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Una delle conseguenze della crisi educativa che attraversa oggi il rapporto tra adulti e adolescenti, è la continua produzione di testi e interventi di esperti che danno consigli, indicazioni, addirittura regole per la gestione della responsabilità genitoriale. Ma chi può davvero affermare di sapere come andrebbe svolto il ruolo di genitore?

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Nemmeno gli esperti più autorevoli sono in grado di offrire risposte definitive: il loro contributo migliore si limita a stimolare riflessioni utili. Ogni genitore, con ogni figlio specifico, è chiamato a costruire le proprie pratiche nel tempo, su misura, attraverso l'esperienza diretta.

Per questo motivo, molti pedagogisti sono convinti che la genitorialità debba essere esercitata con umiltà — intendendo con questo termine l'assenza di arroganza, quella pericolosa certezza di avere sempre ragione e di possedere tutte le risposte, ma anche evitando di legare il proprio senso di valore personale alle prestazioni e ai successi del figlio, aspettandosi che diventi una fonte di orgoglio.

L'umiltà, in questo senso, non è debolezza, sottolineano i pedagogisti: è piuttosto la capacità di fare i conti lucidamente con alcune realtà scomode ma imprescindibili della vita genitoriale: non sanno quanto vorrebbero sapere dei figli; non controllano quanto vorrebbero controllare; non riescono a fare le cose nel modo giusto quanto desidererebbero.

Queste consapevolezze si accentuano in modo considerevole nel momento in cui il figlio entra nella fase dell'adolescenza, con tutta la sua complessità. È proprio in questa stagione della vita che il giovane comincia a spingere con forza verso una maggiore indipendenza, verso una libertà d'azione più ampia, verso un'individualità più marcata e verso una libertà di espressione sempre più propria.

Le spinte verso l'autonomia e verso la differenziazione animano in profondità il processo della crescita. Fare il genitore a un figlio più piccolo ancora strettamente legato alla famiglia era molto più semplice.

Ogni genitore si trova in perenne rincorsa rispetto alla curva di sviluppo del figlio, sempre in corsa per stare al passo o per recuperare il ritardo accumulato. Nel momento in cui si riesce finalmente a capire chi è il proprio ragazzo a una certa età, è già diventato qualcun altro — e la sorpresa e la sfida ricomincia da capo. La genitorialità è, nella sua essenza più profonda, spiega la psicologia, un processo di apprendimento ininterrotto, teso a costruire una conoscenza sempre adeguata ma mai davvero completa.

Quando un adolescente si lamenta, la reazione più produttiva non è difendersi o controbattere, ma ascoltare con genuina attenzione. Potrebbe essere un'occasione preziosa per imparare qualcosa di nuovo e necessario. Il miglior insegnante per comprendere un adolescente è l'adolescente stesso, e sarebbe un errore sottovalutare questa fonte di conoscenza così diretta e autentica.

Quasi tutto ciò che i genitori credono di sapere sulla genitorialità deriva da come sono stati cresciuti loro stessi, dai modelli di comportamento assorbiti nel tempo; mentre il loro figlio adolescente non ha mai percorso prima questa specifica strada della propria crescita. La genitorialità è molto più un'esperienza che emerge progressivamente dalla vita vissuta che non un piano costruito a tavolino in anticipo, e si regge su tentativi, errori, aggiustamenti e recuperi da entrambe le parti della relazione. Ed è giusto che sia così.

Quando un figlio bambino diventa adolescente, i genitori si rendono presto conto di essere entrati in un'epoca radicalmente diversa, in cui il giovane sa bene che nessuno può costringerlo o indirizzarlo senza la sua esplicita collaborazione.

Si apre così una relazione nuova e bilaterale: l'autorità genitoriale dipende, in ultima analisi, dal consenso dell'adolescente. I genitori cercano di ottenerlo attraverso la cura genuina e una comunicazione aperta, costruendo argomenti convincenti e credibili; e a volte concedendo o negando determinate condizioni o risorse di cui il ragazzo dipende ancora, per incoraggiarne la cooperazione.

