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L’autolesionismo e per molti adolescenti un modo abituale e segreto per alleviare la sofferenza interiore, un sintomo di disagio e di malessere che può arrivare a essere un predittore di gesti estremi.

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Oltre a essere un segnale di dolore emotivo, infatti, l'autolesionismo è il miglior predittore noto di morte per suicidio, ma i ricercatori non sanno ancora molto sui fattori emotivi e biologici che lo causano.

Un nuovo studio pubblicato su Nature Mental Health e guidato dal professor Rory O'Connor dell'Università di Glasgow aiuta a svelare i meccanismi biologici che stanno alla base del perché i giovani si auto-feriscono.

Espandendo le sue ricerche sui fattori psicologici legati all'autolesionismo, il professor O'Connor ha scoperto che i giovani con una storia di autolesionismo mostrano una risposta biologica particolare della pelle all'attività elettrica — un marcatore fisiologico associato a difficoltà nel vivere e nel saper gestire le emozioni.

L'autolesionismo, definito come “auto-avvelenamento” o autolesione intenzionale, è un importante problema di salute pubblica in tutti i paesi. Sebbene le statistiche siano influenzate dal tabù e dalla vergogna, il sondaggio NHS Adult Psychiatric Morbidity 2023/4 stima che nel solo Regno Unito i casi siano aumentati dal 2,4% nel 2000 al 10,3% nel 2023/4 fra i 16 e i 74 anni. Fra i giovani 16-24enni, la percentuale sale al 31,7% per le femmine e al 15,4% per i maschi, che dichiarano di essersi auto-feriti almeno una volta.

In Italia stime recenti indicano che il fenomeno sia cresciuto fino al 60% tra i più giovani, con un’incidenza che avrebbe superato il 40% in questa fascia di età.

La maggior parte di chi si è auto-ferito riferisce di averlo fatto per alleviare sentimenti spiacevoli di rabbia, tensione, ansia o depressione. Per molti giovani, l'autolesionismo è un meccanismo per gestire il disagio emotivo o sentimenti travolgenti, ed è proprio questo che il professor O'Connor indaga.

“I fattori legati all'autolesionismo sono complessi; coinvolgono influenze culturali, sociali, psicologiche e biologiche. Tuttavia, i meccanismi biologici sottostanti sono poco compresi”.

Si ritiene che i sistemi cerebrali coinvolti nella generazione delle emozioni (stimolazione emotiva) siano collegati a quelli che le regolano. In particolare, il sistema limbico, composto da reti nervose nel cervello, è cruciale per l'elaborazione emotiva, la regolazione dell'umore e la creazione di ricordi emotivi. Parti del sistema limbico, come l'amigdala, sono particolarmente importanti nell'elaborazione della paura e di emozioni intense.

Studiare i meccanismi biofisiologici legati alla generazione delle emozioni potrebbe essere la chiave per capire perché i giovani si auto-feriscono, migliorando così i trattamenti per chi è a rischio.

Il Professor O'Connor ha studiato come la stimolazione emotiva sia collegata all'autolesionismo osservando un fattore biologico noto come "attività elettrodermica" (EDA).

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L'EDA indica le variazioni nella capacità della pelle di condurre elettricità. Quando una persona è calma, la resistenza elettrica della pelle è maggiore; in stati di eccitazione, stress o paura tende a diminuire, influenzata soprattutto dalle ghiandole sudoripare e dal sistema nervoso simpatico. L'EDA è legata ai processi emotivi e cognitivi automatici ed è usata per studiare le risposte emotive nella ricerca.

Nello studio, il gruppo di studiosi ha misurato l’EDA in tre gruppi di giovani (16-25 anni) con differenti storie di autolesionismo: senza alcuna storia, con idee di autolesionismo ma senza atti concreti, e con atti compiuti.

Come spiega la dott.ssa Karen Wetherall, prima autrice dello studio, “Distinguere cosa rende un giovane vulnerabile a passare dalle idee all’azione è cruciale per capire perché alcuni agiscono l’autolesionismo e altri no. Le ricerche precedenti non avevano chiarito il legame tra EDA e autolesionismo, quindi abbiamo voluto approfondire questa relazione”.

Durante diversi compiti, tra cui suoni ripetuti, un esperimento di induzione dello stress e immagini emotive, i ricercatori hanno rilevato che i giovani che si auto-feriscono manifestano reazioni fisiche più forti (misurate dall’EDA) sia in compiti neutri che stressanti.

Questo suggerisce che i giovani con una storia di autolesionismo vivono diversamente la stimolazione emotiva, rendendo più difficile per loro regolare le emozioni.

Il professor O'Connor sottolinea: “I nostri risultati indicano che il modo in cui i giovani processano le emozioni è fondamentale per comprendere l’autolesionismo. Questo suggerisce che interventi mirati sulle strategie di regolazione emotiva potrebbero essere molto efficaci nel gestire l’autolesionismo”.

Dal punto di vista clinico, queste scoperte possono aiutare a identificare i giovani più a rischio di autolesionismo o suicidio. Lo studio apre inoltre la strada a ricerche future su trattamenti che potrebbero migliorare la salute mentale di questi giovani.

 

Riferimento bibliografico

Karen Wetherall et alii.
Emotion processing and electrodermal activity in young people who self-harm.
Nature Mental Health (2025).

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