Quei gesti di reazione impulsiva che in un adulto vengono visti positivamente, come rispondenti a dei principi, ad esempio quando qualcuno interviene per impedire un’ingiustizia, spesso vengono interpretati, se a compierli è un ragazzo, come una incapacità di riflettere sulle conseguenze o una mancanza di controllo sull'emotività.

Basta pensare a quello che può accadere nel corridoio di una scuola se uno studente reagisce a un insulto. L’impulsività viene ricondotta a un cervello ancora non sviluppato, a una mancanza di controllo sulle proprie emozioni-
Questa lettura, tuttavia, fraintende il funzionamento del cervello adolescenziale, che agisce secondo modalità plasmate dall'evoluzione per rispondere a una fase della vita unica e particolarmente complessa, spiegano gli studiosi.
Gli esseri umani rispondono alla gentilezza con la gentilezza, reagiscono con fastidio quando vengono ingannati e desiderano che chi infrange le regole ne paghi le conseguenze. Già a otto mesi di vita, i bambini mostrano una preferenza per chi si comporta bene verso gli altri, e la propensione a voler punire chi viola una regola si rafforza con la crescita. Ottenere una rivincita attiva concretamente il sistema di ricompensa del cervello, generando un piacere autentico, affermano gli scienziati.
Questo sarebbe il fulcro della ricerca in criminologia evolutiva alla base dell'articolo: la punizione rappresenta uno dei meccanismi che hanno permesso alla cooperazione di evolversi nel corso della storia umana. Un gruppo in cui l'inganno resta impunito è un gruppo destinato, prima o poi, a smettere di cooperare. Il ragazzo che reagisce con uno scontro nel corridoio, in altre parole, sta semplicemente seguendo un programma antichissimo, iscritto nel funzionamento stesso del cervello umano.
L'adolescenza amplifica questi impulsi, e lo fa per ragioni ben precise.
Perché a quindici anni tutto cambia
Il sistema di ricompensa del cervello diventa molto più reattivo durante gli anni dell'adolescenza, raggiungendo il proprio picco nella fase centrale di questo periodo. La corteccia prefrontale, spiega la neuroscienza, la struttura che consente di inibire un impulso invece di agire d'istinto, continua invece a svilupparsi fino al terzo decennio di vita.
L'adolescenza è il momento in cui un giovane deve allontanarsi progressivamente dalla famiglia per trovare il proprio posto tra i coetanei. Un cervello che percepisce le ricompense con particolare intensità, che esplora, che si preoccupa enormemente di ciò che pensano gli altri e che difende la propria posizione sociale risulta perfettamente adatto a questo compito evolutivo.
La semplice presenza di amici è sufficiente ad aumentare la propensione al rischio e ad attivare i circuiti della ricompensa in modi che non si verificano quando un adolescente è da solo. La sensibilità al giudizio dei coetanei e alla paura dell'esclusione risulta più elevata durante l'adolescenza che in qualsiasi altra fase della vita.
Il prezzo della scelta assennata
Gli adolescenti valutano davvero le proprie azioni, affermano gli studiosi. I costi che pesano maggiormente su di loro sono di natura sociale, e gli adulti tendono sistematicamente a sottovalutarne il peso reale. Allontanarsi da uno scontro davanti a un pubblico può costare a un giovane la propria reputazione, e la reputazione è esattamente ciò di cui, in quell'età, si ha più bisogno.
Un cervello così sensibile al proprio contesto tende a plasmarsi in base a ciò che quel contesto contiene. L'esposizione ad ambienti ad alto rischio e a coetanei con comportamenti devianti spiega una parte molto rilevante della probabilità che un giovane infranga le regole.

Questa stessa sensibilità è anche il motivo per cui i ricercatori descrivono sempre più spesso l'adolescenza come una finestra di opportunità. Un ambiente calmo, che dia priorità a esiti equi e tratti le persone con rispetto, è in grado di orientare concretamente il comportamento degli adolescenti.
Dalla teoria alla pratica
Quando un giovane ripone fiducia nella capacità del sistema di garantire un esito giusto, il suo bisogno urgente di rivalsa si attenua, lasciando alla corteccia prefrontale il tempo necessario per intervenire. A scuola, questo può tradursi in un approccio in cui un membro del personale formato media una conversazione tra studenti in conflitto, assicurandosi che entrambi vengano ascoltati e che si raggiunga una soluzione condivisa, piuttosto che affidarsi semplicemente alla punizione.
In famiglia, può bastare che un genitore intervenga in modo costante e pacato nei conflitti tra fratelli per raggiungere un esito equo, invece di lasciare che i figli "se la sbrighino da soli", con il rischio che il più forte imponga la propria volontà.
Insegnanti e genitori possono inoltre provare a creare un ambiente in cui il comportamento gratificante e quello più sensato coincidano. Una scuola, ad esempio, spiegano gli esperti, potrebbe istituire un programma di tutoraggio tra pari in cui aiutare un compagno venga riconosciuto anche attraverso privilegi o riconoscimenti pubblici, rendendolo così la scelta più vantaggiosa anche dal punto di vista dello status sociale. In casa, questo potrebbe significare presentare le faccende domestiche non come un peso, ma come un contributo al benessere collettivo della famiglia, ricompensato con più tempo libero da trascorrere insieme.
Un'altra strategia importante consiste nel lasciare ai giovani una via d'uscita che non comporti la perdita della faccia davanti agli altri. A scuola, un insegnante che nota un conflitto in fase di escalation potrebbe offrire privatamente a entrambi gli studenti coinvolti un permesso di “raffreddamento" verso uno spazio sicuro designato, presentandolo come un'opportunità per calmarsi piuttosto che come una punizione per aver litigato.
In famiglia, un genitore potrebbe riconoscere apertamente la rabbia del figlio, offrendogli la possibilità di scegliere se affrontare subito la questione insieme oppure prendersi venti minuti per calmarsi prima di riparlarne. Questo approccio permette all'adolescente di sottrarsi a uno scontro senza apparire debole davanti a coetanei o fratelli.
In definitiva, l'adolescenza si plasma in base a ciò che la circonda, il che la rende uno dei periodi più promettenti per orientare positivamente il corso di una vita. Si tratta di una vera finestra di opportunità, sottolineano gli esperti, in cui un sostegno adeguato, sistemi equi e ambienti comprensivi possono avere un impatto maggiore rispetto a quasi qualsiasi altra fase dello sviluppo.






