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Il rapido diffondersi dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale sta avendo anche effetti distorti tra i più giovani. Nel mondo virtuale dei chatbot le relazioni umane vengono simulate, attraverso la possibilità di stabilire interazioni sofisticate, personalizzate e senza conflitti. Questi “compagni” creati dall’intelligenza artificiale non sono reali, ma possono alla fine sembrare tali.

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Gli adolescenti sono davvero preda di questa sorta di allucinazione? Davvero molti di loro sviluppano legami emotivi con “personalità” esistenti solo artificialmente?

Un nuovo studio di Common Sense Media intitolato Talk, Trust, and Trade-Offs: How and Why Teens Use AI Companions affronta la questione e risponde di sì.

Questi alcuni risultati della ricerca:

- Il 72% dei ragazzi tra i 13 e i 17 anni ha usato un compagno di AI almeno una volta.
- Il 52% interagisce con queste piattaforme almeno alcune volte al mese.
- Il 33% le ha usate per avere interazioni sociali e relazionali.
- 1 adolescente su 3 riferisce di essersi sentito a disagio per qualcosa che un compagno di AI ha detto o fatto.
- 1 adolescente su 3 ha scelto di discutere questioni importanti o serie con un compagno di AI invece che con persone reali; quasi un terzo di questi ha dichiarato che le conversazioni con l’AI sono altrettanto, se non più, soddisfacenti di quelle con gli amici reali.
- L’80% afferma comunque di passare più tempo con gli amici veri che con i compagni di AI.

Secondo la ricercatrice Jacqueline Nesi, questi numeri potrebbero essere leggermente gonfiati, se alcuni ragazzi hanno incluso qualsiasi tipo di chatbot nelle loro risposte. In ogni caso, l’avvio di questo tipo di consultazione e utilizzo delle piattaforme di intelligenza artificiale da parte degli adolescenti sta accelerando e bisogna studiarlo e averne, come adulti, piena coscienza.

Perché gli adolescenti le usano?

I motivi rispecchiano i bisogni tipici dell’età, dicono gli autori dello studio:

- Intrattenimento (30%)
- Curiosità (28%)
- Consigli (18%)
- Disponibilità immediata (17%)
- Assenza di giudizio (14%)
- Maggiore facilità di conversazione rispetto alle persone reali (9%)

Non c’è da stupirsi, affermano gli autori. L’adolescenza è un periodo segnato dal desiderio crescente di autonomia, dalla ricerca di privacy e dall’esplorazione dell’identità.

È un’età di grandi insicurezze, grandi domande e grandi possibilità. In questo contesto, rivolgersi a un compagno di AI per elaborare le proprie esperienze in uno spazio percepito come privato, rassicurante e non giudicante è pienamente comprensibile.

Come ha affermato senza mezzi termini un adolescente intervistato in uno studio di Hopelab: «Usiamo l’AI generativa perché siamo soli e perché le persone reali sono cattive e giudicanti, mentre l’AI no».

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Opportunità e rischi

Se i compagni digitali fossero progettati mettendo al centro il benessere dei giovani, potrebbero diventare strumenti utili per affrontare sfide personali e sociali, sottolineano i ricercatori. Purtroppo, molti vengono sviluppati con la stessa logica dei social: massimizzare l’attenzione, il coinvolgimento e il tempo online.

Per alcuni adolescenti già vulnerabili, questo può rendere ancora più difficile gestire i rapporti umani reali. Inoltre, un’analisi dei rischi di Common Sense Media ha rilevato che molti compagni di AI non rispettano standard minimi di sicurezza e trasmettono contenuti espliciti, violenti o dannosi. 

Come dovrebbero agire i genitori, gli insegnanti?

Di fronte a nuove ricerche sui ragazzi e la tecnologia, la tentazione degli adulti è di reagire con ansia, imponendo restrizioni e sommergendoli di avvertimenti. Oppure concentrandosi solo sui dati più allarmanti e ignorando quelli più rassicuranti. Ma è chiaro, affermano i ricercatori: questo fenomeno merita molta attenzione. I compagni di AI non sono più un futuro lontano da fantascienza, sono già attivi e i ragazzi li stanno usando.

Questi numeri ci dicono come questi strumenti stiano influenzando la salute mentale, le relazioni e il senso di identità dei giovani. Sono domande cruciali, e servono ulteriori studi per avere risposte. Nel frattempo, però, i ragazzi hanno bisogno del sostegno educativo degli adulti, della loro curiosità e della loro guida.

Le ricerche già svolte sottolineano alcune attenzioni che possono aiutare a ridurre i rischi e a rafforzare la resilienza negli adolescenti. Panico, prediche e limiti imposti in modo rigido tendono a generare l’effetto opposto.

Occorre al contrario stabilire confini chiari e con uno scopo preciso, prestando attenzione autentica ai giovani e a quello che vivono. Questo può avvenire facendo domande aperte e curiose e creando occasioni di riflessione e di sviluppo di competenze.

Dato che gli strumenti di AI sono sempre disponibili, rassicuranti e reattivi, non sorprende che i ragazzi li sperimentino e cerchino in essi consigli e possibili soluzioni ai loro interrogativi e ai loro problemi.

Per questo è fondamentale non ripetere gli stessi errori già fatti con i social media: l’innovazione in questo settore deve essere guidata dal benessere degli adolescenti, non dal solo profitto.

Occorre soprattutto tenere aperti i canali di comunicazione. Non per fare infinite prediche ma per dimostrare ai ragazzi che gli adulti sono presenti e in grado di comprendere gli aspetti positivi e anche i pericoli del mondo in cui oggi, anche digitalmente, vivono i più giovani.

 

Riferimento bibliografico

Robb, M.B., & Mann, S..
Talk, trust, and trade-offs: How and why teens use AI companions.
San Francisco, CA: Common Sense Media (2025).

Hopelab, Common Sense Media, and the Center for Digital Thriving.
Teen and Young Adult Perspectives on Generative AI: Patterns of use, excitment and concern.
San Francisco, CA: Common Sense Media (2025).

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