttamente.
Tradizionalmente, si tende a pensare che chi perde il lavoro torni a vivere con i genitori per necessità. Questa spiegazione resta valida, spiegano gli esperti, ma è solo una parte della storia. Lo studio propone un’interpretazione più sottile: quando vivere da soli diventa troppo costoso e la casa dei genitori offre un buon livello di vita, lavorare perde parte del suo senso economico.
Il ruolo decisivo del costo delle case
Uno dei fattori più importanti di questo cambiamento è l’aumento dei costi abitativi, fattore che incide profondamente anche nel nostro Paese. Negli ultimi decenni, affitti e prezzi delle case sono cresciuti molto più rapidamente dei salari, soprattutto per i lavoratori meno qualificati.
Questo squilibrio produce un effetto concreto: anche lavorando a tempo pieno, molti giovani non riescono a permettersi una vita indipendente. In questo contesto, la casa dei genitori diventa una soluzione non solo più economica, ma spesso anche più conveniente.
Lo studio dimostra, attraverso un’analisi causale complessa, che l’aumento degli affitti costringe direttamente più giovani adulti a vivere con i genitori. Ma non solo: chi è “spinto” a tornare a casa ha molte meno probabilità di partecipare al mercato del lavoro.
Questo risultato è particolarmente rilevante per chi percepisce redditi più bassi. In questo caso, la spiegazione è evidente: lavorare non garantisce l’indipendenza, mentre restare a casa riduce drasticamente le spese.
Famiglie più ricche, figli meno indipendenti?
Un altro elemento chiave è il cambiamento nelle risorse familiari. Oggi i genitori, in media, sono più ricchi rispetto al passato. Questo è dovuto in gran parte all’aumento del lavoro femminile: molte famiglie sono passate da un solo reddito a due.
Di conseguenza, la casa dei genitori offre oggi un livello di benessere molto più alto rispetto a qualche decennio fa. Non si tratta solo di un tetto sopra la testa, ma di un ambiente con consumi condivisi, stabilità e supporto economico.
Questo cambia profondamente gli incentivi all’autonomia. Se vivere con i genitori significa avere accesso a un buon livello di vita senza lavorare, la pressione economica a trovare un impiego diminuisce.
È importante sottolineare che questo non implica pigrizia o mancanza di ambizione, spiegano i ricercatori. Piuttosto, si tratta di una risposta razionale a nuove condizioni economiche: quando il lavoro non garantisce autonomia, la scelta di non lavorare diventa più comprensibile.

Un circolo vizioso: meno lavoro oggi, meno opportunità domani
Uno degli aspetti più preoccupanti emersi dallo studio riguarda gli effetti di lungo periodo. Il lavoro non serve solo a guadagnare nel presente, ma anche a costruire competenze ed esperienza.
Chi entra tardi nel mercato del lavoro — o ne resta fuori — accumula meno esperienza e quindi ha prospettive salariali peggiori in futuro. Questo crea un meccanismo di auto-rafforzamento: meno lavoro oggi significa salari più bassi domani, e quindi ancora meno incentivi a lavorare.
Gli studiosi parlano esplicitamente di una “trappola”: una volta entrati in questa dinamica, diventa sempre più difficile per i giovani uscirne. La casa dei genitori, in questo senso, non è solo una rete di sicurezza, ma può trasformarsi in un fattore che prolunga la distanza dal lavoro.
Non tutti reagiscono allo stesso modo
Gli effetti descritti non sono uniformi, sottolineano i ricercatori. Sono molto più forti tra i giovani non sposati, cioè tra coloro per cui tornare a vivere con i genitori è più facile.
Al contrario, in un’età più avanzata o quando hanno una famiglia propria, i giovani adulti mostrano reazioni molto più deboli: per loro, la casa dei genitori non è una vera alternativa praticabile.
Interessante anche il confronto con le donne, spiegano i ricercatori. Sebbene anche per loro siano aumentati i ritorni a casa, l’impatto sul lavoro è diverso. Questo dipende in gran parte dal fatto che le donne hanno più spesso figli a carico, il che rende meno praticabile la convivenza con i genitori e più necessario mantenere un reddito autonomo.
Ripensare il legame tra casa e lavoro
Lo studio offre una lettura interessante del fenomeno. Finora, molte spiegazioni del calo della partecipazione al lavoro si sono concentrate su fattori come la globalizzazione, l’automazione o i cambiamenti tecnologici.
Questi elementi restano fondamentali, dicono gli autori, ma non bastano. La struttura familiare e il mercato immobiliare giocano un ruolo altrettanto decisivo.
La casa dei genitori emerge come una “opzione esterna” al lavoro: una scelta concreta che le persone possono fare quando il mercato del lavoro non offre opportunità sufficientemente vantaggiose.
Implicazioni per le politiche sociali
Le conclusioni dello studio hanno implicazioni importanti, affermano gli autori. Se il costo delle abitazioni influenza la partecipazione al lavoro, allora politiche che rendono la casa più accessibile potrebbero avere effetti anche sull’occupazione.
Interventi come l’aumento dell’offerta di alloggi o la riduzione delle restrizioni urbanistiche non migliorerebbero solo le condizioni abitative, ma potrebbero anche incentivare una maggiore partecipazione al mercato del lavoro.
Allo stesso tempo, emerge la necessità di considerare il ruolo della famiglia nelle politiche economiche. La famiglia non è solo un ammortizzatore sociale, ma un attore che modifica gli incentivi individuali.
In questo senso, il calo della partecipazione al lavoro non è solo un problema del mercato del lavoro, ma il risultato di un equilibrio economico più complesso, in cui casa, famiglia e lavoro sono profondamente intrecciati, concludono i ricercatori.






