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Il linguaggio conta, con le parole si può far del male. Un male insidioso che può perdurare e radicarsi ben più di quello di un’offesa fisica, di uno schiaffo, trasformando una relazione e portando chi l’ha subito lontano da chi non ha saputo trattenere le parole, magari in uno sfogo improvviso.

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Le parole possono ferire, e molto, soprattutto quando vengono scambiate all’interno di relazioni emotivamente significative come quella tra genitore e adolescente.

In questi legami, le emozioni spiacevoli – frustrazione, rabbia, delusione, dolore – possono facilmente tradursi in parole affrettate e dannose, pronunciate più sull’onda del sentire che del pensare. La psicologia e la pedagogia richiamano gli adulti alla responsabilità del loro ruolo, anche e soprattutto nei loro comportamenti a livello verbale.

Alcune relazioni sono particolarmente esposte a questo rischio. Un genitore dal temperamento impulsivo e un adolescente dal carattere focoso possono innescare interazioni dolorose quando permettono alle emozioni di guidare il linguaggio.

Non è raro poi che qualcuno si giustifichi dicendo di aver parlato in quel modo perché era sconvolto. Tuttavia, sentirsi agitati non giustifica il ferire l’altro, e trovare alternative più giuste di manifestare un disappunto è una responsabilità educativa fondamentale. L’adulto ha il compito di guidare e dare l’esempio. L’adolescente, avverte la psicologia, è un adulto in formazione, e parte essenziale del ruolo genitoriale consiste nel dare esempio di abitudini comunicative che il giovane porterà con sé nelle relazioni future.

Garantire una comunicazione sicura significa imparare a gestire l’attivazione emotiva negativa prima che questa tradisca la persona, spingendola a dire parole capaci di causare ferite profonde.

Per questo motivo, i genitori devono prima di tutto a controllare e monitorare le proprie emozioni. Quando sentono che la tensione sta salendo e che rischiano di dire qualcosa di cui potrebbero pentirsi, è bene interrompere la conversazione e stabilire una breve pausa.

Questo “time-out” serve a recuperare lucidità emotiva e a rimandare il confronto a un momento in cui sia possibile parlare con maggiore equilibrio. Così facendo, si offre al figlio all’adolescente il permesso implicito di fare lo stesso quando sente il bisogno di calmarsi.

Se però capita di lasciarsi tradire dalle emozioni e di usare parole che feriscono, è importante assumersi la responsabilità dell’accaduto. Chiedere scusa in modo sincero, ascoltare il dolore causato, chiarire eventuali messaggi sbagliati e impegnarsi a non ripetere l’errore rappresentano non solo un atto riparativo, ma anche un potente modello educativo, spiegano i pedagogisti.

Questo non significa sminuire il valore delle emozioni. Al contrario, le emozioni sono fondamentali: fanno parte del nostro sistema di consapevolezza affettiva e aiutano a riconoscere quando qualcosa di significativo sta accadendo dentro o fuori di noi, spingendo ad agire in modo riflessivo, espressivo o correttivo.

Emozioni come la curiosità, l’orgoglio o l’innamoramento segnalano esperienze positive; emozioni come il lutto, la paura o la rabbia indicano perdita, pericolo o violazione. Non essere in contatto con ciò che si prova riduce la consapevolezza di sé e porta a stati di confusione emotiva.

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Tuttavia, se le emozioni sono ottime informatrici, spesso sono pessime consigliere, avvertono gli psicologi. La rabbia può spingere alla vendetta, la paura alla fuga, la disperazione all’isolamento. Quando si è emotivamente turbati, è generalmente più saggio fermarsi e riflettere con la ragione su come agire, invece di lasciare che l’emozione prenda il posto del giudizio.

L’intensità emotiva influisce direttamente sulla scelta delle parole. Un linguaggio carico di emozioni tende a rendere la comunicazione più infiammata e ad allontanare dall’affrontare il problema reale. Nei dialoghi familiari segnati dal conflitto, è frequente osservare come il linguaggio perda precisione e diventi generalizzante, esagerato o giudicante.

Si passa dal descrivere un comportamento specifico al colpire l’identità dell’altro, dal raccontare un fatto al trasformarlo in un simbolo negativo della persona, dal parlare dei propri sentimenti al colpevolizzare l’altro per ciò che si prova. In questi passaggi, il conflitto si intensifica e la ferita si approfondisce.

Un aiuto educativo, simile a quello che avviene nell’ambito della consulenza familiare, consiste nel mantenere il linguaggio chiaro e rispettoso: operativo invece che vago, accurato invece che estremo, descrittivo invece che giudicante, responsabile delle proprie emozioni invece che accusatorio, rispettoso invece che insultante. Quando questo equilibrio viene meno, le parole diventano armi.

È infine importante, avvertono gli esperti, soffermarsi su alcune frasi che un genitore farebbe bene a evitare, perché possono incidere profondamente sull’immagine che l’adolescente costruisce di sé. Espressioni pronunciate per frustrazione rischiano di essere interiorizzate come verità assolute, trasformandosi in etichette dolorose e durature. Per un adolescente, sentirsi definire pigro, deludente, incapace di imparare, causa di sofferenza emotiva nei genitori, motivo di vergogna o addirittura l’espressione “senza speranza” equivale a far percepire una condanna sull’intero valore personale e sul futuro.

Queste affermazioni sono schiaccianti. Le parole dei genitori funzionano come uno specchio potentissimo, nel quale un figlio o una figlia vedono riflessa la loro immagine attraverso gli occhi delle figure più autorevoli del loro mondo. Anche quando un adolescente proclama con sfida frasi come: “Non mi importa di quello che pensi”, in realtà non è vero, spiegano gli psicologi. Gli importa profondamente, tanto da nascondere spesso il dolore che prova.

Proprio perché godono di una “credibilità formativa” così forte, i genitori hanno la responsabilità di vigilare sulle proprie emozioni e sulle parole che scelgono. Educare significa anche questo: insegnare, attraverso l’esempio quotidiano, che le emozioni vanno riconosciute e rispettate, ma che il linguaggio con cui vengono espresse può proteggere o ferire. E la differenza, per un adolescente, è enorme.


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