Negli ultimi anni, il modo in cui i giovani descrivono e vivono la propria identità di genere è diventato sempre più articolato e sfumato. Una situazione che sta venendo alla luce grazie anche alla volontà dei ragazzi e delle ragazze di dichiararsi e di manifestare in modo trasparente la loro individualità.

Il 3,6% degli adolescenti italiani intervistati in un’indagine nazionale recente ha scelto l’opzione “non mi identifico” quando è stato chiesto il genere, invece di indicare maschio o femmina. Lo studio aveva coinvolto circa 3.500 studenti tra 13 e 19 anni in Italia, ed era la prima edizione in cui è stata inserita la risposta “non mi identifico” nella domanda sul genere.
Un’indagine Eurispes più recente segnala che il consenso verso il riconoscimento di identità di genere non binarie è più alto tra i giovani: il 68,3% dei 18-24enni e il 58,5% dei 25-34enni si dichiarano favorevoli. Sempre da quella rilevazione, l’idea di autorizzare il cambiamento di sesso tramite autodichiarazione riceve il 59% di favore tra i 18-24enni.
Analoga situazione negli Stati Uniti dove dati raccolti mostrano un aumento significativo della quota di adolescenti che si riconoscono come transgender o “gender-diverse”, ma anche una crescente consapevolezza che il genere non sia una categoria rigida, bensì uno spettro. In questo contesto, emerge con forza una domanda cui una recente ricerca ha cercato di dare una risposta: in che modo l’ambiente sociale e politico influisce sul benessere psicologico di questi giovani?
Lo studio ha analizzato una vasta popolazione di oltre ottomila ragazzi tra i 9 e i 13 anni, seguiti nel tempo all’interno dell’”Adolescent Brain Cognitive Development Study”. L’attenzione è rivolta a un aspetto specifico della salute mentale, le cosiddette “esperienze simil-psicotiche” (psychotic-like experiences, PLEs), che comprendono fenomeni come percezioni alterate o pensieri insoliti, spesso accompagnati da disagio. Queste esperienze non coincidono con una diagnosi clinica, ma possono rappresentare un segnale di vulnerabilità futura.
Uno dei punti di partenza della ricerca è il cosiddetto “modello dello stress di minoranza”, secondo cui le persone appartenenti a gruppi minoritari sono esposte nel tempo a una combinazione di fattori stressanti esterni, come discriminazione e rifiuto, e interni, come l’interiorizzazione di atteggiamenti negativi. Questo accumulo può tradursi in un maggiore rischio di difficoltà psicologiche. Nel caso dei giovani “gender-diverse”, tali fattori includono non solo le dinamiche interpersonali, ma anche il contesto normativo e politico in cui vivono.
L’analisi dei dati mostra innanzitutto una differenza netta: i ragazzi che si collocano agli estremi dello spettro della diversità di genere riportano, in media, livelli più elevati sia di bullismo sia di esperienze simil-psicotiche rispetto ai loro coetanei più conformi al genere assegnato alla nascita. La relazione tra queste due dimensioni non è casuale: il bullismo emerge come un fattore che contribuisce in modo significativo a spiegare tale differenza.
In termini più precisi, circa il 18% dell’associazione tra diversità di genere e PLEs è mediato dall’esperienza di essere vittima di bullismo. Ciò significa che una parte non trascurabile del disagio psicologico osservato può essere collegata direttamente alle interazioni quotidiane con i pari. Tuttavia, questa non è l’intera storia. Anche considerando il bullismo, rimane una quota consistente di differenza non spiegata, suggerendo la presenza di altri fattori in gioco.
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda l’intensità con cui il bullismo incide sulla salute mentale. I dati indicano che, a parità di esposizione, l’impatto del bullismo sulle esperienze simil-psicotiche è più marcato nei giovani più “gender-diverse”. In altre parole, non solo questi ragazzi sono più frequentemente vittime di bullismo, ma ne subiscono anche conseguenze psicologiche più profonde.

Accanto alla dimensione interpersonale, lo studio introduce un secondo livello di analisi: quello delle politiche pubbliche. Gli autori hanno utilizzato un indice che misura il grado di supporto delle leggi statali statunitensi nei confronti dell’identità di genere, distinguendo tra contesti più e meno favorevoli. Questo permette di osservare se e come il quadro normativo influenzi il benessere dei giovani nel tempo.
I risultati, in questo caso, sono meno immediati ma altrettanto significativi. A un singolo punto temporale, non emergono differenze sostanziali nelle PLEs tra stati con politiche più o meno supportive. Tuttavia, quando si osserva l’evoluzione nel corso degli anni, il quadro cambia. Nei contesti caratterizzati da una persistente assenza di politiche favorevoli, i giovani più gender-diverse mostrano un aumento progressivo delle esperienze simil-psicotiche.
Questo andamento contrasta con quello osservato nel resto del campione, dove tali esperienze tendono a diminuire o stabilizzarsi con l’età. Il dato suggerisce che l’effetto delle politiche non sia immediato, ma si accumuli nel tempo, contribuendo a modellare il percorso di sviluppo psicologico. In questo senso, le politiche pubbliche possono essere considerate una forma di “clima” sociale che, pur non sempre percepito direttamente, esercita un’influenza continua.
È importante notare che questo effetto sembra specifico per le esperienze simil-psicotiche e non si estende in modo altrettanto evidente ad altri indicatori più generali di disagio psicologico, come ansia o problemi comportamentali. Questo elemento rafforza l’idea che determinati tipi di stress possano incidere in modo selettivo su specifiche dimensioni della salute mentale.
Nel complesso, lo studio mette in luce una dinamica articolata in cui fattori diversi si intrecciano. Il bullismo rappresenta un’esperienza concreta, quotidiana, che incide direttamente sul benessere dei giovani. Le politiche pubbliche, invece, agiscono su un piano più ampio e nel lungo periodo, contribuendo a definire il contesto entro cui tali esperienze si collocano. Entrambi i livelli, pur distinti, partecipano alla costruzione di traiettorie psicologiche differenti, spiegano gli studiosi
Un ulteriore elemento di interesse riguarda la modalità con cui viene concettualizzata la diversità di genere. Lo studio non si limita a categorie identitarie definite, ma utilizza una misura dimensionale basata sulla percezione soggettiva di sé. Questo approccio consente di cogliere anche forme più sfumate di incongruenza rispetto al genere assegnato alla nascita, ampliando lo sguardo oltre le definizioni tradizionali.
Dal punto di vista metodologico, sottolineano gli autori, la ricerca si distingue per l’ampiezza del campione e per l’analisi longitudinale, che permette di osservare i cambiamenti nel tempo. I risultati offrono indicazioni utili per comprendere come diversi livelli di esperienza possano convergere nel determinare esiti psicologici.
Il quadro che emerge è quello di una relazione complessa tra identità, ambiente sociale e contesto politico, in cui il disagio psicologico non può essere ricondotto a un singolo fattore, ma va interpretato come il risultato di interazioni multiple e prolungate nel tempo.