Il compito fondamentale del genitore, spiegano i pedagogisti più avvertiti, diventa allora quello di stabilire e mantenere una struttura familiare di regole e aspettative chiare, all'interno della quale l'adolescente possa crescere in modo sicuro e responsabile — se il giovane lo sceglie, cosa che la maggior parte dei ragazzi fa, nella maggior parte delle occasioni.

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C'è però un'altra consapevolezza importante che i genitori devono fare propria: con un adolescente ormai inserito nel mondo sociale, pieno di attività fuori dalla famiglia e attivo online quanto offline, la loro influenza sul figlio è inferiore a quella di molte altre forze potenti che non controllano affatto.

La natura più profonda del ragazzo, i cambiamenti continui della società, le forze culturali del momento, le esposizioni casuali e impreviste, la persuasione dei coetanei, le scelte personali che ogni giorno il giovane compie. Su tutto questo i genitori non hanno alcun potere diretto. E più l'adolescente cresce, meno potere hanno i genitori, perché l'indipendenza è per sua natura un processo progressivo di emancipazione.

Tuttavia, sottolineano gli esperti, i genitori rimangono generalmente le persone più influenti nella vita dell'adolescente, ed è proprio il rispetto per questa influenza — e il desiderio di ottenere la loro approvazione — che motiva una parte consistente della cooperazione che il ragazzo concede.

In questo scenario in continua evoluzione, i dubbi su come comportarsi diventano per i genitori sempre più pesanti e carichi di implicazioni. Per amore del proprio figlio, vogliono prendere le decisioni "giuste", ma soddisfare questo criterio non è affatto semplice né scontato. Si tratta di un continuo bilanciarsi tra opposti che si intrecciano e si contraddicono: cedere o resistere, sospettare o fidarsi, essere rigidi o flessibili, mantenere la posizione o cedere il passo, insistere o lasciar perdere, permettere o vietare.

Ciascuna di queste opzioni, e molte altre simili, presentano scelte che i genitori sono chiamati a fare con regolarità, spesso in condizioni di grande incertezza, perché ogni scelta porta con sé rischi reali in entrambe le direzioni. Il lavoro invisibile della genitorialità, in particolare con un adolescente, è costituito dalla grande riflessione silenziosa e valutazioni interiori che all’esterno non appare. Soltanto dopo, a decisione presa e conseguenze manifeste, diventa possibile valutare se si è scelto bene — e non sempre la risposta è confortante.

L'adolescente al contrario è certo di ciò desidera fare, la fretta plasma la logica delle sue richieste. Nel prendere le proprie decisioni, è il consiglio, i genitori non devono lasciarsi travolgere dalla tirannia adolescenziale dell'urgenza, da quell'imperativo del "tutto e subito" che non lascia spazio alla valutazione e al discernimento necessari.

Quando si tratta di fare scelte difficili, la maggior parte dei genitori ottiene risultati inevitabilmente discontinui, perché — per quanto attenti e riflessivi — non dispongono di un giudizio infallibile, spiegano gli esperti. Questo andamento altalenante è però nella norma della genitorialità, perché come il giovane si formerà da adulto dipenderà in parte dalle scelte che i genitori hanno compiuto, e in parte nonostante quelle stesse scelte.

Un lavoro imperfetto è il migliore che la maggior parte dei genitori possa fare, un insieme di buone e cattive decisioni. E nella grande maggioranza dei casi, il giovane ne esce comunque bene, lasciando l'adolescenza con qualcosa di incompiuto da concludere nel prosieguo del proprio cammino verso l’età più adulta. Sarà lui a dover completare il processo di crescita, affrontando i comportamenti che andrebbero corretti e sviluppando le competenze che ancora mancano.

In questa fase di grande incertezza, coltivare l'umiltà può aiutarli a non caricarsi di un peso sproporzionato. Nella maggior parte dei casi, impegnarsi con piena buona fede e con tutto ciò che si ha a disposizione è già, e sarà, più che sufficiente.


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