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Perché un adolescente con pensieri suicidari o che addirittura ha tentato di metterli in atto dovrebbe scegliere di vivere? Non è una domanda facile da porsi, anche se il suicidio è la terza causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni nel mondo. Gran parte delle ricerche e dell’informazione mediatica si concentra ancora sulle ragioni per cui gli adolescenti potrebbero voler morire. Molto più raramente ci si chiede l’opposto, un interrogativo altrettanto urgente: cosa potrebbe rendere per loro la vita degna di essere vissuta?

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È quello che hanno indagato alcuni ricercatori in uno studio di recente pubblicazione, nel quale hanno chiesto a adolescenti ricoverati per pensieri o comportamenti suicidari di indicare i tre motivi più forti per cui restare in vita.

Le loro risposte, raccolte durante la “safety planning” (una componente standard delle cure in cui pazienti e medici lavorano insieme per individuare strategie di coping e ragioni per continuare a vivere), offrono uno sguardo raro e diretto sulle motivazioni che tengono i ragazzi legati alla vita anche nei momenti più bui.

La parola più frequente emersa nell’insieme delle testimonianze è stata “mio”. Potrebbe sembrare un dettaglio insignificante, ma in realtà rivela qualcosa di molto potente, spiegano gli studiosi.

Gli adolescenti non parlavano in astratto di filosofia o della vita in generale: parlavano delle loro persone, dei loro obiettivi, dei loro animali domestici e dei loro progetti. Ciò riflette un senso di appartenenza, che la ricerca dimostra essere uno dei fattori protettivi più forti contro il suicidio.

Per rilevare queste modalità di pensiero i ricercatori hanno utilizzato un’analisi linguistica corpus-driven, un metodo che esamina la frequenza e l’uso delle parole in grandi insiemi di testi. In questo caso hanno analizzato le parole esatte di 211 adolescenti tra i 13 e i 17 anni, recentemente ricoverati in un ospedale psichiatrico statunitense per pensieri o comportamenti suicidari.

Il loro obiettivo era individuare temi comuni e comprendere meglio, analizzando le loro stesse parole, cosa tiene i giovani in vita.

Guardando più da vicino i sostantivi, tre grandi temi si sono distinti: le relazioni (soprattutto con le madri, i fratelli minori, gli amici e gli animali domestici), le speranze per il futuro (carriere, viaggi, o semplicemente la curiosità di vedere cosa riserva il domani) e infine beni materiali e indipendenza (come ottenere una macchina, andare a vivere da soli, avere una casa o anche solo “truccarmi da sola”).

Tra i verbi prevalevano termini d’azione come “volere”, “essere” e “vedere”, orientati al futuro e pieni di intenzionalità. I ragazzi parlavano del desiderio di crescere, viaggiare, diventare qualcuno – ad esempio un musicista o un wrestler professionista – e di trovare la felicità. Anche nel pieno della sofferenza, il loro linguaggio trasmetteva movimento, desiderio e slancio verso il futuro.

Gli aggettivi aggiungevano colore emotivo alle testimonianze. Parole come “felice”, “buono”, “ok” e “meglio” riflettevano speranze modeste ma concrete di sollievo, mentre “mio” evocava controllo e auto-espressione: “il mio spazio”, “il mio stile”, “la mia vita”.

Le risposte erano inoltre profondamente individuali. Alcune, sottolineano i ricercatori, toccanti e cariche di emozione: “Ho visto mio padre piangere e non voglio che pianga di nuovo così” o “Per non rendere triste mia madre”. Altre più specifiche: “Voglio leggere 100 libri quest’anno”, “Voglio farmi dei tatuaggi fighissimi”. Una, semplicissima: “YOLO” – you only live once, si vive una volta sola.

A prima vista può sembrare paradossale chiedere a ragazzi suicidari cosa li tiene in vita, spiegano gli autori dello studio, dato che i media e le ricerche sul suicidio si concentrano soprattutto sul perché vogliano morire. Ma la ricerca mostra che la maggior parte degli adolescenti con pensieri suicidi non arriva a tentare il suicidio. E tra quelli che lo fanno, alcuni riferiscono in seguito di aver trovato un senso di connessione e scopo di vita più forte dopo essere sopravvissuti.

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Nello studio il 97% degli adolescenti è stato in grado di indicare tre motivi per vivere, nonostante la sofferenza che li aveva condotti in ospedale. Questo suggerisce che, anche in piena crisi, molti ragazzi conservano un desiderio di vivere, se riescono ad aggrapparsi a qualcosa o a qualcuno che conta.

Alcuni temevano le conseguenze del suicidio, non per se stessi ma per gli altri. Qualcuno citava motivi religiosi. Altri si preoccupavano del dolore fisico. Ma in larga parte i motivi per vivere erano di speranza, legati alle relazioni e orientati al futuro.

Questi risultati hanno implicazioni cliniche chiare, secondo gli studiosi. I motivi per vivere di un adolescente non dovrebbero essere trattati come una semplice voce su una lista da spuntare, ma come un punto di partenza per conversazioni e percorsi di guarigione.

Se un ragazzo dice “Voglio diventare veterinario” o “Voglio prendermi cura di mia sorella”, si apre la possibilità di un trattamento personalizzato e significativo.

Aiutare gli adolescenti a mettere in parole le proprie ragioni per vivere rafforza l’alleanza terapeutica, chiarisce gli obiettivi e accresce la motivazione. Inoltre può essere uno strumento per contrastare pensieri dannosi come “Sono un peso” o “A nessuno importa di me”, mostrando prove concrete e auto-generate del contrario.

Soprattutto, le ragioni per vivere ricordano agli adolescenti, e a chi si prende cura di loro, che anche nella disperazione c’è ancora qualcosa per cui vale la pena restare.

Se si ascolta ciò che conta davvero per loro, affermano i ricercatori, si può vedere come anche piccole scintille di speranza possano dare a un giovane con pensieri suicidari un motivo per andare avanti.

I fattori di rischio come traumi, malattie mentali, bullismo e difficoltà identitarie sono noti e riconosciuti, ma troppo spesso si trascurano gli ancoraggi che aiutano i ragazzi a resistere. Un’indagine statunitense del 2024 ha rilevato che quasi uno studente delle superiori su dieci – circa il 9,5% – ha tentato il suicidio nel 2023. In Italia, da ricerche recenti, è emerso che il 44,9% degli adolescenti ha avuto almeno una volta un pensiero suicidario.

Sono dati che ricordano che il suicidio e i pensieri di suicidio in adolescenza non sono un concetto astratto: sono dati di una realtà che è in corso adesso.

Sintonizzandosi sulle loro stesse parole – che si tratti della sorella, del cane, di un concerto o del sogno di tatuaggi “fighissimi” – si può cominciare a capire cosa fa sentire la vita degna di essere vissuta a un giovane che considera o ha tentato il suicidio. A volte basta la più piccola speranza per continuare a vivere, concludono gli autori dello studio.


Riferimento bibliografico

Ana M. Ugueto, Lauren A. O’Hagan and Mathijs F. G. Lucassen.
Reasons Why Suicidal Adolescents Want to Live: A Corpus-Driven Language Analysis.
Psychiatric Services (2025).

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