In Italia, i dati più recenti sul numero di persone con demenza o con lieve compromissione cognitiva indicano che quasi due milioni di persone convivono con queste condizioni. Pur mancando dati comparabili a livello internazionale per le fasce più giovani, nel nostro paese la presenza di difficoltà cognitive appare come un tema emergente che necessita attenzione anche in età non avanzata.

Non è però disponibile, al momento, una stima nazionale che quantifichi in modo chiaro l’andamento nel tempo delle difficoltà di memoria, concentrazione e decision-making nelle fasce più giovani come invece è stato documentato negli Stati Uniti. Una ricerca che merita attenzione per quanto può suggerire in riferimento anche alla situazione italiana.
Si tratta di un’analisi decennale condotta su adulti negli Stati Uniti mostra un aumento delle segnalazioni di problemi cognitivi — soprattutto tra le persone sotto i 40 anni. Sempre più americani dichiarano di avere difficoltà significative con memoria, concentrazione e capacità decisionali. In un’analisi guidata da Yale School of Medicine su dati di un sondaggio nazionale, le segnalazioni di disturbi cognitivi sono quasi raddoppiate tra gli adulti più giovani nell’ultimo decennio.
Segnali in crescita di disabilità cognitiva
I ricercatori hanno analizzato oltre 4,5 milioni di risposte tratte dal sistema di sorveglianza “Centers for Disease Control and Prevention – Behavioral Risk Factor Surveillance System” (BRFSS) tra il 2013 e il 2023, escludendo il 2020 per le interferenze della pandemia nella raccolta dati. Nel corso di questo periodo, la quota di adulti che ha riferito di avere «gravi difficoltà» con memoria o concentrazione è passata dal 5,3 % al 7,4 % — e tra le persone di età 18-39 anni è quasi raddoppiata.
«Ciò che ha colpito è stato l’aumento sorprendente tra i giovani adulti», ha dichiarato il dott. Adam de Havenon, professore associato di neurologia alla Yale School of Medicine.
«Non si tratta di una diagnosi di demenza» ha spiegato lo studioso. «Si tratta di una segnalazione soggettiva di persone che dichiarano di avere serie difficoltà a concentrarsi, ricordare o prendere decisioni. Con la demenza c’è una malattia cerebrale strutturale e una specifica patologia che danneggia il cervello e porta a deficit cognitivi».
Secondo de Havenon, queste segnalazioni non significano che la demenza stia aumentando. Ma mostrano che molte persone — compresi gli adulti più giovani — percepiscono che le proprie abilità di pensiero non sono più quelle di una volta.
Perché un numero crescente di giovani parla di problemi cognitivi?
Non è ancora chiaro perché un numero sempre maggiore di giovani adulti stia descrivendo queste difficoltà. I ricercatori indicano diverse possibili spiegazioni.
Una spiegazione potrebbe essere la maggiore consapevolezza: man mano che le conversazioni sulla salute cerebrale diventano più comuni, le persone potrebbero essere più attente ai cambiamenti nella propria memoria o nella concentrazione. Ma è anche possibile che i primi segnali di problemi cognitivi vengano trascurati nei controlli standard. «O le persone sono più brave a segnalarlo», ha detto de Havenon, «o lo stiamo sotto-diagnosticando, e accade per ragioni che non comprendiamo ancora».

Fattori sociali e sanitari
Condizioni croniche come diabete, ipertensione e malattie cardiache sono risultate associate a un maggior numero di segnalazioni di difficoltà cognitive. Il trend riflette anche la condizione sociale: i tassi erano più alti tra persone con reddito o livello d’istruzione più bassi, e tra adulti nativi americani, nativi dell’Alaska e ispanici.
«Questi sono già fenomeni ben noti», ha dichiarato de Havenon. «La compromissione cognitiva segue i dati determinanti sulle condizioni sociali che influenzano la salute».
Situazione confermata anche da altri studiosi, che stanno riscontrando, ad esempio, che il diabete ha un impatto molto forte sulla salute cerebrale, e lo vedono di più nella comunità ispanica. Il diabete è un fattore di rischio modificabile e interventi efficaci rappresenterebbero una grande opportunità di prevenzione.
Qui entra in gioco il concetto di medicina di precisione — “tailoring” la cura alla biologia, alla cultura e all’ambiente dell’individuo —sottolineano gli autori dello studio.
Implicazioni per la salute pubblica
Secondo i ricercatori, i risultati aggiungono prove al fatto che proteggere la salute vascolare — prevenendo ictus e malattie cardiache — potrebbe aiutare anche a proteggere la salute cerebrale.
«Il nostro obiettivo è iniziare a parlare di come interventi vascolari a livello di popolazione potrebbero migliorare non solo i tassi di ictus e malattie cardiovascolari, ma anche la cognizione, a partire dalla popolazione più giovane».





