A molti genitori la nuova realtà di un figlio ormai entrato nella fase più adulta crea disorientamento e anche una forma particolare di dolore, dovuta all’impressione di inseguirlo mentre lui si sta sempre più allontanando da loro.

Aspettano una sua risposta a un messaggio, una sua telefonata ma questa non arriva, facendo sorgere in loro il dubbio di aver detto o fatto qualcosa di sbagliato. Si chiedano se sia il caso di inviare un nuovo messaggio, di tentare ancora una volta di telefonargli.
Vivono con la paura di perdere il legame, o persino l’affetto del loro figlio giovane adulto. In realtà è “normale” che molti figli adulti attraversino fasi di vicinanza alternata a momenti di distanza. Lo stress, una relazione affettiva complicata, le difficoltà economiche o semplicemente un modo di comunicare diverso possono spingere quel giovane a essere meno presente.
Questa insistenza e questa preoccupazione possono ingenerare nei padri e nelle madri la sensazione di non essere rispettati, di essere diventati quasi invisibili agli occhi del figlio, di sentirsi emotivamente svuotati.
In verità non sono obbligati a inseguirlo, come potrebbe suggerire loro uno psicologo o a un counselor. Al contrario, è possibile per loro ritrovare serenità e allo stesso tempo rafforzare la relazione con il figlio e o la figlia cambiando il modo di vedere la situazione.
Voler bene non significa correre sempre in soccorso, perché ogni intervento affrettato rischia di trasmettere il messaggio implicito che non si crede che il giovane sia in grado di farcela da solo. Il vero interesse e il vero amore si esprimono meglio nella fiducia nelle capacità dell’altro.
Allo stesso modo, consigliano gli esperti di dinamiche familiari, non occorre sommergere un figlio di messaggi, perché ha più valore la costanza per trasmettere un senso di vicinanza.
Una comunicazione semplice e regolare, un breve pensiero affettuoso una volta alla settimana, trasmette un senso di presenza senza soffocare.

Anche il silenzio non va interpretato subito come un rifiuto, spesso infatti rappresenta solo un modo personale di affrontare lo stress, e rispettare lo spazio dell’altro può essere una forma sottile ma importante di vicinanza.
Molti genitori sono pressanti perché mossi da una sorta di senso di colpa e finiscono intrappolati tra il sentirsi inadeguati e il risentirsi per l’indifferenza che sembra loro di ricevere come risposta. Stabilire confini chiari – economici, emotivi e relazionali – è ciò che protegge la relazione e l’affetto, ed evita che la nuova situazione che si è creata con i figli produca rancore.
Ciò che conta davvero, in altre parole, non è esercitare pressione, ma offrire presenza. Un messaggio incoraggiante senza aspettative di risposta, una parola di fiducia prima di un momento importante, un segno discreto di vicinanza. Sono gesti che nutrono il legame senza forzarlo.
Occorre assumere una nuova prospettiva genitoriale, un nuovo punto di partenza per il rapporto, ricordando che non si possono controllare i momenti di avvicinamento o di allontanamento di un figlio, ma si può invece controllare il proprio atteggiamento.
Passare dall’inseguimento all’essere un punto fermo permette di preservare serenità, dignità e, paradossalmente, di rendere più probabile una connessione autentica.
In definitiva, se si sta vivendo una fase di questo genere con i propri figli ormai entrati nella giovane età adulta, il consiglio degli esperti è di evitare di fare di più per stare loro vicino, ma di fare in modo diverso e più adulto.






