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L’adolescenza è un periodo di intense trasformazioni emotive e sociali, durante il quale molti giovani affrontano difficoltà e sofferenze psicologiche significative, che portano a isolamento, difficoltà relazionali e anche l’autolesionismo – ovvero all’atto di ferirsi intenzionalmente senza tuttavia avere intenti suicidari.

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Si stima che un adolescente su sette soffra di una malattia mentale, e che circa la metà di questi casi inizi prima dei 14 anni. Inoltre, si stima che almeno un adolescente su dieci si sia autoleso almeno una volta nella vita, utilizzando questo comportamento come strategia per affrontare e ridurre un disagio interiore, la depressione, l’ansia, le conseguenze di traumi vissuti.

Questo tipo di comportamento non è solo un sintomo isolato; è il riflesso di una sofferenza profonda che incide direttamente sulla qualità della sua vita.

L’autolesionismo può compromettere l’autostima, le relazioni interpersonali, il rendimento scolastico e aumentare il rischio di suicidio.

Non sorprende, quindi, che la salute mentale degli adolescenti sia diventata una preoccupazione globale negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia. Studi indicano che i sintomi della depressione sono aumentati del 26% e quelli dell’ansia di circa il 10% tra i giovani fino a 19 anni durante la crisi sanitaria. In Brasile, dove si è svolta la ricerca sotto descritta, il numero di casi di autolesionismo tra i giovani è aumentato del 21% tra il 2011 e il 2022.

Nel 2018, prima della pandemia, Luiza Cesar Riani Costa, psicologa e all’epoca studentessa dell’Università Federale di São Carlos (UFSCar), nello Stato di San Paolo (Brasile), ha realizzato un progetto di ricerca con l’obiettivo di comprendere le problematiche legate all’autolesionismo non suicidario tra i giovani.

In particolare, il progetto cercava di capire come gli adolescenti che avevano vissuto episodi di autolesionismo interpretassero il fenomeno e quali fossero le sue cause.

I risultati hanno rivelato che gli adolescenti vedevano l’autolesionismo come un mezzo per alleviare la sofferenza emotiva, sottolineando l’importanza di vivere in un ambiente accogliente per affrontare il dolore psicologico.

«All’epoca, l’autolesionismo era un fenomeno relativamente nuovo in Brasile, ma ha acquisito visibilità e incidenza dopo alcune sfide sui social media che incitavano molti adolescenti a tagliarsi. Una scuola statale di São Carlos, dove avevamo già dei progetti, ha notato un aumento dei casi e ci ha incoraggiato a indagare la questione» racconta la professoressa Diene Monique Carlos, oggi docente all’Università di San Paolo (USP).

Al termine della sua ricerca universitaria, la dottoressa Costa ha proseguito gli studi sull’autolesionismo tra gli adolescenti durante il suo master presso la stessa università. In questo studio ha approfondito il significato dell’autolesionismo non suicidario.

Dai risultati della ricerca è stato realizzato l’opuscolo “Ciò che allevia il mio dolore: fotografie ed esperienze di adolescenti”, reso disponibile in formato digitale per scuole, servizi sanitari e professionisti che lavorano con adolescenti.

L’origine dell’opuscolo

Per sviluppare l’opuscolo, la ricercatrice ha avviato un progetto di ricerca qualitativa che non richiedeva un gran numero di partecipanti, poiché l’obiettivo era comprendere in profondità la situazione. Sono stati coinvolti nove adolescenti, tra i 12 e i 17 anni, che stavano vivendo un disagio psicologico, avevano una storia di autolesionismo e si erano offerti volontari per partecipare.

Uno degli aspetti più significativi è che tutte le partecipanti erano ragazze, un fatto casuale, poiché anche i ragazzi erano stati invitati a partecipare allo studio ma non hanno mostrato interesse.

«Abbiamo notato una forte questione di genere, e per questo abbiamo pensato a un altro progetto che si concentri specificamente sui ragazzi. Perché non cercano aiuto?» chiede la professoressa Diene Carlos, supervisore del progetto.

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La dottoressa Costa ha iniziato con la domanda: «Cosa allevia il tuo dolore?». Ha poi chiesto alle adolescenti di rispondere attraverso fotografie scattate da loro stesse, che mostrassero strategie alternative per affrontare situazioni dolorose, a condizione che non includessero l’autolesionismo.

La ricerca ha utilizzato la metodologia Photovoice, una tecnica ampiamente applicata in contesti di vulnerabilità, in cui le immagini vengono usate come forma di espressione per affrontare temi delicati.

«È una metodologia spesso usata dai ricercatori quando è difficile parlare di un certo argomento» spiega la dottoressa Carlos.

Le partecipanti avevano due settimane di tempo per fotografare scene che rispondessero alla domanda.

Alla fine del periodo, la dottoressa Costa ha ricevuto 50 immagini. L’idea iniziale era di discuterle insieme alle adolescenti, ma a causa della pandemia (le interviste si sono svolte tra marzo e luglio 2021) ciò non è stato possibile. Per questo motivo, il materiale è stato analizzato individualmente.

Le foto sono servite come punto di partenza per una riflessione più profonda, guidata da domande come: «Cosa vedi in questa foto?», «Cosa ti ha motivata a scattarla?», «Cosa ti suscita questa immagine?» e «Come si collega all’autolesionismo?»

Le immagini ritraevano scene di natura, animali domestici e attività fisiche, come andare in skateboard o in bicicletta. Rappresentavano anche momenti di attività in cucina, artistici (con disegni, musica e film), di affetto e spiritualità.

Dopo un’analisi riflessiva, le adolescenti hanno proposto di creare insieme un opuscolo per mostrare le fotografie e i loro significati, come modo per attirare l’attenzione sul problema e aiutare altri adolescenti che potrebbero soffrire allo stesso modo e essere portati a atti autolesionistici.

«Il contatto con le ragazze ha rivelato che quello che stavano facendo era qualcosa di molto più complesso e profondo del semplice elaborare strategie di coping. Stavano mostrando in modo totalmente creativo ciò che le sosteneva e le portava a evitare comportamenti autodistruttivi» ha scritto l’autrice dello studio in una lettera al lettore presentata durante la difesa pubblica della sua tesi di master.

Secondo la dottoressa Carlos, nonostante le peculiarità individuali, è stato possibile identificare elementi comuni nelle fotografie prodotte dalle adolescenti: un’attenzione particolare alla natura, l’importanza delle relazioni affettive, la presenza della famiglia, l’amore per gli animali, la musica, i film e altre forme di espressione artistica.

«Abbiamo trovato molte somiglianze tra le immagini, per cui abbiamo concluso che potevano risuonare in modo positivo anche in altri adolescenti. Per noi, questo è stato il momento più bello della ricerca, anche perché l’idea iniziale non era quella di creare un opuscolo» afferma la docente.

La pubblicazione è disponibile in portoghese e in inglese e ha il potenziale per diventare uno strumento terapeutico e educativo importante e a basso costo, soprattutto perché utilizza un linguaggio accessibile che parla direttamente agli adolescenti.

«L’autolesionismo è ancora molto presente nella vita di questi giovani come forma di alleviamento del dolore interiore e della sofferenza. Uno strumento come questo può servire a esplorare nuove modalità per alleviare il loro dolore».


Riferimento bibliografico

Costa, L. C. R., Gonçalves, M., Cid, M. F. B., de Oliveira, W. A., Carlos, D. M.
What relieves my pain: research experiences through photovoice
with adolescents with mental disorders.

New Trends in Qualitative Research (2025).

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