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Ogni genitore tende di solito a pensare di essere sufficientemente “pronto” e capace di compiere le scelte migliori per i propri figli, indirizzandoli e sostenendoli per il meglio, evitando di riprodurre alcune delle difficoltà e dei limiti vissuti nel corso della sua stessa adolescenza e esperienza personale di educazione.

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L’intento comune di padri e madri è quello di far sentire i figli amati e di aiutarli a prepararsi a vivere la loro migliore esistenza possibile. Tuttavia, per quanto importanti e “alti” siano questi obiettivi, accade talvolta che, nonostante gli sforzi, un adulto si ritrovi ad agire esattamente come hanno fatto con lui i suoi genitori, ripetendo comportamenti che un tempo, quando era giovane, risultavano per lui fonte di frustrazione e anche di disagio.

Può capitare, ad esempio, di rivolgersi a un figlio con parole dettate dall’irritazione del momento e di rendersi poi conto, magari con stupore, di aver pronunciato le stesse frasi ascoltate durante la propria adolescenza.

In quel momento diventa evidente di essere stati vittime di schemi antichi. Si tratta di un’esperienza piuttosto comune e diffusa, spiega la psicologia, che non nasce da una scelta consapevole, bensì dall’attivazione automatica di riflessi emotivi profondamente radicati nella personalità.

L’interiorizzazione delle parole genitoriali

Le persone tendono a interiorizzare ciò che è stato loro detto dai genitori, sia negli aspetti positivi sia in quelli negativi.

Inoltre, indipendentemente dal modo in cui si è stati cresciuti, questa esperienza costituisce di solito l’unico modello conosciuto. Di conseguenza, ciò che è stato interiorizzato può trasformarsi nella modalità predefinita di reazione quando si viene travolti da emozioni intense, come in genere capita nel rapporto a volte “tumultuoso” con figli adolescenti.

Anche quando si riconosce che i propri genitori non erano perfetti e hanno commesso errori che non si vorrebbe ripetere, permane la tendenza a replicare il loro modo di affrontare le situazioni nel momento in cui il rapporto con i figli diventa emotivamente impegnativo.

Proprio per questo motivo risulta fondamentale sviluppare una consapevolezza di sé in quanto genitori, sottolineano gli esperti di dinamiche evolutive, considerando che la maggior parte degli adulti è sinceramente impegnata a fare del proprio meglio.

Guardando dentro di sé, può emergere la consapevolezza che talvolta la reazione emotiva è sproporzionata rispetto alla situazione concreta. In tali circostanze, la risposta messa in atto può rivelarsi poco utile o addirittura dannosa e controproducente. Spesso ciò accade perché ci si affida inconsapevolmente a ciò che è stato interiorizzato nell’infanzia, anche quando questo non rappresenta la scelta più adeguata.

Vi sono momenti in cui si pronunciano parole identiche a quelle ricevute dai propri genitori, pur avendole detestate da bambini o adolescenti. Quando ciò accade, può nascere nell’adulto una riflessione carica di incredulità: perché è accaduto di ripetere proprio quel commento tanto odiato?

Talvolta ci si sorprende persino del suono di quelle frasi, quasi incapaci di accettare che siano uscite dalla propria bocca.

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Il percorso verso una maggiore autoconsapevolezza

Uno dei modi per accrescere la consapevolezza, sottolineano gli esperti, consiste nel riconoscere i modelli disfunzionali della propria educazione e nell’essere sufficientemente flessibili da accorgersi quando si sta scivolando nuovamente in essi.

Durante l’adolescenza, i figli mettono inevitabilmente alla prova i confini imposti dagli adulti: si tratta di un comportamento normale, legato alla costruzione della propria identità. Quando però l’adulto perde il controllo e reagisce verbalmente in modo aggressivo, può arrecare danni di cui non sempre è consapevoli, compromettendo la fiducia in sé e l’autostima del figlio.

Diventa quindi essenziale osservare attentamente il modo in cui ci si rivolge ai figli, affinché le parole pronunciate abbiano una funzione di rafforzamento e non di demolizione.

In ultima analisi, l’obiettivo educativo consiste nell’instillare nei figli un sistema di credenze positive, di fiducia, che permetta loro di sentirsi bene rispetto a ciò che sono. Tenere presente questo fine può aiutare a non lasciarsi trascinare dalle proprie fragilità emotive, le quali rischiano di generare reazioni inappropriate.

Quando si lavora su una comunicazione efficace, il messaggio viene ascoltato, i confini risultano più rispettati e l’autostima del figlio ne esce rafforzata. La chiave di una genitorialità più efficace, sottolineano i pedagogisti, risiede nel non permettere che i turbamenti emotivi personali conducano a una modalità reattiva di educazione.

La genitorialità reattiva si manifesta quando le emozioni prendono il sopravvento e l’attenzione si sposta dal comprendere e risolvere il problema al dimostrare “chi comanda”. È proprio in questi momenti di stress che si tende a ricorrere a risposte apprese dai propri genitori, anziché a quelle ritenute più adatte alla situazione presente.

Evitare che la frustrazione ostacoli la relazione

Gran parte di ciò che emerge nei momenti di frustrazione è in genere il risultato di un antico condizionamento. Si attinge inconsapevolmente alle proprie ferite e disfunzioni, reagendo ai figli nello stesso modo in cui si è stati trattati da bambini.

Di conseguenza, alcune delle decisioni peggiori, quelle che più si detestavano nell’infanzia, tendono a riaffiorare durante le reazioni emotive. Questo può minare l’autorevolezza genitoriale e compromettere la relazione complessiva con i figli. Per risultare davvero efficaci, è necessario scegliere consapevolmente ciò che è meglio per il figlio, anziché reagire impulsivamente sotto l’effetto dell’irritazione.

Una genitorialità efficace, in definitiva, sottolineano gli esperti di educazione, implica che, invece di reagire automaticamente, si selezionino con cura parole e azioni, mantenendo lucidità e riflessione su ciò che può produrre gli esiti educativi più positivi.

Quanto più l’adulto riesce a restare saldo e a non perdere il controllo, tanto più è probabile che il figlio sia disposto ad ascoltare. Quando, al contrario, l’adulto appare dominato dalle proprie emozioni e reagisce in modo aggressivo, può risultare instabile agli occhi del figlio.

La percezione di solidità e stabilità costituisce dunque un elemento centrale per preservare l’efficacia del ruolo genitoriale e favorire una relazione educativa sana e costruttiva.


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