Molti genitori possono incontrare difficoltà nell’aiutare i figli adolescenti ad affrontare il razzismo online, che è diverso e meno identificabile di quello esercitato di persona. Chi lo esercita, infatti, si nasconde di solito dietro nomi falsi e questo rende difficile arrivare a una sua identificazione.

Diversi studi svolti all’estero hanno riscontrato che gli adolescenti di colore risentono più spesso di espressioni e manifestazioni di razzismo generiche, perpetrate attraverso meme, battute, commenti, rispetto a quanto non accada quando la discriminazione e l’aggressività online è rivolta direttamente contro di loro. Ma anche il razzismo vissuto via social indirettamente fa male.
Gli adolescenti oggi vivono immersi quotidianamente, con grande coinvolgimento, nel mondo online. Gli spazi digitali sono rapidamente diventati luoghi cruciali e imprescindibili per loro, nei quali socializzano e apprendono anche regole, norme e consuetudini sociali.
Un’indagine del 2024 ha rilevato che quasi la metà degli adolescenti statunitensi tra i 13 e i 17 anni ha dichiarato di essere online “quasi costantemente”. Le percentuali erano ancora più alte tra gli adolescenti neri (53%) e ispanici (58%). In Italia i ragazzi passano da 1 a 3 ore online tutti i giorni.
Gli spazi digitali offrono opportunità e rischi. In particolare, dicono le ricerche statunitensi, gli adolescenti neri e ispanici affrontano un’esposizione più intensa a discriminazioni e molestie razziali online, che possono compromettere seriamente il loro benessere emotivo.
Una buona genitorialità può aiutare a proteggere i ragazzi dagli effetti dannosi del razzismo, ma ciò che funziona di persona potrebbe non funzionare online.
Alcune strategie, come parlare apertamente di diversità etnica e insegnare ai figli a essere orgogliosi della propria cultura, sembrano utili, secondo i ricercatori. Tuttavia, gli adolescenti che vedono o subiscono razzismo sui social media tendono a sentirsi più tristi o a ricorrere a droghe e alcol. Questo rischio significa che i genitori devono capire come andare oltre le tattiche offline per aiutare i loro figli a restare al sicuro anche quando interagiscono via internet.
Un gruppo di ricercatori in sviluppo umano e studi familiari ha recentemente analizzato le esperienze di adolescenti neri e ispanici con la discriminazione e il razzismo online e ha scoperto che la strategia più comune ed efficace usata dai genitori per aiutare i figli era la guida attiva – cioè parlare dell’uso di internet – piuttosto che il monitoraggio e il controllo.
Gli adolescenti discriminati hanno riportato meno sintomi depressivi quando i loro genitori usavano più spesso questa strategia.
La posizione degli adolescenti
Nello studio sono stati intervistati 356 adolescenti neri e ispanici tra i 12 e i 18 anni negli Stati Uniti. Hanno parlato delle esperienze online personali e di quelle vissute indirettamente attraverso episodi di discriminazione razziale contro persone del loro stesso gruppo etnico. I ricercatori hanno anche chiesto della loro salute mentale e delle strategie adottate dai genitori per limitare o gestire l’uso di internet.
Gli studiosi hanno scoperto che quando i genitori ricorrevano alla guida attiva per aiutare i figli ad affrontare la discriminazione razziale online, i ragazzi ne risentivano di meno in termini di depressione e sofferenza interiore.
I genitori che adottano questa pratica affrontano insieme ai figli l’uso appropriato dei social media. Possono offrire aiuto quando sorgono problemi e avviare conversazioni aperte sull’uso di internet.
I fattori che portano al successo di un’educazione basata sulla guida attiva, spiegano gli autori dello studio, risiedono nel fatto che promuove l’alfabetizzazione digitale e comportamenti responsabili sui social media. Questa pratica educativa può inoltre aiutare i ragazzi a sviluppare autonomia e indipendenza, facendoli sentire più connessi e supportati dai genitori.

Un’altra strategia comune è il monitoraggio, che include controllare la cronologia di navigazione, i messaggi e i contatti sui social. Gli studiosi hanno riscontrato che questa pratica non è utile per la salute mentale degli adolescenti. Al contrario, chi viveva più monitoraggio genitoriale presentava più sintomi di ansia. Ancora più preoccupante, il fatto che il controllo sembrava peggiorare i sintomi depressivi derivanti dalla discriminazione razziale.
Per aiutare gli adolescenti
Il nostro lavoro, spiegano i ricercatori, aiuta genitori, insegnanti, educatori e altri soggetti coinvolti nel benessere dei ragazzi a capire quali approcci adottare per sostenere gli adolescenti neri e ispanici nell’uso dei social media.
I genitori possono iniziare conversazioni con i figli su un uso sano di internet, incoraggiarli a condividere esperienze positive e negative senza giudizi, e rassicurarli che possono sempre rivolgersi a loro in caso di problemi.
Allo stesso tempo, i genitori dovrebbero evitare un controllo eccessivo, soprattutto se i ragazzi lo percepiscono una violazione della loro autonomia. Se si ritiene necessario monitorare, è importante spiegare chiaramente le ragioni e collaborare con i figli per stabilire un piano condiviso per i controlli sui loro dispositivi.
Gli insegnanti dovrebbero organizzare seminari sull’alfabetizzazione digitale per genitori e ragazzi, fornendo strumenti per muoversi più in sicurezza negli spazi online. Gli operatori della salute mentale potrebbero includere le esperienze digitali dei pazienti nelle valutazioni e nei trattamenti, e sviluppare interventi familiari che promuovano il benessere adolescenziale contrastando al tempo stesso il razzismo online. Scuole e comunità dovrebbero creare gruppi di supporto per adolescenti.
A livello politico bisognerebbe, affermano i ricercatori, riconoscere i rischi specifici che affrontano gli adolescenti di colore online e lavorare per rafforzare le attività antidiscriminazione e protezioni adeguate per i minori.
Da parte loro, gli autori dello studio hanno in programma di esplorare come i social media influenzino gli adolescenti neri e ispanici soprattutto in tre modi. Anzitutto cercando di capire come la discriminazione online colpisca concretamente i ragazzi delle minoranze, ad esempio attraverso molestie mirate e algoritmi di parte, e come questo peggiori i problemi già esistenti.
Intendono poi seguire gli studenti nel tempo per osservare come le esperienze online influiscano su rendimento scolastico, salute mentale, benessere e amicizie a lungo termine. Cercheranno infine di capire quali politiche scolastiche e nazionali possano rendere gli spazi virtuali più sicuri e produttivi per i giovani.
La ricerca prodotta sarà importante per aiutare i genitori a apprendere strategie specifiche per sostenere i figli e mostrerà come la discriminazione sui social media colpisca in modo diverso i giovani appartenenti a minoranze, con l’obiettivo di fornire sempre più strumenti concreti per mantenere gli adolescenti al sicuro e in salute negli spazi digitali.
Riferimento bibliografico
Thomas, A., Li, Y., & Crawford, E. L..
Parental Mediation and Online Discrimination: Exploring Psychosocial Distress
Among Black and Latino Youth.
Journal of Clinical Child & Adolescent Psychology (2025).






